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UN CANE MORDE. MA IL PROCESSO È ALL’ADDESTRAMENTO⏱️ Tempo di lettura: circa 6 minuti.Nel video commentato da Angelo Vair...
19/10/2026

UN CANE MORDE. MA IL PROCESSO È ALL’ADDESTRAMENTO

⏱️ Tempo di lettura: circa 6 minuti.

Nel video commentato da Angelo Vaira vediamo un pastore tedesco tra un uomo in uniforme e un presentatore. Quest’ultimo accarezza ripetutamente la testa del cane, porta le mani ai lati del collo e avvicina il volto al suo muso. Il cane reagisce con un morso verso il viso.

Una scena seria, nella quale sarebbe necessario interrogarsi anzitutto sulla gestione del cane e sull’interazione accettabile

Il commento, invece, si apre già con una conclusione: “L’addestramento al controllo non è la soluzione”.

Prima ancora di conoscere la storia del cane, la sua preparazione e le circostanze dell’episodio, l’addestramento è già sul banco degli imputati.

È un cane poliziotto, quindi sarebbe “perfettamente addestrato”

Questo è il primo passaggio che contesto a Vaira.

“Cane poliziotto” indica un impiego, ma non ci dice quale specializzazione abbia quel soggetto, quale percorso abbia seguito e quali competenze siano state verificate.

Antidroga? Antiesplosivo? Ricerca di persone? Pattugliamento e intervento?

Nel commento non viene chiarito. Eppure, sapere a che cosa sia stato preparato quel cane è indispensabile prima di utilizzarlo come dimostrazione dei limiti dell’addestramento.

Saper svolgere un compito operativo non equivale a essere disponibile a qualsiasi contatto fisico da parte di un estraneo.

Definirlo “perfettamente addestrato” sulla base della sua appartenenza alla polizia significa attribuirgli una garanzia che poi il morso permette facilmente di demolire. Ma quella garanzia è stata introdotta dal commentatore.

Nelle immagini il presentatore mantiene un contatto ravvicinato: accarezza la testa, porta le mani attorno al collo e si protende verso il cane.

Vaira segnala rotazioni della testa, leccamenti, sguardo fisso e irrigidimento. È corretto richiamare l’attenzione sul comportamento del cane e sull’opportunità di interrompere un’interazione quando emergono segnali di disagio.

Ma proprio questa lettura rende inevitabile una domanda:

Se il cane stava manifestando difficoltà, perché il contatto è proseguito?

Chi aveva la sua gestione avrebbe dovuto valutare l’approccio, stabilirne i limiti e intervenire per tempo. Il presentatore, da parte sua, adotta una modalità di contatto che non dovrebbe essere data per scontata con un cane sconosciuto.

Non sappiamo quali indicazioni fossero state scambiate prima della ripresa, né chi avesse autorizzato che cosa. Per questo non possiamo ricostruire tutte le responsabilità. Possiamo però osservare che, nella sequenza mostrata, il contatto prosegue fino alla reazione del cane, senza un’efficace interruzione preventiva.

È da qui che dovrebbe partire l’analisi.

Vaira riconosce un problema di gestione, poi ne ricava una conclusione sull’addestramento

Nel commento viene criticata anche la disposizione delle persone: il cane si trova tra il poliziotto e il presentatore.

È un’osservazione pertinente sul controllo dell’interazione. Tuttavia, mettere il conduttore tra il cane e l’estraneo può essere una precauzione utile, non una formula che rende automaticamente sicura qualsiasi situazione.

Occorre valutare quel cane, quella persona, quelle distanze e quel contesto.

Soprattutto, un errore nella gestione di un incontro non dimostra, da solo, l’inadeguatezza dell’addestramento ricevuto.

Per arrivare a quella conclusione servirebbero informazioni sul percorso svolto e un collegamento dimostrabile con l’episodio. Nel video questo collegamento non viene documentato.

Vaira sottolinea subito la presenza del collare a strangolo.

Ma che cosa possiamo ricostruire, da queste immagini, sul suo utilizzo nella preparazione del cane? Quali elementi permettono di attribuirgli un ruolo causale nel morso?

Il commento non li fornisce.

