Sportmotivator

Sportmotivator Sono Andrea Guarducci SportMotivator, Professionista del Benessere. Ex atleta di alto livello multidisciplinare, continuo a praticare sport livello agonistico.

Lo Sport è la mia passione: aiuto le persone a raggiungere i propri obiettivi

🏆 PRATICHI GIÀ SPORT E VUOI FARE UN SALTO DI QUALITÀ?Non devi cambiare palestra, società o allenatore.Continua ad allena...
27/08/2026

🏆 PRATICHI GIÀ SPORT E VUOI FARE UN SALTO DI QUALITÀ?

Non devi cambiare palestra, società o allenatore.
Continua ad allenarti nel tuo sport, con il tuo tecnico e con la tua squadra.

Il mio lavoro è un altro: affiancare e integrare la tua preparazione, partendo dagli obiettivi del tuo sport e individuando quei gap atletici o mentali che possono limitare la tua prestazione.

Forza, potenza, resistenza, mobilità, prevenzione, capacità di recupero, ma anche concentrazione, gestione della pressione, sicurezza e approccio alla competizione.

Lavoro al servizio dell’atleta e del suo percorso sportivo, senza sostituirmi al lavoro tecnico specifico.

L’esperienza diretta maturata con atleti e campioni mi ha insegnato che, raggiunto un certo livello, spesso non serve semplicemente fare di più: bisogna capire cosa manca e lavorare in maniera mirata proprio su quello.

🎯 Il tuo sport rimane il centro.
Io lavoro su ciò che può aiutarti a praticarlo meglio.

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VINCERE DA GIOVANI NON SIGNIFICA DIVENTARE CAMPIONINello sport giovanile uno degli errori più frequenti è avere fretta d...
23/08/2026

VINCERE DA GIOVANI NON SIGNIFICA DIVENTARE CAMPIONI

Nello sport giovanile uno degli errori più frequenti è avere fretta di insegnare a vincere, invece di avere pazienza nel costruire l’atleta.

Si cercano risultati immediati, si esaspera la tattica, si insegnano strategie “furbe” per sfruttare il regolamento, il punteggio, una superiorità fisica momentanea o poche soluzioni particolarmente redditizie.

E funziona.

Il giovane vince, sembra più forte degli altri e i risultati sembrano confermare che il percorso sia quello giusto.

Ma poi?

Poi gli altri maturano fisicamente. Il livello tecnico aumenta. Le differenze si riducono. Quello che permetteva di vincere a 14, 16 o 18 anni non basta più.

Ed è proprio allora che emergono le lacune.

Perché nel periodo in cui bisognava costruire fondamentali tecnici, capacità motorie, coordinazione, atletismo, comprensione dello sport e capacità di adattamento, si è preferito costruire il risultato.

E c’è un problema ancora più grande: recuperare dopo ciò che non è stato costruito prima è molto più difficile. Nel frattempo alcuni automatismi sono diventati abitudini e certi vizi tecnici sono ormai radicati.

Per questo una sconfitta giovanile, all’interno di un percorso corretto, può avere molto più valore di una vittoria ottenuta anticipando i tempi.

L’obiettivo non dovrebbe essere creare il miglior atleta a 14 o 16 anni.

Dovrebbe essere costruire il miglior atleta possibile dopo la sua maturazione fisica e mentale, indicativamente dai 20 anni in avanti, quando inizierà veramente a esprimere ciò che è stato costruito negli anni precedenti.

Da giovani si costruisce.
Con la maturazione si specializza.
Da adulti si raccoglie.

La tattica e la capacità di vincere arriveranno, perché fanno parte dello sport. Ma devono poggiare sopra fondamenta solide, non sostituirle.

Non insegnare a un giovane atleta come vincere oggi.
Insegnagli tutto ciò che gli servirà per poter vincere domani, quando vincere conterà davvero.

