22/06/2026
Tre anni fa, una mattina come tante, il mio occhio destro si è spento.
All’improvviso.
Senza preavviso.
Senza darmi il tempo di capire.
Poi sono arrivati il pronto soccorso, gli esami, il ricovero, gli accertamenti… e infine la verità: una trombosi aveva colpito il mio occhio, danneggiando in modo irreversibile il nervo ottico.
Da quel momento, la mia vita è cambiata.
Ci sono stati mesi durissimi.
Fisicamente. Emotivamente. Psicologicamente.
Mesi in cui ho dovuto fare i conti con una nuova me, con una realtà che non avevo scelto e che non sapevo come accettare.
Per un periodo ho persino creduto di stare recuperando… ma era solo un’illusione. Un recupero fittizio. E quando l’ho capito, il colpo è stato ancora più forte.
La ferita più grande, però, non è stata solo quella personale.
È stata quella professionale.
Per chi, come me, lavora nel mondo del make-up e delle nails, la vista non è un dettaglio: è tutto.
È precisione. È controllo. È perfezione nei minimi particolari.
E io, che da sempre insegno questo lavoro con passione, mi sono trovata davanti alla paura più grande: dover rinunciare a ciò che sono.
Ho pensato che fosse finita.
Ho pensato che da quel momento avrei potuto solo “resistere”, ma non crescere più.
Che avrei dovuto accontentarmi di sopravvivere professionalmente, mettendo da parte sogni, ambizioni, evoluzione.
Ma chi mi conosce lo sa: posso crollare, sì… ma non resto a terra.
E così, dopo il dolore, la rabbia, la fatica e il tempo necessario per accettare questa nuova condizione, ho scelto di rimettermi in gioco.
E non in punta di piedi.
Ho scelto di farlo davvero. Fino in fondo.
Qualche mese fa mi sono iscritta a un corso di 6 giorni per conseguire il titolo di MASTER INSTRUCTOR con il grande Leon Cabriales, maestro di fama internazionale e mio mentore dal 2016, anno in cui ho conseguito con lui il Master.
È stata una delle esperienze più intense, difficili e significative della mia vita.
Sei giorni estenuanti.
Sei giorni in cui ho dovuto sforzare la vista per ore e ore, molto più di quanto accada normalmente nel mio lavoro quotidiano.
Sei giorni di dettagli minuscoli, concentrazione estrema, stanchezza, pressione, paura di non farcela.
Ci sono stati tanti momenti di sconforto.
Momenti in cui non mi sentivo all’altezza.
Momenti in cui guardavo le mie colleghe e sentivo tutto il peso del mio limite.
Ma c’è una cosa che non ho fatto neanche per un solo istante: mollare.
Mi ripetevo che non era una gara con gli altri.
Era una sfida con me stessa.
Con la donna che tre anni fa aveva visto il suo mondo cambiare all’improvviso.
Con la donna che ha dovuto imparare a lavorare con il 50% delle sue possibilità.
Con la donna che, nonostante tutto, non voleva smettere di credere in se stessa.
E allora sono rimasta più a lungo la sera.
Ho iniziato prima al mattino.
Ho rispettato i miei tempi, senza pretendere da me l’impossibile, ma senza concedermi la resa.
Leon, in questo percorso, è stato straordinario.
Non mi ha trattata con pietà, non mi ha fatta sentire diversa.
Mi ha vista. Davvero.
E il quarto giorno mi ha affidato volutamente un lavoro molto impegnativo, fatto di dettagli piccolissimi.
Solo dopo mi ha confidato che non era stata una scelta casuale: voleva capire fin dove potessi arrivare.
E io ci sono arrivata.
Con più fatica, con più tempo, con tutta la paura addosso… ma ci sono arrivata.
Ecco perché questo Master, per me, non è semplicemente un titolo.
È la mia rivincita.
È il mio riscatto.
È la prova che anche quando la vita ti toglie qualcosa di enorme, non può portarti via ciò che sei, se scegli di non arrenderti.
Ho imparato che la forza non è fare finta di non avere limiti.
La forza è guardarli in faccia, accettarli, rispettarli… e andare avanti lo stesso.
Con tempi diversi. Con più fatica. Con più ostacoli.
Ma andare avanti.
Oggi questo attestato non racconta solo un traguardo professionale.
Racconta una battaglia silenziosa.
Racconta le lacrime che nessuno ha visto.
Racconta le sere in cui mi sono sentita fragile, inadeguata, stanca.
Racconta il coraggio di una donna che ha avuto paura, ma ha scelto comunque di provarci. Ancora. E ancora.
Grazie a Leon Cabriales per aver creduto in me, per avermi guidata, spronata e accompagnata in questo percorso con intelligenza, sensibilità e rispetto.
Grazie alle mie colleghe di corso, e in particolare a Elora, Paula e Jessica, per il supporto e la vicinanza.
Ma il grazie più profondo, quello che viene da un punto del cuore che le parole non riescono nemmeno a spiegare bene, va alla mia famiglia.
A mio marito, ai miei figli e alla mia mamma.
Ogni sera, con una telefonata, una parola, un incoraggiamento, siete stati la mia forza quando io facevo fatica a trovarla da sola.
Se sono arrivata fino in fondo, è anche e soprattutto grazie a voi.
Oggi guardo questo attestato e vedo molto più di un pezzo di carta.
Vedo la mia caduta.
Vedo il mio dolore.
Vedo la mia rinascita.
E vedo una donna che, anche con una parte di sé ferita per sempre, ha scelto di non smettere di credere nel proprio valore.
Questa sono io.
Più fragile, forse.
Ma infinitamente più forte. ✨❤️