Si può discutere criticamente di uno strumento e del suo impiego. La sua presenza in un’inquadratura, però, non sostituisce la dimostrazione di ciò che avrebbe provocato.

E dov’è la valutazione del cane?

È la domanda che continua a mancare.

Qual è la sua storia? Come risponde abitualmente agli estranei? Qual è la sua disponibilità al contatto? Aveva già manifestato difficoltà analoghe? Quali esperienze aveva fatto in situazioni simili?

Da addestratore, vorrei conoscere anche le sue caratteristiche individuali: socialità, tempra, sensibilità, tempi e modalità di reazione.

Non per attribuirgli un profilo a distanza, ma proprio per evitare di farlo.

Quel cane merita una valutazione individuale prima di diventare il manifesto contro l’intera attività di addestramento .

Nella parte conclusiva Vaira descrive l’educazione come il lavoro che permette al cane di comprendere ciò che accade e gestirsi anche senza comando. L’addestramento, invece, viene riassunto nell’esecuzione di ciò che gli viene richiesto.

Vaira non afferma letteralmente che un cane educato non morda mai. Tuttavia, accostando questa spiegazione alla scena, suggerisce che l’educazione avrebbe fornito le capacità mancanti al cane addestrato.

Su quali elementi si fonda questa conclusione?

Non viene documentato che quel cane abbia ricevuto soltanto una preparazione operativa, senza un percorso educativo. Non viene dimostrato che un diverso percorso avrebbe impedito quella specifica reazione.

Ridurre l’addestramento a “io ti dico e tu fai” offre al pubblico una rappresentazione estremamente limitata del lavoro: insegnare competenze può comprendere anche risposte autonome, adattamento a condizioni differenti e generalizzazione degli apprendimenti.

La qualità di un percorso si valuta attraverso obiettivi, metodi, benessere e risultati. Non attraverso la parola scelta per definirlo.

Una critica che considero profondamente fuorviante

Il problema del commento di Vaira è questo: osservazioni utili sul comportamento e sulla gestione vengono inserite in una cornice che mette sotto accusa l’addestramento senza documentarne la responsabilità nell’episodio.

Si parte da un cane vero, ma si arriva a una conclusione generale lasciando senza risposta proprio le domande su quel cane.

E al pubblico può restare un messaggio pericolosamente rassicurante: il cane addestrato esegue, quello educato comprende e quindi saprà gestire la situazione.

Nessuna etichetta rende superflua la prudenza. Nessun percorso autorizza a ignorare i segnali del cane.

È uno dei problemi della cinofilia sui social: un episodio complesso viene ridotto a una contrapposizione immediata, nella quale c’è già una parte da condannare e un’altra da presentare come soluzione.

Io ritengo che una divulgazione seria debba fare di più, prima di utilizzare quel morso per impartire una lezione sull’addestramento.

Le immagini mostrano un’interazione conclusa con un morso. La condanna dell’addestramento è la conclusione che Vaira vi costruisce sopra. E quella conclusione, nel video, non è dimostrata.

Smontiamo le narrazioni per costruire cultura cinofila.

Mauro Bragagnini
Meravigliosa vita da cani ASD

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MI VOGLIONO MORTOTemo di lettura 4 minuti Un titolo che evoca una minaccia estrema. Poi l’insonnia, l’orario preciso, il...
17/10/2026

MI VOGLIONO MORTO

Temo di lettura 4 minuti

Un titolo che evoca una minaccia estrema. Poi l’insonnia, l’orario preciso, il dolore, la famiglia da proteggere e l’immagine del toro che sanguina nell’arena.

Ma leggendo il post di Tommaso Castellano colpisce soprattutto una cosa: il racconto della sofferenza è continuamente accompagnato dalla celebrazione della propria superiorità.

I cani aiutati, i record battuti, i risultati che altri non avrebbero ottenuto. Fino alla frase su chi non saprebbe dare valore a chi ha fatto più di loro nella vita.

Qui il messaggio diventa esplicito. Si chiede rispetto per una persona che dichiara di subire offese, ma contemporaneamente si stabilisce una gerarchia: lui ha fatto di più, gli altri dovrebbero riconoscerlo.