(Foto generata con IA)

L’atleta non si costruisce accumulando allenamentiNegli anni, attraverso lo studio, il lavoro nella preparazione atletic...
19/08/2026

L’atleta non si costruisce accumulando allenamenti

Negli anni, attraverso lo studio, il lavoro nella preparazione atletica e soprattutto l’esperienza diretta con gli atleti, mi sono convinto sempre di più di una cosa:
a un certo punto, aumentare semplicemente il lavoro non garantisce automaticamente un’evoluzione.
A volte significa solo rendere più stabile ciò che già esiste.
E questa, nel tempo, diventa una differenza interessante da osservare.
Prendiamo il judo, che conosco direttamente e che offre un esempio molto chiaro.
Un atleta può partecipare a stage, OTC, ITC, sostenere decine di randori, incontrare profili diversi e trascorrere moltissime ore sul tatami.
L’esperienza cresce, questo è evidente.
Ma la domanda che spesso rimane aperta è un’altra:
che tipo di adattamento sta realmente avvenendo?
Perché non sempre più tempo significa automaticamente un’evoluzione diversa.

Prima di allenare bisogna osservare

Il primo passaggio, almeno per come lo vedo io, non è mai l’esercizio. È la lettura.
Quando lavoro o ragiono su un atleta cerco di partire da ciò che emerge, non da ciò che dovrebbe emergere.
Quali sono le sue tendenze?
Dove sembra più stabile?
Dove invece perde continuità?
Cosa accade quando cambia il ritmo?
Cosa succede quando la situazione non è più prevedibile?
Quanto riesce a rimanere dentro il combattimento quando le sue soluzioni abituali non funzionano?
E soprattutto:
che tipo di risposta emerge quando il contesto non collabora più?
Spesso è lì che si intravede qualcosa.
Il limite non è sempre evidente
In molti casi, quando un atleta sembra fermo, la risposta immediata è aumentare il carico.
Più judo, più randori, più situazioni.

Ma non sempre il problema è la quantità.
A volte è la direzione.
Se il limite è fisico, si manifesta in un certo modo.
Se è tecnico, in un altro.
Se è tattico, cambia ancora.
Se è coordinativo, si nasconde altrove.

E se tutto sembra funzionare ma non si traduce in prestazione, allora il punto diventa più sottile.
Non sempre ciò che manca è visibile nel gesto.
Sapere dove si sta andando.
Dire “migliorare” è una delle espressioni più ambigue che esistano nello sport.

Migliorare cosa, esattamente?
Un secondo attacco?
Una soluzione alternativa?
Una gestione diversa del tempo?
Una risposta più stabile sotto pressione?
O forse qualcosa che ancora non ha una forma precisa?

A volte il lavoro non è aggiungere, ma immaginare prima. E poi provare a capire cosa serve per avvicinarsi a quell’immagine.

Costruire, separare, ricomporre

La prestazione è un sistema unico, ma non sempre si sviluppa in modo lineare.
Ci sono momenti in cui alcune componenti sembrano dover essere isolate per poter essere comprese meglio.
Forza, velocità, resistenza, coordinazione, decisione.
Elementi che raramente crescono tutti insieme nello stesso momento.
E poi, in qualche modo, devono tornare a convivere.
Non sempre nello stesso ordine.
Altri sport come linguaggi
A volte, per capire meglio un atleta, è utile osservare anche ciò che non è il suo sport.
Non per cambiarlo. Ma per ampliare il vocabolario motorio.
La corsa, la ginnastica, il sollevamento pesi, le attività di endurance, etc…
Ognuna può offrire qualcosa.
Non come modello da imitare, ma come stimolo da reinterpretare.
La parte interessante non è mai l’esercizio in sé.
È ciò che rimane dopo.
Il problema non è eseguire
Nel tempo ho iniziato a osservare una cosa ricorrente. Molti atleti diventano molto bravi a ripetere ciò che conoscono.
Ma il combattimento raramente si ripete.
E quando cambia, non sempre le soluzioni restano disponibili.
È qui che emerge una differenza sottile:
sapere fare qualcosa non significa necessariamente saperla ritrovare quando serve.
Il randori come verifica, non come abitudine
Il randori è centrale.
Ma forse non sempre nel modo in cui viene interpretato.
Può essere un contesto di sviluppo, certo.
Ma anche un contesto di verifica.
E tra le due cose c’è una differenza importante.
Se tutto rimane invariato, anche il risultato tende a rimanere invariato.
A volte, per osservare qualcosa di nuovo, è necessario cambiare le condizioni.
Non sempre in modo drastico.
Ma sufficiente a spostare l’equilibrio.
Il fisico come mezzo, non come fine
La preparazione fisica è spesso letta attraverso i numeri.
Ma nel tempo la domanda diventa un’altra:

