15/10/2025
Era giugno.
Il 13 la prima volta che ho avuto un sospetto.
Il 15, quando gli stick di ovulazione (che, in assenza di altro, avevo usato per curiosità) si sono colorati più del solito.
E il 16, quando il test ha confermato che ero incinta.
Ho passato quindici giorni felici, pieni di nausea e di sogni.
Ero in montagna quando ho iniziato a stare poco bene.
Era il 1° luglio quando mi sono sentita dire:
“Eh, qui non si vede nulla Elisa.”
Come se non lo sapessi.
“Dai su, almeno siete compatibili.”
Una frase che mi è rimasta incisa.
Perché in quel momento non avevamo bisogno di biologia, ma di umanità.
Eravamo appena stati travolti da un tir invisibile, e tutto ciò che serviva era una carezza.
Non un “col prossimo andrà meglio”.
Ci sono dolori che non si vedono, ma si sentono.
Nel cuore. Nell’anima.
Il lutto perinatale è uno di questi.
È una perdita che ti segna dentro, che rimane silenziosa, ma chiede solo di essere ascoltata e accolta.
Per ogni mamma, ogni papà, ogni famiglia che ha attraversato questo cammino:
i vostri cuori hanno amato, e continuano ad amare.
Anche quando il tempo si è fermato.
Non deve esserci vergogna nel parlarne.
Non deve esserci fretta nel superarlo.
Perché anche quando accade “solo dopo poche settimane”, è una perdita vera.
E fa male.
Il primo mese e mezzo per me è stato buio.
Non ne parlavo. Non volevo parlarne.
Poi, uno dopo l’altro, tutti intorno a me annunciavano con gioia che sarebbero diventati genitori.
E io ero felice per loro… ma dentro, il mio cuore piangeva.
Io sono stata fortunata.
Riccardo è arrivato subito, colmando in parte quel vuoto che provavamo.
Mi ha aiutata una ginecologa meravigliosa, e sì, anche una seduta extra dalla mia psico di fiducia.
💗 Le persone giuste esistono.
Quelle che ascoltano, accolgono e non giudicano.
Io ho trovato conforto anche grazie a , e a chi ha saputo semplicemente stare.
Perché certi dolori non passano…
ma si trasformano.
E diventano amore, consapevolezza, vita.