L'Atelier della Pedagogista di Lucia Vichi

L'Atelier della Pedagogista di Lucia Vichi "Gli alberi non crescono tirandoli per le foglie" Myrtha Hebe Chokler https://padlet.com/vichilucia/z65xgps8j16r5mie

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🌱 TEMPO DI AMBIENTAMENTI - PARTE 2 In questo periodo molte famiglie si sentono dire:➡️ “Devi favorire il distacco dal tu...
07/09/2026

🌱 TEMPO DI AMBIENTAMENTI - PARTE 2

In questo periodo molte famiglie si sentono dire:
➡️ “Devi favorire il distacco dal tuo bambino”.
➡️ “Dovete aiutarci a rendere l’inserimento il più sereno possibile”.
Sono parole apparentemente semplici. Eppure possono portare con sé messaggi impliciti ben precisi:
✨ che il pianto al momento della separazione dipenda da quanto il genitore sia stato capace di “preparare” il bambino;
✨ che un legame caratterizzato da alto contatto, allattamento, vicinanza corporea o forte ricerca della figura di riferimento possa ostacolare l’ambientamento;
✨ che tristezza, paura, protesta o bisogno di prossimità siano segnali di qualcosa che non sta funzionando;
✨ che diventare autonomi significhi riuscire, il prima possibile, a fare a meno dell’altro.

🧠 Ma autonomia e distacco non sono sinonimi.

La vera autonomia non coincide con l’indipendenza precoce e non si costruisce chiedendo al bambino e alla bambina di avere meno bisogno dell’adulto.

L’autonomia cresce lentamente dentro la relazione. Prende forma attraverso l’esperienza ripetuta di legami affidabili, che fanno sentire al sicuro, di adulti disponibili, di bisogni riconosciuti e di separazioni che possono essere attraversate senza che il legame venga messo in discussione.

Una bambina e un bambino possono piangere quando il genitore va via e stare costruendo un buon ambientamento.
Può cercarlo, protestare, avere bisogno di essere rassicurato, attraversare giorni più semplici e altri più faticosi.

Il pianto non misura la qualità dell’ambientamento. È un linguaggio attraverso il quale la bambina e il bambino raccontano ciò che stanno vivendo internamente.

🌿 E anche il genitore attraversa una separazione.
Per questo le famiglie non hanno bisogno di essere preparate a “staccarsi” dai propri figli/figlie, né di sentire che la loro vicinanza li abbia resi meno autonomi, sentendosi giudicati.
Hanno bisogno di incontrare adulti professionisti capaci di riconoscere la sacralità di quel legame, accoglierne le paure e le fragilità e accompagnare, senza giudizio, il processo attraverso cui sarà possibile affidarsi reciprocamente.
🍃 Perché la fiducia tra famiglia e personale educativo non è un prerequisito dell’ambientamento. È parte dell’ambientamento stesso. Si costruisce giorno dopo giorno, attraverso parole, gesti, coerenza, ascolto e possibilità di condividere anche ciò che è difficile. Mai scontata.

È dentro questa trama di relazioni che il servizio educativo 0-6 può diventare, poco alla volta, un luogo conosciuto, abitabile e sicuro.

🪷 Non distacco, ma separazioni accompagnate dentro la relazione.
🪷 Non fretta, ma tempo autentico.
🪷 Non giudizio, ma fiducia di cui avere cura.

⏳ Ambientarsi? È essere accompagnati, con delicatezza e rispetto, a scoprire che ci si può affidare anche a qualcun altro senza perdere chi si ama.

Atelier della Pedagogista

🌱 TEMPO DI AMBIENTAMENTI“È entrato senza piangere.”“Ha smesso subito.”“Non ti ha cercato.”“Dopo cinque minuti giocava gi...
04/09/2026

🌱 TEMPO DI AMBIENTAMENTI

“È entrato senza piangere.”
“Ha smesso subito.”
“Non ti ha cercato.”
“Dopo cinque minuti giocava già.”
“Hai girato l’angolo e non piangeva più.”

Durante l’ambientamento può accadere che questi segnali vengano letti come prove del fatto che sta andando bene. Certamente possono raccontare serenità nell’attraversare quel saluto.
Ma la qualità di un ambientamento non può essere misurata soltanto dalla quantità di lacrime che vediamo.

🌿 Separarsi non è un evento che accade nel momento in cui un genitore attraversa una porta.
Separarsi è un processo. Un processo nel quale il bambino e la bambina devono lentamente costruire nuove coordinate di sicurezza:
Dove sono?
Chi sono queste persone?
Che cosa succede quando mamma o papà vanno via?
Chi si accorge di me quando ho bisogno?
Chi comprende i miei segnali?
Chi mi consola?
E soprattutto: torneranno davvero?