a cosa serve quella capacità, dentro il gesto?

Non sempre ciò che migliora in palestra si trasferisce automaticamente sul tatami.
E non sempre ciò che si vede sul tatami nasce dove ci si aspetta.

La parte meno visibile: c’è poi un aspetto che raramente si riesce a misurare in modo diretto.
La gestione. La capacità di restare dentro una situazione senza perderne il controllo.
Di adattarsi senza interrompere.
Di continuare a leggere mentre tutto cambia.

Non è solo tecnica.

Non è solo fisico.

E non è solo mentale.

È qualcosa che emerge dall’integrazione.
Alla fine tutto si ricompone
In qualche modo, tutto tende a tornare insieme.
Fisico, tecnica, decisione, tempo, pressione.
Ma non sempre nello stesso modo.
E non sempre nello stesso momento.
Il randori, in questo senso, diventa un punto di osservazione.
Non necessariamente un punto di partenza.
Una possibile sintesi.Forse il processo non è una linea. Forse assomiglia più a una serie di passaggi che si ripetono, ma ogni volta in modo leggermente diverso.

Osservare.

Capire cosa limita.

Immaginare una direzione.

Costruire qualcosa.

Spostarlo.

Verificarlo.

E poi ricominciare.

Non sempre nello stesso ordine.

Non sempre con le stesse priorità.

Una domanda che rimane aperta

Alla fine, forse, la questione non è quanto un atleta si allena.

Ma cosa diventa mentre si allena.

E cosa diventa quando smette di fare ciò che già sa fare bene.
Il resto, spesso, si scopre solo nel momento in cui si prova a cambiare qualcosa.

10/08/2026

Intervista con Samuele Bencini sul “Trittico di Romagna”

“Il grado non misura il valore di una persona. Lo testimonia.”Nel Judo, come nel Karate, una cintura non dovrebbe mai es...
18/07/2026

“Il grado non misura il valore di una persona. Lo testimonia.”

Nel Judo, come nel Karate, una cintura non dovrebbe mai essere un punto di arrivo, ma il simbolo di un percorso fatto di studio, sacrificio, disciplina e crescita continua.

Il grado riconosce competenze tecniche, esperienza e responsabilità, ma il vero Maestro si riconosce soprattutto da come insegna, da come tratta le persone e dall’esempio che offre ogni giorno.

Si può essere un ottimo agonista, un eccellente insegnante o un grande educatore: sono qualità diverse, tutte importanti, che non sempre coincidono con il numero di Dan indossato.

Ogni cintura, dalla bianca alla più alta, ha lo stesso dovere: continuare a imparare con umiltà.

Perché nelle arti marziali il rispetto non nasce dal colore della cintura, ma dal comportamento. E il grado più alto non è quello cucito sulla cintura, bensì quello che gli allievi riconoscono nel cuore di chi li guida.

Il vero Maestro non smette mai di essere un allievo.

Flessioni o piegamenti ?Oggi è molto comune sentire dire “fare le flessioni” per indicare il classico esercizio a corpo ...
27/06/2026

Flessioni o piegamenti ?

Oggi è molto comune sentire dire “fare le flessioni” per indicare il classico esercizio a corpo libero. In realtà, questo è un uso popolare del termine, ormai diffusissimo, ma dal punto di vista tecnico l’esercizio si chiama “piegamento sulle braccia”.

