11/07/2026
🌐𝐃𝐮𝐞 𝐬𝐞𝐫𝐚𝐭𝐞 𝐝𝐢 𝐝𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐚𝐧𝐨 𝐚𝐝𝐝𝐨𝐬𝐬𝐨: 𝐢𝐥 𝐬𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐂𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐒𝐭𝐮𝐝𝐲 𝐁𝐚𝐥𝐥𝐞𝐭
🔵Procida - Gli occhi della piccola Francesca cercavano tra il pubblico la sua mamma, Anna. Un istante breve, quasi impercettibile, prima che la musica la riportasse al centro della scena: è da dettagli così che si capisce quando un saggio non è “solo” uno spettacolo, ma un pezzo di vita condivisa.
È con questa intensità che il 7 e 8 luglio, nella cornice della scuola media, il Centro Study Ballet ha presentato il saggio di fine anno accademico. Due serate costruite come un racconto a più capitoli, in cui ogni classe è stata parte di un disegno comune e in cui lo spettatore ha potuto percepire nettamente una cosa: dietro ogni sorriso in scena c’erano mesi di ripetizioni, dietro ogni posa un insegnante che ha corretto, incoraggiato, aspettato il tempo di ciascuno.
A sostenere e guidare il percorso della scuola c’è la presidente Manuela Di Costanzo, riferimento di un progetto che, in questo saggio, ha mostrato la sua dimensione più bella: quella di una comunità che cresce insieme.
Sul palco sono saliti tutti gli allievi, senza eccezioni: danza classica, danza moderna, danza contemporanea e hip hop, con la partecipazione anche dei balli di gruppo, inseriti nello spettacolo come parte integrante e non come parentesi. La varietà dei linguaggi non ha creato frammentazione; al contrario, ha dato la sensazione di un viaggio, come se la serata cambiasse pelle più volte senza perdere il suo filo.
La cura dietro questa complessità è frutto del lavoro degli insegnanti. Anna Guida segue danza classica e danza contemporanea, includendo anche i percorsi di classica per adulti e contemporanea per adulti: un lavoro che si è visto nella pulizia, nel controllo, nella capacità di far convivere tecnica e sensibilità. Accanto a lei, l’altra parte del percorso didattico con Manuela Di Costanzo: l’insegnamento di danza moderna, hip hop e balli di gruppo, che ha portato in scena energia, ritmo, presenza scenica e quella qualità che rende attuale ogni passo.
E poi c’era il gruppo: una quarantina di allievi iscritti, tra bambini, ragazzi, adolescenti e adulti. Attorno a loro, lo staff e le collaborazioni esterne — inclusi attori esterni — hanno portato il numero complessivo a circa cinquanta persone coinvolte.
Due serate così non nascono all’improvviso. La preparazione, in questo caso, comincia tra gennaio e febbraio. Nei primi mesi il lavoro è soprattutto accademico e didattico: si costruiscono basi, postura, musicalità, disciplina. È il periodo in cui la crescita è meno visibile al pubblico ma decisiva per tutto quello che arriverà dopo.
Da gennaio si inizia anche a ragionare sullo spettacolo: si immaginano i temi, si scelgono le musiche, si distribuiscono le parti, e soprattutto si comincia a insegnare gradualmente, dalle leve più piccole alle più grandi. Per i più piccoli è un primo esercizio di fiducia e concentrazione: imparare a stare nello spazio, ascoltare i tempi, ricordare una sequenza senza perdersi. Per i più grandi è un lavoro di maturità: rendere credibile una scena, reggere il palcoscenico, trasformare la tecnica in interpretazione.
Poi arriva giugno, e cambia l’aria. Le prove diventano più lunghe e più dense, si incastrano gli ultimi dettagli, si costruisce la tenuta dello spettacolo nel suo complesso. È il periodo in cui i corpi si stancano ma la testa deve rimanere lucida; in cui un passo non basta saperlo, bisogna saperlo fare “anche quando tremano le gambe”. E quando finalmente arriva luglio, si capisce che lo spettacolo non è un punto di arrivo, ma la prova finale di un percorso condiviso.
I temi in scena: fiaba, teatro musicale, pop e contemporaneità
Il saggio si è sviluppato su quattro grandi capitoli artistici, ciascuno con un’identità precisa.
La danza classica ha portato in scena “Cenerentola”, e la sensazione è stata quella della fiaba che si costruisce con la disciplina.
La danza moderna ha proposto “Notre-Dame de Paris”: un quadro più teatrale, più narrativo, dove il movimento non è solo estetica ma racconto. La musica ha trascinato dentro un’atmosfera intensa e drammatica, e il palco è diventato scena, storia, personaggi.
Il capitolo pop, “Time Machine”, è stato un viaggio musicale da Michael Jackson fino ai giorni nostri.
La qualità qui è stata quella di un pop “costruito”, non improvvisato: precisione, coesione di gruppo, presenza. Anche i balli di gruppo hanno trovato spazio con naturalezza, mostrando quanto possa essere inclusiva una scuola quando decide di valorizzare ogni percorso, senza gerarchie inutili.
E poi la danza contemporanea, con “Carlen”, ha fatto quello che spesso fa il contemporaneo quando è ben pensato: ha tolto, invece di aggiungere. Ha cambiato la velocità, ha reso l’aria più densa, ha chiesto allo spettatore un ascolto diverso. Meno “racconto esplicito”, più emozione trattenuta; meno effetto, più verità.
In un saggio con tanti allievi e tanti quadri, non è scontato che ci sia un cuore unico. Qui quel cuore è stato chiarissimo: Francesca Guida, la diplomanda. La protagonista del racconto scenico, la figura che attraversa i temi e che arriva al punto più delicato: il passo d’addio.
Un momento che non è stato trattato come semplice “saluto”, ma come rito di passaggio. Perché in una scuola di danza il diploma non è una data: è un percorso di anni, di rinunce, di ore a ripetere ciò che non viene, di giornate in cui si torna a casa con la sensazione di non essere abbastanza e poi, il giorno dopo, si ricomincia.
Ad accompagnare Francesca in questo passaggio è stato il ballerino professionista ospite Pasquale Serao.
Ad maiora