29/08/2026
GIOCO INETER-INTRASPECIFICO
Ho letto uno scritto, sta volta non dico il nome, perché a quanto pare se la prende a male se lo faccio. Il titolo è “Ma il tuo cane sta giocando davvero?”.
Nello scritto si mettono nello stesso contenitore due fenomeni differenti: il gioco intraspecifico, tra cani, e il gioco interspecifico, tra cane e persona.
Non sono la stessa cosa e non possono essere interpretati attraverso un’unica cornice.
Esistono differenze strutturali e probabilmente anche motivazionali tra gioco cane-cane e gioco cane-uomo. Nel primo, per esempio, la competizione per l’oggetto può essere maggiore, nel secondo il cane tende generalmente a essere più cooperativo e a coinvolgere maggiormente la persona. Non è quindi corretto trasferire automaticamente al gioco interspecifico ciò che osserviamo tra due cani.
Scrivere che nel “vero gioco” non esistano automatismi, meccanicismi o strutture è un’affermazione difficile da sostenere, il gioco intraspecifico presenta segnali riconoscibili, sequenze motorie, pause, inviti, risposte e continui aggiustamenti, l’inchino di gioco, per esempio, contribuisce a comunicare che i comportamenti successivi: rincorse, urti, morsi trattenuti, appartengono a una cornice ludica.
Esiste quindi una struttura, ma non è necessariamente imposta dall’esterno , emerge dall’interazione e viene continuamente negoziata dai partecipanti.
Anche l’inversione dei ruoli, dove chi rincorre viene successivamente rincorso, può comparire nel gioco. Ma non è una condizione obbligatoria né, da sola, dimostra che due cani stiano giocando, questa dinamica è messa in discussione, la cosiddetta regola del “50 e 50”: il gioco può rimanere tale anche quando i ruoli non si alternano in maniera perfettamente equilibrata.
Per capire se entrambi stanno giocando bisogna osservare l’intera interazione: disponibilità a partecipare, capacità di interrompersi, segnali di invito, ripresa volontaria, modulazione della forza e possibilità reale di sottrarsi.
Nel gioco con l’uomo la struttura è inevitabile, quando il cane gioca con una persona, la situazione cambia, è quasi sempre l’essere umano a scegliere quale oggetto utilizzare, quando renderlo disponibile, quando iniziare e terminare, quali comportamenti consentono di raggiungerlo, quando far ripartire l’interazione.
Quando poi il gioco viene fatto seguire a un comportamento richiesto, una condotta, un richiamo, un lascia o una posizione, assume anche la funzione di conseguenza gratificante e in termini di apprendimento, può diventare un rinforzo.
Un’attività può essere contemporaneamente piacevole per il cane, condivisa con la persona e utilizzata per rinforzare un comportamento, le categorie non si escludono a vicenda, si può ipotizzare che la particolare propensione del cane adulto a giocare con l’essere umano sia stata favorita dalla domesticazione proprio perché utile alla costruzione del legame e all’addestramento.
I cani riconoscono specifici segnali ludici prodotti dall’uomo, posture, movimenti e vocalizzazioni possono aumentare la frequenza e la durata delle sequenze di gioco, anche questa è comunicazione interspecifica strutturata.
Naturalmente, se il cane viene continuamente controllato, non mostra partecipazione e l’oggetto viene utilizzato soltanto per ottenere un’esecuzione meccanica, possiamo discutere di quanto rimanga della componente ludica, ma non possiamo stabilire che, appena compare una regola o una finalità educativa, il gioco smetta automaticamente di essere gioco.
Un’altra affermazione discutibile nello scritto è che il gioco non debba necessariamente essere divertente, ma debba contenere elementi di condivisione.
La condivisione non è sufficiente: anche un conflitto può essere condiviso da due individui.
Oggi non sappiamo ancora indicare una sola funzione evolutiva del gioco. Sono state formulate diverse ipotesi allenamento motorio, preparazione agli imprevisti, acquisizione di informazioni, sviluppo sociale, regolazione dello stress e costruzione delle relazioni è possibile che il gioco abbia funzioni differenti secondo la specie, l’età e il contesto, in alcuni casi il beneficio immediato potrebbe essere semplicemente uno stato positivo e gratificante.
Questo, però, è molto diverso dal sostenere che il piacere non sia importante, una delle definizioni più utilizzate comprende proprio il carattere volontario, gratificante, piacevole o ricercato per se stesso.
Il cane non deve necessariamente apparire euforico in ogni secondo dell’interazione, ma se l’attività non è volontaria, gratificante e liberamente ripresa, definirla “gioco” diventa problematico.
Il cane apprende anche mentre gioca, apprende quali segnali anticipano l’interazione, quali comportamenti la fanno continuare, quali la interrompono e come ottenere nuovamente l’oggetto o il coinvolgimento del partner, le leggi dell’apprendimento non cessano di funzionare perché chiamiamo un’attività “gioco”.
Dovremmo chiederci, con chi sta giocando, quale struttura organizza l’interazione, che cosa sta apprendendo e quanto può realmente scegliere di partecipare?
Perché distinguere il gioco intraspecifico da quello interspecifico è necessario. Trasformare invece il “vero gioco” in una condizione quasi mistica, priva di struttura, meccanismi e apprendimento, non chiarisce il comportamento del cane: lo allontana dalla realtà.