La differenza è semplice:

* Flessione è un movimento articolare: significa ridurre l’angolo tra due segmenti del corpo. Esistono la flessione del gomito, del ginocchio, dell’anca, del busto e così via.
* Piegamento sulle braccia è invece il nome dell’esercizio, durante il quale avvengono diverse flessioni articolari (soprattutto dei gomiti e delle spalle).

L’inglese elimina ogni ambiguità perché distingue chiaramente i due concetti:

* Push-up = l’esercizio (piegamento sulle braccia).
* Flexion = il movimento articolare di flessione.

Per questo, nei testi tecnici, nella biomeccanica, nell’educazione fisica e nella chinesiologia è più corretto parlare di piegamenti sulle braccia piuttosto che di flessioni, anche se quest’ultimo termine è ormai entrato nel linguaggio comune. È un po’ come dire “Scotch” per indicare qualsiasi nastro adesivo: tutti capiscono cosa si intende, ma il termine tecnico è un altro.

Andrea Guarducci
Sportmotivator

“Se vuoi togliere la pancia devi fare così…”Quante volte sentiamo frasi come questa?Spesso arrivano da persone molto mus...
18/06/2026

“Se vuoi togliere la pancia devi fare così…”

Quante volte sentiamo frasi come questa?

Spesso arrivano da persone molto muscolose, con fisici costruiti in anni di allenamento specifico, alimentazione rigorosa e, non di rado, un uso massiccio di integratori. Persone che vedono nel bodybuilding la risposta a qualsiasi problema fisico.

La realtà, però, è molto diversa.

Non esiste l’esercizio magico che fa sparire la pancia. Non esiste il circuito segreto, il macchinario miracoloso o l’integratore capace di sciogliere il grasso addominale.

Se non ci sono patologie particolari, che devono sempre essere valutate e seguite dal medico, il dimagrimento si basa su principi semplici ma scientificamente consolidati.

Il primo è il deficit calorico: consumare più energia di quella che si introduce con l’alimentazione.

Il secondo è il movimento regolare, scelto in base all’età, alle condizioni fisiche, alla storia sportiva e agli obiettivi della persona.

Negli ultimi anni, però, si è diffusa una moda curiosa: quella di demonizzare il lavoro aerobico.

Camminare? Inutile.

Correre? Ti mangia i muscoli.

Andare in bicicletta? Perdi tempo.

Molti sembrano considerare più importante una panca da 100 kg o uno squat da 200 kg che essere in grado di camminare per un’ora, salire le scale senza affanno o affrontare una giornata con energia.

La verità è che il corpo umano non è nato per stare fermo tra quattro mura e sollevare pesi soltanto. È nato per muoversi.

La palestra è uno strumento straordinario. Aiuta a mantenere e sviluppare la massa muscolare, migliora la forza, protegge articolazioni e ossa, rallenta l’invecchiamento e aumenta l’autonomia nelle attività quotidiane.

Ma l’allenamento con i pesi rappresenta soltanto una parte del quadro.

L’attività aerobica — camminare, correre, pedalare, nuotare o semplicemente muoversi con continuità — migliora la salute cardiovascolare, la funzionalità polmonare, la pressione arteriosa, il controllo della glicemia, la gestione dello stress e la capacità dell’organismo di utilizzare i grassi come fonte energetica.

E quando questa attività viene svolta all’aperto i benefici aumentano ulteriormente.

La luce naturale contribuisce alla regolazione dei ritmi biologici e del sonno. Il contatto con l’ambiente esterno riduce lo stress e migliora l’umore. L’esposizione moderata al sole favorisce la sintesi della vitamina D. Il cervello riceve stimoli continuamente diversi e questo produce effetti positivi sul benessere psicologico.

Non è un caso che una camminata in un parco, una corsa in campagna o un giro in bicicletta facciano stare meglio non solo fisicamente ma anche mentalmente.

Per questo il vero obiettivo non dovrebbe essere scegliere tra palestra e attività aerobica.

La scelta migliore è unirle.

Un corpo forte ma senza resistenza è limitato.

Un corpo resistente ma senza forza è incompleto.

La salute nasce dall’equilibrio tra forza, resistenza, mobilità, composizione corporea e benessere mentale.

