06/02/2026
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Sono una linguista, in particolare sono una sociolinguista e quindi soffro di una maledizione di Tutankamon, che è il benaltrismo. Tutte le volte che io parlo del mio argomento c'è sempre una persona che salta su e dice: "I problemi sono ben altri, non certo le parole".
Allora, di solito in questi casi io chiedo, sorridendo, facendo gli occhioni dolci, ma qual è il ben altro problema di cui tu ti occupi, al quale dedichi la tua attività?
Può essere qualsiasi cosa... dalla panna nella carbonara, alla situazione geopolitica internazionale.
Allora la domanda successiva che faccio è: "E come te ne occupi?" Faccio manifestazioni, scendo in piazza, scrivo articoli, urlo slogan, ne parlo con gli amici, vado alla casa del popolo... e in quell'occasione come fai ad agire per la tua causa? E diventa abbastanza evidente che la questione della lingua, cioè della parola, è una questione trasversale a tutte le altre. Quale che sia il vostro tema principale, quello a cui volete dedicare forse la vostra vita, non lo potete fare senza parole. Immaginatevi il corteo bellissimo di oggi, in cui sono incappata e ho quasi fatto tardi qui perché volevo farne un pezzettino, senza slogan, senza scritte.
Ce n'è uno in particolare, un cartello che sta girando moltissimo sui social: "ICE ONLY IN THE SPRITZ", che è davvero molto molto italiano e ho pensato; immaginatevi questa manifestazione senza neanche un cartello.
Allora noi abbiamo bisogno delle parole, abbiamo bisogno della lingua e, da persona di sinistra da sempre, continuo a pensare che la sinistra, in cui io mi sento, di cui mi sento parte, abbia delle ottime idee: equità sociale, convivenza delle differenze, aiutare le persone più deboli della società.
È che, richiamando qualcosa che è già stato detto oggi, io penso che abbiamo un problema di marketing, abbiamo il problema di come vendere questa idea, perché la convivenza delle differenze implica uno sforzo, lo sforzo di stare insieme, lo sforzo di partecipare alla società, di compartecipare alla società.
In questo momento sembra che stia vincendo invece una politica che titilla i peggiori pregiudizi delle persone. Per dirla come Telmo Pievani che sollecita l'amigdala e quindi evita la funzione corticale del nostro cervello, no? E fa agire solo l'amigdala che è istintiva e quindi certo che se io vado a sfruzzicare solo l'amigdala ottengo un elettorato che ha paura e vota chi pensa lo possa proteggere da queste paure. Peccato che chi abbraccia questo tipo di politica non si renda conto che se si avallano società in cui è ammissibile la discriminazione sistematica di una quota, di una qualsiasi quota - le persone razzializzate, le persone transgender, le donne, le persone con disabilità, le persone povere - si avvalla una società in cui nessuno è davvero al sicuro, perché domani la quota messa al margine potrebbe essere quella di chi ha votato questa politica.
Ma non possiamo fare discorsi meravigliosi, che ho già sentito oggi e che faccio anch'io, che cerco di fare... se c'è un problema nella ricezione, se c'è un problema nella comprensione dei discorsi che vengono fatti.
Nell'ambito della comunicazione Goffman dice da sempre, ha detto e scritto tante volte, che l'atto comunicativo è un atto cooperativo. Funziona se io mittente ce la metto tutta, ma se dall'altra parte il destinatario o la destinataria è disposta ad ascoltarmi. E se non ha modo di ascoltarmi?
Se non ce la fa, se non ha le armi, gli strumenti per ascoltarmi che cosa succede?
C'è una filosofa che sto studiando ultimamente perché mi serve per il mio nuovo libro, che si chiama Miranda Fricker che cerca di far capire quanto sia sistemica l'impossibilità di arrivare ad avere la parola nel discorso pubblico e quindi essere presente nel discorso pubblico, perché tutta una serie di quote della società tendono, non solo ad essere marginalizzate socialmente e culturalmente ma anche linguisticamente. E questa cosa si chiama, secondo lei, ingiustizia epistemica. C'è anche un altro tipo di ingiustizia, che descrive molto bene Fricker, ovvero quando una persona, o un gruppo di persone, non si danno le parole per comprendere la propria esperienza esistenziale.
