09/10/2026
𝗖𝗥𝗜𝗧𝗜𝗖𝗔𝗡𝗢
𝗖𝗥𝗜𝗧𝗜𝗖𝗔𝗡𝗢
𝗘 𝗣𝗢𝗜 ..
😉
Mi fa sempre sorridere una certa dinamica che, nel mondo delle arti marziali e degli sport da combattimento, si ripete ciclicamente.
Nel pugilato, nella MMA, nel Brazilian Jiu-Jitsu, nella Muay Thai e in tante altre discipline ci sono atleti straordinari e istruttori di altissimo livello. Parliamo di sport che richiedono preparazione, disciplina, sacrificio e competenze tecniche che meritano rispetto. E chi mi conosce sa che non ho alcun bisogno di sminuire il lavoro degli altri per dare valore al mio.
Fin qui, tutto bene.
La parte interessante arriva quando qualcuno, magari per anni, considera chi insegna difesa personale un dilettante, chiama quello che fa «roba da principianti», sostiene che non sia un vero sport oppure liquida tutto come una trovata commerciale.
Poi, con una certa puntualità, succede qualcosa di curioso: lo stesso ambiente che guardava con sufficienza alla difesa personale comincia a proporre corsi di difesa personale. Il pugile aggiunge la difesa personale con tecniche di boxe, il praticante di MMA propone la sua versione, quello di Jiu-Jitsu la propria.
E improvvisamente l'argomento diventa interessante.
Ora, sia chiaro: non c'è niente di male nell'insegnare a proteggersi. Anzi, se sempre più persone si rendono conto che queste competenze possono essere utili nella vita quotidiana, è una buona notizia.
La domanda, semmai, è un'altra: se ieri era una sciocchezza, oggi che cosa è cambiato?
Forse è cambiato il mercato. Forse è cambiata la percezione del pubblico. Oppure, più semplicemente, ci si è accorti che una cosa è saper combattere in un contesto sportivo e un'altra è preparare una persona a riconoscere e gestire una situazione potenzialmente pericolosa nella vita reale.
Perché è proprio qui che nasce la differenza del mio approccio.
Io preferisco parlare di autoprotezione, perché il mio lavoro non comincia quando parte il primo pugno. Comincia molto prima: nella capacità di leggere il contesto, riconoscere i segnali, evitare un'escalation, prendere decisioni sensate, gestire le distanze e comprendere quando sia più intelligente allontanarsi anziché affrontare uno scontro.
E, quando evitare non è più possibile, bisogna anche saper gestire la situazione fisica.
Le competenze tecniche contano, eccome. Ma non sono l'intera questione.
Lo sport da combattimento prepara a confrontarsi in un contesto sportivo, con le sue regole, i suoi obiettivi e le sue modalità di allenamento. L'autoprotezione affronta un problema diverso, che richiede anche conoscenze e capacità differenti.
Le due cose possono integrarsi, ma non sono automaticamente la stessa cosa.
Per questo rispetto chi pratica e insegna seriamente la propria disciplina, senza sentire il bisogno di denigrare quella degli altri. E credo che lo stesso rispetto dovrebbe valere in entrambe le direzioni.
Poi, naturalmente, ognuno è libero di ampliare la propria offerta didattica. Ci mancherebbe.
Ma quando si decide di insegnare qualcosa che fino a ieri si liquidava con sufficienza, forse sarebbe elegante riconoscere che il problema era più complesso di quanto si pensasse.
In fondo, non c'è niente di male nel cambiare idea. Anzi, è spesso un segno di intelligenza.
L'importante è non confondere il cambiare idea con lo scoprire improvvisamente una nuova opportunità commerciale.
Io continuo a fare il mio lavoro, studiare, insegnare e cercare di trasmettere alle persone strumenti utili per affrontare la realtà, senza promettere invulnerabilità e senza vendere illusioni.
Perché l'obiettivo non è dimostrare quanto siamo bravi a combattere.
L'obiettivo è imparare a riconoscere quando non dovremmo combattere affatto.
E questa, per me, è la differenza.
Impara.
Reagisci.
Proteggiti.