La domanda non dovrebbe essere:
“Qual è l’esercizio migliore per togliere la pancia?”

Ma:
“Qual è il percorso più adatto a me?”

Perché una persona di 25 anni che si allena da sempre non è uguale a una di 60 anni con problemi articolari. Chi ha praticato sport per tutta la vita non è uguale a chi riprende dopo anni di sedentarietà.

La vera competenza non consiste nel proporre a tutti lo stesso allenamento.

Consiste nel capire chi hai davanti.

Poi, certo, esistono alcune regole che valgono quasi per tutti:

✅ mangiare in modo equilibrato
✅ limitare gli eccessi
✅ ridurre o eliminare l’alcol
✅ smettere di fumare
✅ allenare la forza
✅ svolgere attività aerobica con regolarità
✅ dormire adeguatamente
✅ avere pazienza

Perché il dimagrimento non è una gara contro il proprio corpo.

È un percorso per stare meglio, vivere più a lungo e avere una qualità della vita migliore.

E nessun professionista serio dovrebbe mai far credere che basti un singolo esercizio per cambiare tutto.

Andrea Guarducci
SportMotivator

Fitness low cost: opportunità o svalutazione della salute?Negli ultimi anni il panorama del fitness europeo è cambiato r...
12/06/2026

Fitness low cost: opportunità o svalutazione della salute?

Negli ultimi anni il panorama del fitness europeo è cambiato radicalmente.

Sono nate e cresciute enormi catene low price che stanno conquistando il mercato. Basic-Fit conta oggi oltre 2.150 club e quasi 6 milioni di iscritti in Europa. In Francia Fitness Park propone abbonamenti a meno di 20 euro ogni quattro settimane. In Germania McFIT e FitX lavorano con quote intorno ai 30 euro al mese. Nel Regno Unito PureGym e The Gym Group hanno trasformato il concetto stesso di palestra: accesso 24 ore su 24, iscrizione online, migliaia di metri quadrati e costi estremamente contenuti.

Da professionista del movimento, del benessere e della preparazione atletica, non considero questo fenomeno un problema.

Anzi.

Se milioni di persone hanno iniziato a muoversi grazie a queste strutture, il settore deve riconoscere che il low cost ha avuto un merito enorme: rendere l’attività fisica accessibile a chi prima non avrebbe mai messo piede in palestra.

Il problema non è il low cost.

Il problema nasce quando il prezzo diventa l’unico parametro di valutazione.

Quando la prima domanda diventa:

“Quanto costa?”

e scompaiono tutte le altre.

“Chi mi seguirà?”

“Che competenze hanno gli istruttori?”

“Quale percorso mi verrà proposto?”

“Quali risultati posso aspettarmi tra sei mesi o un anno?”

Perché allenarsi non significa semplicemente entrare in una sala piena di attrezzi.
Allenarsi significa migliorare il proprio stato di salute.
E qui emerge una contraddizione interessante.
Per scegliere un medico chiediamo competenze.
Per scegliere un fisioterapista chiediamo esperienza.
Per scegliere un dentista chiediamo curriculum e referenze.
Per scegliere una palestra spesso chiediamo soltanto il prezzo.

Eppure l’esercizio fisico è uno degli strumenti più potenti che possediamo per prevenire obesità, diabete, ipertensione, malattie cardiovascolari, dolori muscolo-scheletrici, decadimento funzionale e perfino molte forme di disagio psicologico.

La realtà è che la maggior parte delle persone che oggi entra in palestra non è un culturista.
Sono uomini e donne che hanno qualche chilo di troppo.
Persone che soffrono di mal di schiena.
Persone stressate.
Persone sedentarie.
Persone che hanno superato i 40, i 50 o i 60 anni.
Persone che vogliono semplicemente stare meglio.
Per loro la differenza non la fanno 100 macchine in più.

La differenza la fa trovare qualcuno che sappia accoglierle, motivarle, correggerle, proteggerle dagli errori e costruire un percorso sostenibile nel tempo.