La sofferenza diventa così anche un piedistallo.

Non possiamo conoscere le intenzioni private di Castellano. Sul piano comunicativo, però, questo testo ci appare come una richiesta di solidarietà costruita insieme a un’ennesima affermazione del proprio primato.

Gli insulti diventano uno scudo anche contro le domande

Gli insulti vanno condannati. Le minacce, quando ci sono, devono essere affrontate nelle sedi appropriate. Su questo non c’è discussione.

Ma nel post tutto viene trascinato dentro la stessa arena: offese, critiche, contestazioni sull’affiliazione, dissenso degli associati.

Ed è proprio questo passaggio che contestiamo.

Il fatto di ricevere insulti non risponde alle obiezioni sul proprio operato. Non dimostra che tutte le critiche siano false e non trasforma ogni interlocutore in un persecutore.

Nel racconto proposto, invece, le contestazioni finiscono dietro il fumo della gogna. Il pubblico viene chiamato a compatire l’autore mentre le questioni sollevate rimangono sullo sfondo.

È una costruzione comunicativa efficace: il confronto diventa moralmente scomodo, perché chi insiste con una domanda rischia di apparire come qualcuno che colpisce una persona già ferita.

Prima il primato, poi la persecuzione

Quello che ci lascia perplessi è l’alternanza tra registri molto diversi.

Nei contenuti che abbiamo visto nei giorni scorsi compaiono celebrazioni, una nuova canzone dedicata a “Cani da Incubo” e persino l’esibizione delle chiavi di una Porsche. Poi arriva il racconto dell’uomo accerchiato, insonne e sanguinante.

Mostrare un’automobile o pubblicare un contenuto festoso non dimostra che una persona non soffra. Ma quando si comunica pubblicamente, anche la successione dei messaggi conta.

Al pubblico vengono proposte due immagini: quella del protagonista vincente, che esibisce il successo, e quella del perseguitato, che chiede comprensione. Entrambe mantengono l’attenzione sulla sua persona. In entrambe, il centro del racconto resta Castellano.

Ed è questa continuità che ci interessa: cambiano il tono e la scenografia, ma torna sempre l’eccezionalità del protagonista.

Anche le 6:12 fanno parte del racconto

L’orario preciso suggerisce una confessione scritta all’alba, nell’impossibilità di dormire. È un dettaglio che dà immediatezza e intimità al messaggio.

Ma la pubblicazione alle 6:12 non dimostra quando il testo sia stato scritto: un post può anche essere programmato. Non abbiamo elementi per affermare che questo lo fosse.

Possiamo però evitare di scambiare un dettaglio narrativo per una prova della spontaneità del racconto.

La richiesta di solidarietà diventa una richiesta di schieramento

Il passaggio finale chiarisce quanto questo post vada oltre uno sfogo: si prospettano inchieste, controlli, azioni legali e l’allontanamento di alcune persone da CSEN.

Si chiede dunque comprensione per sé, mentre si sollecitano conseguenze per gli altri. E l’ente viene pubblicamente chiamato a difendere chi sarebbe stato invitato nella sua “casa”.

A nostro giudizio, qui emerge il limite dell’intera operazione comunicativa: la solidarietà richiesta tende a diventare adesione alla propria versione dei fatti.

Noi possiamo condannare un insulto senza riconoscere una superiorità. Possiamo rispettare una sofferenza senza rinunciare a una domanda. Possiamo apprezzare un risultato senza accettare che venga usato come risposta universale.

Castellano ha diritto di difendersi dalle offese. Gli altri hanno diritto di discutere ciò che dichiara e propone pubblicamente.

È proprio questo intreccio tra esposizione personale, celebrazione dei risultati e ricerca del consenso che affrontiamo nel nostro libro “La cinofilia al tempo dei social”. Quando il professionista diventa il protagonista assoluto della narrazione, anche le contestazioni possono diventare materiale per rafforzarne il personaggio: il successo conferma quanto sarebbe bravo, l’opposizione quanto sarebbe scomodo.

Un racconto che rischia di confermarsi da solo, perché persino il dissenso viene presentato come una prova della propria eccezionalità. E intanto i cani, dai quali dovrebbe partire ogni confronto cinofilo, scivolano sullo sfondo.

