19/10/2026
UN CANE MORDE. MA IL PROCESSO È ALL’ADDESTRAMENTO
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Nel video commentato da Angelo Vaira vediamo un pastore tedesco tra un uomo in uniforme e un presentatore. Quest’ultimo accarezza ripetutamente la testa del cane, porta le mani ai lati del collo e avvicina il volto al suo muso. Il cane reagisce con un morso verso il viso.
Una scena seria, nella quale sarebbe necessario interrogarsi anzitutto sulla gestione del cane e sull’interazione accettabile
Il commento, invece, si apre già con una conclusione: “L’addestramento al controllo non è la soluzione”.
Prima ancora di conoscere la storia del cane, la sua preparazione e le circostanze dell’episodio, l’addestramento è già sul banco degli imputati.
È un cane poliziotto, quindi sarebbe “perfettamente addestrato”
Questo è il primo passaggio che contesto a Vaira.
“Cane poliziotto” indica un impiego, ma non ci dice quale specializzazione abbia quel soggetto, quale percorso abbia seguito e quali competenze siano state verificate.
Antidroga? Antiesplosivo? Ricerca di persone? Pattugliamento e intervento?
Nel commento non viene chiarito. Eppure, sapere a che cosa sia stato preparato quel cane è indispensabile prima di utilizzarlo come dimostrazione dei limiti dell’addestramento.
Saper svolgere un compito operativo non equivale a essere disponibile a qualsiasi contatto fisico da parte di un estraneo.
Definirlo “perfettamente addestrato” sulla base della sua appartenenza alla polizia significa attribuirgli una garanzia che poi il morso permette facilmente di demolire. Ma quella garanzia è stata introdotta dal commentatore.
Nelle immagini il presentatore mantiene un contatto ravvicinato: accarezza la testa, porta le mani attorno al collo e si protende verso il cane.
Vaira segnala rotazioni della testa, leccamenti, sguardo fisso e irrigidimento. È corretto richiamare l’attenzione sul comportamento del cane e sull’opportunità di interrompere un’interazione quando emergono segnali di disagio.
Ma proprio questa lettura rende inevitabile una domanda:
Se il cane stava manifestando difficoltà, perché il contatto è proseguito?
Chi aveva la sua gestione avrebbe dovuto valutare l’approccio, stabilirne i limiti e intervenire per tempo. Il presentatore, da parte sua, adotta una modalità di contatto che non dovrebbe essere data per scontata con un cane sconosciuto.
Non sappiamo quali indicazioni fossero state scambiate prima della ripresa, né chi avesse autorizzato che cosa. Per questo non possiamo ricostruire tutte le responsabilità. Possiamo però osservare che, nella sequenza mostrata, il contatto prosegue fino alla reazione del cane, senza un’efficace interruzione preventiva.
È da qui che dovrebbe partire l’analisi.
Vaira riconosce un problema di gestione, poi ne ricava una conclusione sull’addestramento
Nel commento viene criticata anche la disposizione delle persone: il cane si trova tra il poliziotto e il presentatore.
È un’osservazione pertinente sul controllo dell’interazione. Tuttavia, mettere il conduttore tra il cane e l’estraneo può essere una precauzione utile, non una formula che rende automaticamente sicura qualsiasi situazione.
Occorre valutare quel cane, quella persona, quelle distanze e quel contesto.
Soprattutto, un errore nella gestione di un incontro non dimostra, da solo, l’inadeguatezza dell’addestramento ricevuto.
Per arrivare a quella conclusione servirebbero informazioni sul percorso svolto e un collegamento dimostrabile con l’episodio. Nel video questo collegamento non viene documentato.
Vaira sottolinea subito la presenza del collare a strangolo.
Ma che cosa possiamo ricostruire, da queste immagini, sul suo utilizzo nella preparazione del cane? Quali elementi permettono di attribuirgli un ruolo causale nel morso?
Il commento non li fornisce.
Si può discutere criticamente di uno strumento e del suo impiego. La sua presenza in un’inquadratura, però, non sostituisce la dimostrazione di ciò che avrebbe provocato.
E dov’è la valutazione del cane?
È la domanda che continua a mancare.
Qual è la sua storia? Come risponde abitualmente agli estranei? Qual è la sua disponibilità al contatto? Aveva già manifestato difficoltà analoghe? Quali esperienze aveva fatto in situazioni simili?
Da addestratore, vorrei conoscere anche le sue caratteristiche individuali: socialità, tempra, sensibilità, tempi e modalità di reazione.
Non per attribuirgli un profilo a distanza, ma proprio per evitare di farlo.
Quel cane merita una valutazione individuale prima di diventare il manifesto contro l’intera attività di addestramento .
Nella parte conclusiva Vaira descrive l’educazione come il lavoro che permette al cane di comprendere ciò che accade e gestirsi anche senza comando. L’addestramento, invece, viene riassunto nell’esecuzione di ciò che gli viene richiesto.
Vaira non afferma letteralmente che un cane educato non morda mai. Tuttavia, accostando questa spiegazione alla scena, suggerisce che l’educazione avrebbe fornito le capacità mancanti al cane addestrato.
Su quali elementi si fonda questa conclusione?
Non viene documentato che quel cane abbia ricevuto soltanto una preparazione operativa, senza un percorso educativo. Non viene dimostrato che un diverso percorso avrebbe impedito quella specifica reazione.
Ridurre l’addestramento a “io ti dico e tu fai” offre al pubblico una rappresentazione estremamente limitata del lavoro: insegnare competenze può comprendere anche risposte autonome, adattamento a condizioni differenti e generalizzazione degli apprendimenti.
La qualità di un percorso si valuta attraverso obiettivi, metodi, benessere e risultati. Non attraverso la parola scelta per definirlo.
Una critica che considero profondamente fuorviante
Il problema del commento di Vaira è questo: osservazioni utili sul comportamento e sulla gestione vengono inserite in una cornice che mette sotto accusa l’addestramento senza documentarne la responsabilità nell’episodio.
Si parte da un cane vero, ma si arriva a una conclusione generale lasciando senza risposta proprio le domande su quel cane.
E al pubblico può restare un messaggio pericolosamente rassicurante: il cane addestrato esegue, quello educato comprende e quindi saprà gestire la situazione.
Nessuna etichetta rende superflua la prudenza. Nessun percorso autorizza a ignorare i segnali del cane.
È uno dei problemi della cinofilia sui social: un episodio complesso viene ridotto a una contrapposizione immediata, nella quale c’è già una parte da condannare e un’altra da presentare come soluzione.
Io ritengo che una divulgazione seria debba fare di più, prima di utilizzare quel morso per impartire una lezione sull’addestramento.
Le immagini mostrano un’interazione conclusa con un morso. La condanna dell’addestramento è la conclusione che Vaira vi costruisce sopra. E quella conclusione, nel video, non è dimostrata.
Smontiamo le narrazioni per costruire cultura cinofila.
Mauro Bragagnini
Meravigliosa vita da cani ASD
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