Osservando ciò che accade nei Paesi più avanzati, emerge una tendenza molto interessante.

Da una parte continuano a crescere i giganti low cost. Dall’altra si sviluppano sempre di più strutture premium che vendono esperienza, servizi, wellness, spa, personal training e assistenza continua.

Ma tra questi due estremi sta emergendo un terzo modello che considero particolarmente interessante.
Una palestra che non è né low cost né esclusiva.
Una palestra che offre un corretto equilibrio tra prezzo, competenza, presenza dello staff, programmi personalizzati, attenzione alla salute e qualità dell’ambiente.

È il modello che sta trovando sempre più spazio nel Nord Europa, in Olanda, in Germania e in Canada.

Ed è probabilmente il modello che in Italia ha ancora maggiori margini di crescita.

Poi ci sono loro.

Le palestre di quartiere.
Quelle che qualcuno considera obsolete.
Io credo invece che rappresentino un patrimonio sociale straordinario.
Sono luoghi dove non sei un numero.
Dove qualcuno conosce il tuo nome.
Dove si accorge se manchi da una settimana.
Dove convivono ragazzi, adulti e anziani.
Dove nascono amicizie.
Dove si costruiscono abitudini sane.
Dove il benessere passa anche dalle relazioni umane.

Naturalmente non tutte le piccole palestre sono eccellenti e non tutte le grandi catene sono impersonali.

La qualità non dipende dalle dimensioni.

Dipende dalla visione.

Per questo il mio auspicio non è che vincano le grandi catene o che resistano le piccole strutture.
Il mio auspicio è che il fitness smetta di essere valutato esclusivamente come una spesa.
Perché quando parliamo di allenamento non stiamo acquistando semplicemente l’accesso a un attrezzo.

Stiamo investendo sulla nostra salute futura.

E la vera domanda, forse, non dovrebbe essere:

“Quanto costa?”

Ma:

“Come starò tra un anno grazie a questa scelta?”


























Mio figlio vuole cambiare sport. Lo lascio fare?Una scelta sportiva che vale molto più di una semplice attivitàQuando un...
09/06/2026

Mio figlio vuole cambiare sport. Lo lascio fare?

Una scelta sportiva che vale molto più di una semplice attività

Quando un bambino sceglie uno sport non sta semplicemente decidendo come trascorrere alcune ore della settimana. Sta entrando in un ambiente educativo, relazionale ed emotivo che contribuirà alla costruzione della sua personalità.

Per questo motivo la scelta di iniziare, interrompere o cambiare sport non può essere valutata soltanto in base al divertimento del momento, ma deve essere inserita in un percorso di crescita più ampio.

Negli ultimi anni è sempre più frequente osservare bambini che passano rapidamente da uno sport all’altro. Dopo poche settimane o pochi mesi arriva la richiesta: “Non mi piace più”, “Mi annoio”, “È troppo difficile”, “Il mio amico fa un altro sport e si diverte di più”.

Di fronte a queste richieste molti genitori si trovano in difficoltà: è giusto lasciare scegliere il bambino? Oppure bisogna insistere affinché continui?

Il bambino può scegliere da solo?

La risposta è: dipende dall’età e dalla maturità.

Fino ai 6-7 anni il bambino vive prevalentemente nel presente. Le sue scelte sono guidate dall’emozione immediata e dalla gratificazione del momento.

Tra gli 8 e i 10 anni inizia a sviluppare una maggiore capacità di riflessione, ma fatica ancora a valutare le conseguenze a lungo termine delle proprie decisioni.

Solo verso gli 11-13 anni compare una capacità più strutturata di comprendere impegno, sacrificio e progettualità.

Questo significa che un bambino piccolo deve essere ascoltato, ma non può essere lasciato completamente solo nelle decisioni sportive.

I genitori hanno il compito di guidare, non di comandare.

Consigliare o imporre?

Esiste una grande differenza tra accompagnare una scelta e imporla.

Il genitore che impone rischia di trasformare lo sport in un obbligo.