Il successo non chiude il confronto. Il racconto della persecuzione non può sostituirlo.

Smontiamo le narrazioni per costruire cultura cinofila.

Meravigliosa vita da cani ASD
Bragagnini Mauro

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LETTERA APERTA Gentile Tommaso Castellano,le scrivo  per una questione semplice: il riconoscimento del lavoro degli altr...
16/10/2026

LETTERA APERTA

Gentile Tommaso Castellano,

le scrivo per una questione semplice: il riconoscimento del lavoro degli altri.

Anche se abbiamo avuto, un tempo, un accanita discussione telefonica, Il suo successo non ci disturba. Siamo sinceramente contenti che, come dichiara, abbia salvato migliaia di cani negli ultimi cinque anni, o forse di più e abbia il maggior numero di allievi tra Roma, Bari, Verona e Milano. Siamo contenti per lei e per tutte le famiglie che hanno trovato nel suo lavoro un aiuto concreto.

Proprio per questo, le chiedo di considerare che una critica non nasce necessariamente dall’invidia. Si possono apprezzare i suoi risultati e, allo stesso tempo, chiedere rispetto per quelli raggiunti da altri professionisti.

Sui social ricorre spesso una frase: questi cani sono già stati da altre parti, quasi che questo bastasse a dimostrare che prima non sia stato concluso nulla. È un luogo comune che merita di essere superato: aver frequentato altri centri non significa che il percorso precedente sia stato inutile o fallimentare.

Alcuni cani arrivano con competenze già costruite, frutto del lavoro di altri professionisti e dell’impegno dei loro conduttori.

Il cane ritratto nelle fotografie è uno di questi. Ha frequentato un percorso presso Meravigliosa Vita da Cani, durante il quale abbiamo lavorato insieme al conduttore sulle competenze che gli permettono di camminare tranquillamente tra altri cani e rispondere ai comandi. Quella preparazione gli ha consentito anche di poterlo portare sul set cinematografico di un cortometraggio

Questi risultati, credo che lei lo sappia bene,hanno una storia fatta di lezioni, tempo, impegno e lavoro sul campo. Ci auguriamo che il conduttore l’abbia informata del percorso svolto e delle competenze già acquisite prima di arrivare da lei.

Ci dispiace, inoltre, che il conduttore non abbia preso posizione nella discussione del suo reel per ricordare quel percorso e riconoscere pubblicamente il lavoro fatto insieme. La sua testimonianza avrebbe potuto contribuire a raccontare la storia completa di quel cane.

Peccato. Davvero peccato.

Naturalmente, ogni conduttore è libero di frequentare altri professionisti e continuare la propria formazione. È altrettanto giusto che il lavoro successivo riconosca il valore di quello precedente.

Sono contento dei suoi risultati, Castellano. Le chiediamo la stessa correttezza nel riconoscere i nostri.

Riconoscere i meriti degli altri non diminuisce i propri. Altrimenti ne anche lei perdona il successo degli altri.

Cordiali saluti,

Mauro Bragagnini
Presidente di Meravigliosa Vita da Cani ASD

Smontiamo le narrazioni per costruire cultura cinofila.

Foto 1 sul set
Il cane doveva urinare a comando

Foto 2 Castellano Academy

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CANI DA COMBATTIMENTO: QUANDO LA NARRAZIONE SOCIAL DIMENTICA LA SELEZIONETempo di lettura: circa 4 minuti.Nel video di M...
16/10/2026

CANI DA COMBATTIMENTO: QUANDO LA NARRAZIONE SOCIAL DIMENTICA LA SELEZIONE

Tempo di lettura: circa 4 minuti.

Nel video di Mirko Zuccari sui cani provenienti dai combattimenti, alcuni comportamenti vengono spiegati attraverso paura, sottomissione e condizioni di detenzione. Una ricostruzione che suscita emozione, ma lascia aperta una domanda fondamentale: dove sono finite le caratteristiche del cane e la selezione operata dall’uomo?

Condannare i combattimenti è doveroso. Per comprenderli, però, bisogna conoscere anche i cani che vengono impiegati.

