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"È chiaro ormai da anni che troppi studenti scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente"

25/11/2025

Da bambina, Maria Montessori non amava studiare.
Si distraeva, sognava, organizzava piccoli spettacoli per le compagne di classe.
La scuola, quella di fine Ottocento, era un recinto rigido dove la curiosità non trovava posto.
Lei, curiosa lo era per natura. Ma non per ciò che le imponevano di imparare.

Poi, a quattordici anni, qualcosa cambiò.
Abbandonò il teatro, prese in mano i libri, e cominciò a studiare con una determinazione che stupì tutti.
Voleva fare l’ingegnere. Poi scelse medicina.
In un’Italia che non era fatta per le donne, Maria Montessori scardinò un muro dopo l’altro.

Nel 1896 divenne una delle prime donne medico del Paese.
E nei reparti psichiatrici, tra bambini dimenticati e chiamati “irrecuperabili”, intuì una verità semplice e rivoluzionaria:
non erano loro il problema. Era il mondo intorno a loro.
Bastava offrire stimoli, gioco, libertà. Bastava ascoltarli.

Così nacque il suo metodo.
Nel 1907, in un quartiere povero di Roma, aprì la prima Casa dei Bambini.
Tolse i banchi rigidi, portò piccoli mobili, materiali sensoriali, luce, spazio.
I bambini potevano muoversi, scegliere, toccare, scoprire.
Non era più il bambino ad adattarsi alla scuola. Era la scuola ad adattarsi al bambino.

Da quell’esperimento nacque una rivoluzione.
Albert Einstein, Thomas Edison, Gandhi — tutti riconobbero in lei una pioniera.
Perché Montessori non cambiò solo l’istruzione: cambiò l’idea stessa di infanzia.
Vedeva in ogni bambino un universo in espansione, e nella libertà il primo passo verso la pace.

Durante il fascismo, rifiutò di piegare la sua pedagogia al regime.
Fu censurata, poi esiliata.
Ma non smise mai di insegnare, nemmeno durante la guerra.
Morì nel 1952, a 81 anni.

Oggi migliaia di scuole portano il suo nome e il suo metodo.
Il suo lascito è semplice e profondo:
l’educazione non è addestramento, è rispetto.
E anche una bambina che odiava la scuola può finire per cambiare il modo in cui il mondo impara.

25/11/2025
11/11/2025

In Sicilia quando non sei proprio convinto dici “ora poi lo facciamo...” oppure ad una domanda rispondi contemporaneamente “sì, no...”
Noi siciliani abbiamo una percezione del tempo molto particolare, ad esempio quello che hai fatto il giorno prima diventa passato remoto, come fossero trascorsi secoli... oppure quando stai uscendo di casa, rassicuri tutti affermando “sto tornando”, anche se il tuo rientro sarà dopo un paio d'ore.
Per noi il condizionale è quasi inutile, infatti lo sostituiamo direttamente con il congiuntivo, tipo “se putissi, u facissi”. Abbiamo anche il “potere” di far diventare transitivi i verbi intransitivi, infatti noi usciamo la macchina, saliamo la spesa, usciamo i soldi... Poi a noi piace molto utilizzare gli spostamenti “salire e scendere” in modi molto fantasiosi, infatti noi “scendiamo giù a Natale” e “saliamo dopo le feste”, anche il caffè “è salito” e la pasta si cala.
Qui, in Sicilia, le macchine camminano come avessero gambe, e non vengono guidate ma “portate”.
Spesso utilizziamo una sola parola per indicare più oggetti, ad esempio non c'è differenza tra tovaglia, asciugamano, tovaglietta, strofinaccio, per noi è solo tovaglia, e basta. Se vogliamo dire ad un amico di ve**re a trovarci, gli diciamo di “avvicinare”, che è meno formale e più amichevole.
Riusciamo anche a trasformare un luogo in un modo di fare, ad esempio il cortile diventa curtigghiu, ovvero spettegolare, anche se quest'ultimo non rende molto l'idea.
Se parliamo in questo modo non vuol dire che siamo ignoranti e arretrati, dietro ogni parola o espressione che utilizziamo si nascondono le nostre origini, la nostra storia. Ad esempio "tumazzu, carusu, cammisa", sono parole greche (vedi tumassu, kouros, poucamiso); "carrubo" deriva dall'arabo “harrub”, così come le parole "cassata e giuggiulena". "Accattari", deriva dal normanno “acater” (da cui il francese “acheter”), oppure "arrieri" (da darriere). Dal catalano abbiamo preso in prestito le parole “abbuccari” (da abocar),"accupari" (da acubar), "cascia" (da caixa) ecc... Questi sono solo alcuni esempi, in realtà sono migliaia i vocaboli presi in prestito dalle altre lingue.
Essere orgogliosi delle proprie radici però non significa chiudersi e rifiutarsi di conoscere la grammatica italiana, ritenendo snob "quelli del nord" quando ci correggono. Anzi, utilizzare il proprio dialetto (più che dialetto è una lingua a tutti gli effetti) con consapevolezza, può soltanto arricchire.
Virginia Avveduto

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