Il genitore che lascia decidere tutto rischia invece di trasmettere un messaggio altrettanto pericoloso: ogni volta che qualcosa diventa difficile si può cambiare.

L’obiettivo educativo dovrebbe essere un altro: insegnare al bambino a distinguere tra una scelta autentica e una fuga dalla difficoltà.

Se un bambino desidera cambiare sport perché ha scoperto una nuova passione, il cambiamento può essere positivo.

Se invece vuole cambiare perché perde, si stanca, incontra avversari più forti o deve ripetere gli esercizi molte volte, allora il problema non è lo sport ma il rapporto con la frustrazione.

Il rischio della cultura del “cambio”

Viviamo in una società che offre infinite possibilità di scelta.

Canali televisivi, videogiochi, social network e contenuti digitali permettono di cambiare continuamente attività appena compare la noia.

Il rischio è che questo modello venga trasferito anche nello sport.

Quando il bambino impara che può interrompere ogni esperienza al primo ostacolo, rischia di sviluppare una mentalità fragile.

Lo sport dovrebbe invece insegnare il contrario:

la costanza;
la pazienza;
la capacità di riprovare;
la gestione dell’errore;
la soddisfazione che nasce dal miglioramento.
Molti dei benefici educativi dello sport arrivano proprio dopo aver superato i momenti difficili.

L’influenza degli amici

Un altro elemento molto frequente è l’influenza del gruppo dei pari.

Un compagno di scuola racconta quanto si diverte nel calcio, nella danza, nel basket o nel nuoto e improvvisamente il bambino desidera fare la stessa attività.

Questo comportamento è normale.

Durante la crescita il bisogno di appartenenza al gruppo è molto forte.

Tuttavia è importante aiutare il bambino a comprendere che ogni sport mostra soltanto la parte visibile e divertente.

Dietro ogni attività esistono allenamenti, fatica, ripetizioni e momenti di difficoltà.

L’erba del vicino sembra sempre più verde, soprattutto quando si osserva soltanto il risultato finale.

Quando il cambiamento può essere corretto

Cambiare sport non è sempre un errore.

Può essere una scelta giusta quando:

il bambino manifesta un interesse stabile e duraturo verso un’altra disciplina;
l’ambiente sportivo non è adeguato;
il rapporto con tecnici o compagni è problematico;
lo sport scelto non rispecchia più le caratteristiche del ragazzo.
In questi casi il cambiamento rappresenta una crescita e non una fuga.

Come possono aiutare i genitori?

Prima di accettare un cambiamento è utile porsi alcune domande:

“Da quanto tempo mio figlio pratica questo sport?”

“Vuole smettere dopo una singola esperienza negativa o da molti mesi?”

“Sta evitando una difficoltà oppure sta cercando una nuova passione?”

“Ha davvero conosciuto a fondo questa disciplina?”

Spesso può essere utile concordare un obiettivo temporale.

Ad esempio: “Proviamo a terminare l’anno sportivo e poi rivalutiamo insieme.”

In questo modo il bambino impara a rispettare gli impegni presi senza sentirsi imprigionato.

Lo sport come scuola di vita

Lo scopo dello sport giovanile non è creare campioni.

È formare persone.

Attraverso lo sport il bambino impara che non sempre si vince, che il miglioramento richiede tempo e che la soddisfazione più grande nasce spesso dopo aver superato una difficoltà.

Per questo motivo la domanda non dovrebbe essere:

“Devo lasciare che mio figlio cambi sport?”

Ma piuttosto:

“Cosa sta imparando mio figlio da questa scelta?”

La risposta a questa domanda aiuterà genitori, tecnici ed educatori a prendere la decisione migliore.

Andrea Guarducci
Personal Trainer, Mental Coach e Tecnico Sportivo

29/05/2026

Indirizzo

Via Lorenzo Ciulli 22 Seminterrato
Prato
59100

Orario di apertura

Lunedì 05:30 - 22:30
Martedì 05:30 - 22:30
Mercoledì 05:30 - 22:30
Giovedì 05:30 - 22:30
Venerdì 05:30 - 22:30

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