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Gli esami di grado kyū e dan nel Karate-DōGichin Funakoshi, fondatore del Karate-Do, ebbe una visione sobria e cri􀆟ca de...
04/02/2026

Gli esami di grado kyū e dan nel Karate-Dō

Gichin Funakoshi, fondatore del Karate-Do, ebbe una visione sobria e cri􀆟ca del sistema di esami per kyū e dan, pur essendo stato proprio lui a introdurlo nel karate nel 1924. Questa scelta non nacque da una convinzione profonda, bensì dalla necessità di adatare il karate al contesto giapponese dell’epoca, soto la pressione dell’ambiente culturale e accademico e ispirandosi al modello del Judo di Jigorō Kanō.
Quando Funakoshi portò il karate da Okinawa al Giappone, intorno al 1922, la disciplina non prevedeva una struturazione in gradi kyū e dan. A Okinawa l’insegnamento era direto, informale, privo di classificazioni ufficiali: il valore del pra􀆟cante emergeva naturalmente dalla pra􀆟ca quo􀆟diana e dal comportamento.
Nel tenta􀆟vo di modernizzare il karate e renderlo accetabile all’interno del sistema scolas􀆟co e universitario giapponese, dove il judo era già presente, Funakoshi adotò il sistema di gradazione, assegnando personalmente i primi dan ai suoi allievi. Tutavia, egli non organizzò mai esami pubblici di dan come even􀆟 formali con commissioni giudican􀆟. Il riconoscimento del livello avveniva in modo direto, basandosi sulla costanza nella pra􀆟ca, sul caratere e sulla maturità spirituale raggiunta.
Il conferimento del grado non era il risultato di una prova, ma una cerimonia: una formalizzazione di un livello già maturato nel tempo. In questo senso, il grado non rappresentava un obie􀆫vo, bensì una conseguenza naturale del percorso compiuto.
L’introduzione dei gradi nel karate rispondeva dunque sopratuto all’esigenza di dare un’iden􀆟tà riconoscibile a una disciplina nuova
per il Giappone e di facilitarne la diffusione negli ambien􀆟 universitari. Non nasceva da una necessità intrinseca alla pra􀆟ca, ma da un adatamento culturale funzionale alla sua divulgazione.
Col tempo, però, l’abbinamento di una disciplina Budō, intesa come Via di crescita interiore, a un sistema basato su prove d’esame si è rivelato, in mol􀆟 casi, un boomerang. Si trata di due logiche profondamente diverse, se non addiritura opposte. È come voler atribuire un grado alla capacità di meditare atraverso una sessione d’esame.
Come la meditazione, anche la tecnica non ha valore in sé. Ciò che conta davvero sono elemen􀆟 invisibili che rendono possibile un’interazione armoniosa con la realtà: lo stato d’animo, la sincerità, la passione, la determinazione, la consapevolezza, il rispeto per gli altri e per ogni cosa. Aspe􀆫 che non possono essere misura􀆟 atraverso un esame, ma che definiscono il valore reale del pra􀆟cante.
Oggi, purtroppo, gli esami di grado diventano spesso più importan􀆟 della pra􀆟ca stessa e la tecnica, che è soltanto uno strumento per raggiungere l’essenza dell’arte, diventa l’oggeto di valutazione principale. L’allenamento viene finalizzato quasi esclusivamente al loro superamento, e il Dō rischia così di trasformarsi in una forma di “dōjō marke􀆟ng”: un prodoto, un sistema, in cui si perde progressivamente la sua natura di Via.
L’ansia e lo stress che precedono gli esami, così come il pathos vissuto durante la prova, vengono da alcuni addiritura interpreta􀆟 come passaggi posi􀆟vi e necessari, una sorta di prova del fuoco in grado di forgiare il caratere.
Questa convinzione nasce probabilmente dall’idea che, senza gli esami di grado, il pra􀆟cante non avrebbe occasioni per confrontarsi con i propri confli􀆫 interiori, né per imparare a superarli.