I cani delle linee da combattimento non vengono scelti casualmente e trasformati tutti attraverso il terrore. Alle loro spalle esiste una selezione orientata a determinate caratteristiche e alla loro espressione.

Combattività, tempra, aggressività, persistenza:nel linguaggio del campo parliamo di doti naturali che contribuiscono a descrivere il soggetto. Trascurarle significa attribuire all’ambiente e all’addestramento una spiegazione che, da soli, non possono esaurire.

Uno studio su 137 cani sequestrati da combattimenti organizzati ha rilevato, in una parte dei soggetti, attacchi rapidi, intensi e persistenti. Ha anche documentato differenze tra individui delle stesse provenienze: un motivo in più per evitare spiegazioni uguali per tutti.

Uno degli aspetti che questa narrazione rischia di oscurare è la distinzione tra il comportamento verso l’uomo e quello verso gli altri cani.

Un cane può essere estremamente disponibile al contatto umano e, contemporaneamente, manifestare una forte aggressività verso i propri simili.

Questo descrive frequentemente una notevole facilità di manipolazione nei cani da combattimento e richiama la selezione per una bassa aggressività verso le persone, presenti anche durante gli scontri. Interpretare la disponibilità alla manipolazione come prova di una sottomissione ottenuta attraverso il terrore richiede quindi elementi precisi.

Su quali osservazioni si fonda questa interpretazione? Come viene distinta la paura da una disponibilità al contatto? Sono domande tecniche alle quali una divulgazione seria dovrebbe rispondere.

Chi ha seguito direttamente un cane proveniente dai combattimenti del crimine organizzato mi ha raccontato una realtà ben diversa da quella rappresentata attraverso il solo terrore.

Descrive cani mantenuti come atleti: alimentazione curata, attenzione alla condizione fisica e preparazione finalizzata alla prestazione. Una gestione nella quale l’animale rappresenta un investimento sul quale si concentrano tempo e risorse.

Alcuni organizzatori investono molto nella preparazione fisica, nell’alimentazione di qualità e nelle cure veterinarie di base. Queste attenzioni convivono con lo sfruttamento e con le gravissime conseguenze degli scontri.

Il maltrattamento comprende anche questo: mantenere un animale fisicamente efficiente per impiegarlo in un’attività che può ferirlo e ucciderlo.

Nel racconto ricevuto emerge un punto che sui social si affronta poco: il cane può cercare attivamente il confronto con un altro cane.

Chi ha seguito questi cani descrive una motivazione intensa allo scontro, un’attività che il soggetto ricercava e che interpretava come gratificante.

Davanti a questo comportamento, spiegare tutto attraverso la paura significa lasciare fuori proprio la motivazione che occorre comprendere.

Un cane che si attiva alla presenza di un altro cane non sta necessariamente chiedendo di allontanarsi da una minaccia. Può volerlo raggiungere. Per quale ragione Zuccari privilegia la spiegazione del pericolo? Quali elementi permettono di escludere altre motivazioni?

Essere vittima dello sfruttamento umano e cercare attivamente lo scontro sono condizioni che possono convivere.

La testimonianza racconta che sonno occorsi otto mesi di lavoro, per avere risultati concreti: la possibilità di interrompere il cane e fermarlo anche a distanza.

Restava però una criticità: nell’incontro ravvicinato con un altro cane, in assenza di un intervento tempestivo, il rischio di attacco rimaneva.

È una distinzione che chi lavora sul campo conosce bene. Costruire un comportamento condizionato, migliorare la gestione e ottenere risposte affidabili richiede lavoro. Dichiarare scomparsa una predisposizione è un’affermazione ulteriore, che richiede prove.

Quando si parla di recupero, bisogna spiegare che cosa si è ottenuto, in quali condizioni e con quali limiti.

La divulgazione deve rendere comprensibile la complessità del cane. Se la riduce a un’unica storia di paura e sottomissione, rischia di produrre una narrazione convincente lasciando il pubblico senza gli strumenti per capire.

E questo, per chi si occupa di cinofilia, è un problema concreto.

Smontiamo le narrazioni per costruire cultura cinofila.