Per esempio: sono una donna e mi stuprano, ma quando vado a denunciare, siccome nel mio bagaglio lessicale non c'è la parola stupro, non riesco a spiegarmi e al massimo riesco a dire: mio marito, o la persona che mi ha stuprata, è stata rude con me, perché manca proprio la parola stupro.
Ecco questa cosa Miranda Fricker la chiama ingiustizia ermeneutica.
È il modo più radicale per sottomettere un gruppo sociale o la società intera. Non dare loro le parole per protestare perché manco capiscono quello che sta succedendo loro.
È una forma di ingiustizia più radicale di tutte le altre, perché io posso negare lo spazio pubblico, lo spazio mediatico a una minoranza, ma questo è ancora peggio: perché io, alla base, faccio sì che le persone non possano protestare. Io lo sto vedendo accadere adesso.
Non so se avete dato un'occhiata alle indicazioni per la scuola, alle nuove indicazioni per il primo ciclo, seguiranno poi quelle per gli altri ordini scolastici. Rieccheggia una visione del mondo assolutamente contraria a ciò che il mondo oggi è, mostrando un vero rifiuto della complessità.
Mostrano con molta gravità che dietro c'è, secondo me, un piano abbastanza diabolico di mettere le generazioni future in una condizione di ingiustizia ermeneutica, cioè che non possano neanche protestare per quello che succede loro. E quindi per me, da un punto di vista linguistico, questa è l'emergenza numero uno.
Se tirano su, se tiriamo su generazioni che manco capiscono quello che noi, per esempio, diciamo loro, dove andiamo a finire?
Allora io voglio tornare a qualcosa che diceva uno dei miei maestri principali Tullio De Mauro, quando parla di educazione linguistica democratica.
L'educazione linguistica democratica è la base per una cittadinanza attiva. Se le persone non hanno le parole non possono essere cittadini e cittadine di una democrazia.
E questo discorso sta sulle scatole in maniera bipartisan.
Cioè il benaltrismo a me arriva ovviamente da destra, ma anche da un bel pezzo della sinistra perché i problemi sono ben altri.
Ho individuato due questioni che, secondo me, rendono così fastidiosa la questione linguistica.
1 - Non è eroica, cioè non mi getto col corpo nella... cioè è una cosa apparentemente filosofica, molto astratta. Poi abbiamo sta fissa di scindere, di mentalizzare la conoscenza come se non fosse qualcosa di situato nei corpi, cosa che invece il femminismo mi ha insegnato essere così, cioè il mio corpo fa parte del modo in cui io conosco il mondo e quindi la mia mente non è scissa da quello che succede al mio corpo. Il lavoro sulla lingua è poco visibile, è qualcosa che scava in trincea, scava di lato e, appunto, non si legge un granché sui giornali.
2 - L'altra questione per cui il lavoro linguistico sta antipatico è perché chiama ogni persona in causa, ogni persona in prima persona, non è delegabile. Sono io che inizio ad agire il cambiamento linguistico cambiando i miei comportamenti individuali.
A questo proposito voglio richiamare le parole di un'amica che in questi tempi mi manca tantissimo e continuamente io mi chiedo "ma lei cosa direbbe?"... scrive, in conclusione in uno dei suoi libri più belli:
"La politica del linguaggio, in questo scenario, non sembra la cosa più importante da perseguire ma invece è quella da cui prendono le mosse tutte le altre perché il modo in cui nominiamo la realtà è anche quella in cui finiamo per abitarla."
Queste sono parole di Michela Murgia in conclusione a 'Stai zitta'. La cura della parola per me è un atto di resistenza democratica che tocca a ognuno, ognuna e ognunə di noi e bisognerebbe passare, seguendo proprio il percorso tracciato da Tullio De Mauro, da un'idea di scuola e di società che ci dice come si deve dire una cosa, a un'idea di scuola e socità che ci insegna come si può dire una cosa, perché il mondo della lingua è il mondo delle infinite possibilità; dobbiamo solo imparare a vederle, a riconoscerle e a portarle avanti. Grazie
Vera Gheno, Un'altra storia. L'alternativa nel mondo che cambia,
Prima tappa del viaggio d'ascolto del Partito Democratico - 31 gennaio 2026
fonte: https://www.youtube.com/live/k_mVPioBCB8