Si trata di una visione miope che, nel tempo, tende a sos􀆟tuire l’importanza della pra􀆟ca con quella degli esami. Ques􀆟 ul􀆟mi
diventano inevitabilmente il centro dell’atenzione, snaturando la disciplina e impoverendola del suo spirito originario.
Ci si allena più per superare un esame che per il piacere della pra􀆟ca e della ricerca in sé, trasformando l’esame nel momento in cui si pretende di cer􀆟ficare il livello raggiunto. È un meccanismo simile a quello delle compe􀆟zioni di kumite, dove, giustamente, un arbitro stabilisce chi vince e chi perde. In un comba􀆫mento reale, però, non c’è nessuno che proclami un vincitore, né che interrompa lo scontro per una tecnica irregolare.
Noi non vogliamo vincere le gare: vogliamo vincere nella vita, ogni giorno.
L’Egami Karate-Dō ci insegna proprio questo. Non abbiamo bisogno di arbitri né di una giuria che ci guidino verso il successo e la vitoria, bensì di una pra􀆟ca auten􀆟ca: un percorso interiore che ci meta costantemente di fronte ai nostri limi􀆟. Si progredisce affrontando gli ostacoli che la pra􀆟ca stessa genera, allenamento dopo allenamento, non quelli ar􀆟ficiali impos􀆟 dagli esami. La differenza è so􀆫le ma fondamentale: allenarsi per “ottenere qualcosa” o allenarsi per “essere qualcosa”.
Shigeru Egami riteneva che il livello reale dell’allievo fosse già evidente nella sua pra􀆟ca e che sotoporlo a una prova pubblica fosse contrario allo spirito del Karate-Dō. Era inoltre convinto che un sistema fondato su esami e gradazioni fosse più adato a uno spirito compe􀆟􀆟vo e che finisse per allontanare il Karate-dō dal Budō auten􀆟co.
Egami invitava a riscoprire nel Karate-dō la dimensione del percorso spirituale, non l’apprendimento di una sequenza di tecniche finalizzate all’accumulo di 􀆟toli. Il passaggio di grado avrebbe dovuto cos􀆟tuire un momento di riflessione e di riconoscimento, non una prova da esibire pubblicamente.
La domanda che sorge spontanea è semplice:
se non ci fossero più gli esami, con􀆟nueres􀆟 a pra􀆟care? Se la risposta è sì, la Via è ancora viva.
Se la risposta è no, il grado ha preso il posto della pra􀆟ca.
Le principali mo􀆟vazioni addote a favore degli esami formali di grado sono:
• mo􀆟vazione e s􀆟molo alla pra􀆟ca
• standardizzazione delle competenze
• riconoscimento ufficiale del livello
• educazione alla ges􀆟one della pressione
Tutavia, se per mo􀆟vare gli allievi e dare senso agli allenamen􀆟 abbiamo bisogno degli esami di grado, ciò rivela un vuoto profondo nella pra􀆟ca stessa, spesso povera di contenu􀆟 spirituali. Eppure, come sosteneva lo stesso Funakoshi, dovrebbe essere la pra􀆟ca — e solo la pra􀆟ca — con i suoi contenu􀆟 spirituali, il vero motore della disciplina. Cosa può esserci di più concreto e s􀆟molante della pra􀆟ca stessa?
Quando l’allenamento diventa semplice “preparazione agli esami”, il senso del Karate-Dō viene snaturato. Il risultato può essere un allenamento tecnicamente efficiente, ma spiritualmente povero, e il karate-dō rischia così di regredire a semplice karate.
Il grado e la cintura non si conquistano tramite un esame come un premio. Non sono un obie􀆫vo, ma la naturale conseguenza del cammino percorso.
Sono il grado e la cintura a adatarsi al livello del pra􀆟cante, non il contrario. I gradi sono semplici riconoscimen􀆟, nulla di più.
La Via è nella pratica, non nella meta.
La pratica è il fine, non il mezzo.
Enzo Cellini, 24luglio2025

Indirizzo

Via Chiarugi
Pisa
56127

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