Meravigliosa vita da cani ASD
Bragagnini Mauro

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15/10/2026
15/10/2026

UNA PALLINA È DAVVERO UNA PREDA?

Tempo di lettura: circa 4 minuti.

In cinofilia basta vedere un cane inseguire una pallina o afferrare un manicotto per sentir dire: “Sta prendendo la preda”.

È un’espressione pratica, comprensibile tra addetti ai lavori. Ma se vogliamo spiegare che cosa succede durante il gioco, dobbiamo fare qualche distinzione.

Una pallina, uno straccetto e un manicotto sono oggetti. Possono funzionare da bersagli di comportamenti predatori, ma questo non significa che il cane li scambi per animali da catturare.

La differenza conta: osservare un comportamento non ci autorizza ad attribuire al cane un pensiero preciso.

Uno straccetto fermo può lasciare un cane indifferente. Lo stesso straccetto, trascinato sul terreno con movimenti rapidi e irregolari, può suscitare attenzione, inseguimento e presa.

Il movimento può quindi funzionare da interruttore, per usare una metafora semplice. L’oggetto presenta alcune caratteristiche capaci di richiamare azioni della sequenza predatoria.

Gli oggetti vengono infatti descritti come comportamenti simili a quelli predatori, favoriti anche da movimenti irregolari e suoni acuti. Questo permette di parlare di una componente predatoria del gioco; non dimostra che il cane consideri letteralmente una pallina una preda viva.

E il movimento non spiega tutto. Ci sono cani che cercano, afferrano e manipolano anche oggetti immobili.

Sul campo mi capita di osservare cani molto interessati a un oggetto sintetico e poco coinvolti da un pezzo di pelle di pecora.

È un’osservazione che invita a riflettere: l’origine animale del materiale non basta a renderlo interessante per ogni cane.

Ma non sarebbe corretto trasformarla nella prova che il gioco non abbia nulla a che fare con la predazione. Una pelle non è un animale vivo: non ne riproduce necessariamente movimento, comportamento e insieme di stimoli. Inoltre, cambiando materiale possiamo modificare contemporaneamente odore, consistenza, peso e possibilità di presa.

Le preferenze dei cani mostrano che le caratteristiche del giocattolo contano: in determinate condizioni, oggetti meno resistenti, facilmente masticabili o capaci di produrre rumore hanno mantenuto più a lungo l’interazione.

La conclusione ragionevole è quindi questa: il materiale, da solo, non spiega il gioco.

Inseguire, afferrare, contendere e possedere non sono la stessa cosa

Un cane rincorre la pallina, la raggiunge e la lascia cadere.

Un altro la afferra e se la porta lontano.

Un altro ancora torna subito dalla persona e gliela propone per ricominciare.

Il bersaglio può essere identico, ma lo svolgimento del gioco cambia. Per comprenderlo dobbiamo osservare anche ciò che avviene dopo la presa.

Nel linguaggio delle doti naturali possiamo considerare la possessività, quando osserviamo quanto il cane sia interessato a mantenere la disponibilità dell’oggetto, e la combattività, quando valutiamo la sua disponibilità a impegnarsi nella contesa ludica.

Sono chiavi di lettura da utilizzare sul singolo soggetto. Non sono una spiegazione automatica: un cane che tira un manicotto non sta necessariamente esprimendo aggressività, e uno che lo trattiene non ci permette, da quel solo gesto, di descrivere tutto il suo profilo.

Soprattutto, non possiamo stabilire una regola universale secondo cui prima interviene la predazione, poi la combattività e infine la possessività. Le componenti possono sovrapporsi e avere pesi diversi.

Quando un cane riporta lo straccetto e lo spinge verso la nostra mano, dobbiamo considerare che possa cercare la ripresa dell’interazione.

Uno studio ha rilevato che, nel gioco con gli oggetti, i cani si comportavano diversamente con un altro cane e con una persona: con il partner umano erano più propensi a presentare il giocattolo e a rinunciare alla competizione. Il contesto sociale contribuiva dunque a cambiare il gioco.

A questo si aggiunge la storia di apprendimento: quell’oggetto può essere diventato il segnale di un’attività piacevole, ripetuta e condivisa.

