05/05/2026
Penso che sia giunto il momento di ripensare il ruolo del padre.
Non in termini di complicità, che è lo stile oggi prevalente, ma di responsabilità educativa: è il padre educativo è la nuova figura di cui i figli hanno bisogno.
Il “papà peluche” è l’erede diretto del padre padrone, nel senso che ne è la sua versione speculare. Sente di dover essere sempre presente perché suo padre è stato assente. Se il padre padrone non ascoltava, il papà peluche ascolta e vuole essere ascoltato all’infinito. Ama le parole, i lunghi spiegoni: è la reazione opposta al fatto che i nostri padri non cercavano di convincere ma si imponevano, volevano farsi obbedire.
Il classico equivoco è la confusione tra presenza e funzione educativa, ma non è quello il punto. Esistono ruoli educativi diversi, legati al codice paterno e materno, che cambiano e si modificano con l’età dei figli.
Per questo è fondamentale il gioco di squadra che, attenzione!, non vuol dire fare le stesse identiche cose, con una divisione a metà su tutto. Quello non funziona.
Essere genitore diventa difficile quando vuoi fare il “genitore amico”, come il papà peluche o la “supermamma”, come descrive il plusmaterno di cui parla Laura Pigozzi. Quando invece di fare gioco di squadra si elimina l’altro genitore dallo scenario educativo, allora diventa difficile.
Educare è prima di tutto una questione di buona organizzazione e se i genitori sono due non si fa da soli. Non è sempre uguale, ma va agito a seconda dell’età.