Possiamo osservare azioni riconducibili alla predazione, interesse per il possesso, disponibilità alla contesa e ricerca dell’interazione. Quanto contribuisca ciascuna componente va valutato guardando quel cane, in quel gioco.

Smontiamo le narrazioni per costruire cultura cinofila.

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Bragagnini Mauro

CSEN E CASTELLANO: QUALCHE DOMANDA SULL’OPERAZIONELa Tommaso Csstellano Academy e l’ente di promozione sorti a CSEN hann...
14/10/2026

CSEN E CASTELLANO: QUALCHE DOMANDA SULL’OPERAZIONE

La Tommaso Csstellano Academy e l’ente di promozione sorti a CSEN hanno iniziato una importante collaborazione e gran parte del mondo cinofilo si è arrabbiato.

Ho letto la risposta di CSEN Cinofilia sulla collaborazione con Tommaso Castellano e Scuolapercani. Vorrei affrontarla attraverso alcune domande concrete.

È legittimo che un Ente di Promozione Sportiva voglia aumentare gli affiliati?

Certamente. Raggiungere nuove persone e avvicinarle alla cinofilia sportiva rientra nella sua missione. Castellano ha un pubblico ampio e può portare molti proprietari a conoscere questo mondo. Su questo non ho obiezioni.

Ma Castellano ha mai fatto un minuto di sport cinofilo?

Per quanto mi risulta, no. Se ci sono esperienze sportive documentate che non conosco, sono disponibile a prenderne atto.

Questo non gli impedisce di cominciare. Mi domando però quale sia il progetto sportivo concreto che accompagna questa collaborazione: quali discipline verranno praticate, chi le insegnerà e quali attività saranno proposte ai binomi?

Nel comunicato si comprende bene il vantaggio di raggiungere il suo pubblico. Si comprende meno come quel pubblico verrà effettivamente accompagnato nello sport.

I suoi corsi possono essere validi?

Sì, possono esserlo. Non considero un corso scadente solo perché viene organizzato da Castellano. La qualità va verificata attraverso programmi, docenti, pratica, esami e competenze raggiunte dagli allievi.

Ma proprio per questo il riconoscimento CSEN dovrebbe essere accompagnato da una spiegazione dei criteri applicati. La disponibilità a condividere i valori dell’ente è un buon punto di partenza; la preparazione dei futuri operatori richiede verifiche precise.

Come si seguono oltre cinquanta binomi?

Se il numero è questo, la domanda riguarda l’organizzazione didattica. Cinquanta binomi possono essere seguiti con più docenti, gruppi separati, turnazioni e tempo sufficiente per ciascuno.

Quanti tecnici sono presenti? Quanti binomi segue ogni docente? Quante ore di pratica effettiva svolge ogni allievo? Come vengono individuati e corretti gli errori?

Essere presenti a una lezione non significa necessariamente essere seguiti. E assistere al lavoro di un docente non equivale a dimostrare di saper lavorare autonomamente.

Per tenere corsi riconosciuti CSEN occorre una qualifica?

Bisogna distinguere chi organizza il corso da chi insegna, dirige la formazione ed esamina gli allievi. Occorre chiarire quali requisiti CSEN richieda per ciascuno di questi ruoli.

Non è scontato che serva sempre un titolo da “equiparare”: possono esistere percorsi differenti di riconoscimento. Ma qualunque procedura venga applicata dovrebbe essere identificabile e verificabile.

Il disciplinare pubblicato da CSEN regola la formazione e distingue le qualifiche di Operatore, Educatore e Istruttore cinofilo. Per il corso di Operatore indica formazione teorica e pratica e prove d’esame: il riconoscimento dovrebbe quindi corrispondere a requisiti concreti. (discipline.csencinofilia.it⁠)

E Castellano quali qualifiche possiede e quale ruolo svolge nei corsi riconosciuti?

Circolano voci secondo cui non avrebbe titoli. Le voci non sono una prova, quindi non le trasformo in un’affermazione.

La domanda, però, rimane: quali qualifiche documentate possiede? È organizzatore, docente, responsabile del percorso o esaminatore? Quale procedura ha consentito il riconoscimento del suo ruolo?

Una risposta chiara tutelerebbe anche Castellano dalle supposizioni.

E il collare a strozzo?

Qui correggo un riferimento: il codice oggi scaricabile dal sito ufficiale CSEN Cinofilia non contiene un divieto esplicito del collare a strozzo. Richiama invece ricerca scientifica, rinforzo positivo e benessere del cane. Il documento riporta l’approvazione del 12 novembre 2011. (csencinofilia.it⁠)

La questione è quindi come vengano applicati quei principi nei corsi riconosciuti e quali verifiche siano previste.

Perché, allora, questa operazione mi sa di furbata?

Perché nel comunicato il valore del pubblico di Castellano è spiegato molto bene. I criteri di riconoscimento, le qualifiche dei docenti e l’organizzazione dei percorsi vengono spiegati molto meno.

L’impressione è che la forza comunicativa abbia un peso centrale nell’operazione. Non posso affermare che abbia sostituito le verifiche tecniche: posso però chiedere che quelle verifiche vengano illustrate.

Portare molte persone può essere un merito promozionale. Formare bene quelle persone è una responsabilità diversa.

CSEN ha l’occasione di rispondere con programmi, requisiti, ruoli e criteri d’esame. È su questi elementi che possiamo valutare la solidità della collaborazione.

Smontiamo le narrazioni per costruire cultura cinofila.

Mauro Bragagnini
Meravigliosa vita da cani ASD

13/10/2026

ONE MORE CHANCE — Una possibilità in più

Insieme all’associazione Amici del Cane di Latina, abbiamo condiviso una giornata in uno dei canili di Latina.

Quattrocento cani. Oltre la metà molossoidi. Molti arrivati dopo una rinuncia di proprietà, con le motivazioni più disparate.

Quattrocento vite dietro una rete. Cani che forse hanno conosciuto una casa, un divano, una voce familiare. Poi quella porta si è chiusa e il loro mondo è diventato un box.

Il canile li accoglie, li nutre, li protegge grazie al lavoro di chi se ne prende cura. Ma nessun impegno può restituire automaticamente a ciascuno di loro una famiglia.

Guardandoli, una domanda ci ha accompagnato per tutta la giornata: quanti avrebbero potuto evitare di arrivare qui, se qualcuno fosse intervenuto prima?

Non tutte le rinunce hanno la stessa storia. Ma a volte tutto comincia con una difficoltà che cresce: il cane diventa difficile da gestire, le passeggiate un problema, la convivenza una tensione continua. La famiglia non sa più cosa fare. E quando alle difficoltà si aggiunge l’impossibilità economica di affrontare o proseguire un percorso educativo o rieducativo, anche la richiesta di aiuto rischia di fermarsi.

È in quel momento che una possibilità in più può fare la differenza. Prima della rinuncia. Prima dell’ingresso in canile.

One More Chance nasce per sostenere le famiglie in difficoltà economica, aiutandole a proseguire il lavoro con il proprio cane. Un sostegno concreto per affrontare i problemi, acquisire competenze e provare a mantenere quel legame.

Non possiamo affermare che tutti quei cani sarebbero rimasti a casa. Ma per qualcuno un aiuto arrivato in tempo avrebbe potuto cambiare la storia.

Una lezione finanziata non è soltanto un’ora di lavoro. Può essere un passo verso una convivenza possibile. Può aiutare una famiglia a ritrovare la fiducia quando pensa di non farcela più.

Non aspettiamo che un cane perda tutto prima di provare ad aiutarlo.

Con una donazione continuativa di 3, 6 o 9 euro al mese puoi sostenere il progetto One More Chance e offrire a un altro binomio una possibilità in più.

Nel video Silvia dell’associazione Amici del cane di Latina, sostenitrice del progetto One More Chance

https://www.meravigliosavitadacani.it/one-more-chance/

Meravigliosa vita da cani ASD
Bragagnini Mauro

Indirizzo

Via Campo Selva, 38
Pomezia
00040

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 19:00
Martedì 09:00 - 19:00
Mercoledì 09:00 - 19:00
Giovedì 09:00 - 19:00
Venerdì 09:00 - 19:00
Sabato 09:00 - 19:00
Domenica 09:00 - 19:00

Telefono

+393247858923

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