Sono domande che passano soprattutto attraverso il corpo, prima ancora che attraverso le parole.
Attraverso lo sguardo che ricerca.
Il pianto.
L’immobilità.
L’esplorazione.
Il bisogno di essere presi in braccio.
Il rifiuto del contatto.
Il gioco che comincia e improvvisamente si interrompe.
Il controllo della porta.
La ricerca di un oggetto conosciuto.

🌱 Il bambino/a sta cercando di rendere prevedibile qualcosa che ancora non conosce. Ed è qui che la postura degli adulti diventa fondamentale.
Un adulto saluta prima di andare via. Non scompare approfittando di una distrazione per evitare il pianto.
Dice ciò che sta per accadere con parole semplici, gesti riconoscibili e rituali sufficientemente stabili.
E poi, dopo il saluto, riesce ad andare.
Un saluto sufficientemente breve, non perché debba essere freddo o distaccato, ma perché chiarezza e prevedibilità aiutano il bambino a costruire una rappresentazione di ciò che accade.
Mi saluti.
Vai via.
Io rimango.
Qualcuno si prende cura di me.
E poi ritorni.
Quando invece il saluto si prolunga, viene continuamente contrattato, interrotto e ricominciato, può caricarsi di una tensione emotiva difficile da sostenere sia per il bambino/a sia per l’adulto.

🌿 Giorno dopo giorno, la ripetizione rende conosciuto ciò che inizialmente era nuovo. Ma dentro questa esperienza può esserci il pianto.

💧 E che cosa facciamo noi adulti delle lacrime di un bambino?
Perché il pianto di un bambino o di una bambina non incontra soltanto le nostre orecchie. Incontra anche la nostra storia.

La nostra stanchezza.
La fretta.
Il bisogno di rassicurarci che “vada tutto bene”.
La paura che il bambino soffra.
Le aspettative sull’autonomia.
Il timore di aver sbagliato.
Ciò che abbiamo imparato, nella nostra stessa infanzia, sul bisogno, sulla dipendenza, sul conforto e sulla vulnerabilità.

🧠 E così può accadere che, invece di domandarci che cosa stia comunicando quel pianto, sentiamo l’urgenza di farlo cessare.
Distraiamo. Minimizziamo.
“Non è niente.”
“Guarda cosa c’è qui!”
“Sei grande.”
“Non piangere.”
Sentiamo l’urgenza di spegnere quelle lacrime.

Eppure il pianto può raccontare tristezza, protesta, rabbia, fatica, disorientamento, bisogno di prossimità. Quell’emozione ha bisogno innanzitutto di poter essere riconosciuta e attraversata.

Un genitore può andare via senza negare il pianto.
Un’educatrice, un educatore o un docente può accogliere quel pianto senza avere il compito di farlo cessare immediatamente.

❤️ Forse la postura adulta funzionale dovrebbe essere “Non devo toglierti quello che senti. Posso aiutarti a non restarci solo.”

🌱 È qui che entra in gioco la co-regolazione.
Prima di poter attraversare autonomamente emozioni intense, il bambino incontra adulti che gli prestano temporaneamente qualcosa della propria regolazione.
Ed ecco perché noi adulti siamo i primi a dover stare autenticamente con ciò che ci accade. Per poter prestare calma, dobbiamo accorgerci della nostra agitazione. Per poter accogliere la sua fatica, dobbiamo riconoscere ciò che quella fatica muove dentro di noi.

E allora possiamo esserci:
“Ti manca la mamma.”
“Avresti voluto che restasse.”
“È difficile questo saluto.”
“Io sono qui con te.”

Non servono molte parole. Spesso serve una presenza che non abbia fretta.

🌿 E soprattutto…
Un bambino che cerca l’adulto non sta necessariamente “regredendo”.
Un bambino che piange non sta necessariamente vivendo un cattivo ambientamento.
Un bambino che ha bisogno di prossimità e vicinanza non deve imparare rapidamente a “farcela da solo”.

La sicurezza non nasce dal non avere bisogno. Nasce anche dall’esperienza ripetuta di poter avere bisogno senza perdere la relazione.

🌱 La sicurezza non è non piangere.
È poter attraversare anche il pianto dentro una relazione sufficientemente stabile, prevedibile e affidabile.
È poter sperimentare, giorno dopo giorno:
Posso sentire la tua mancanza.
Posso cercarti.
Posso piangere.
Posso lasciarmi consolare da nuove mani.
E posso ritrovarti.
È scoprire, lentamente, che la separazione interrompe la presenza, ma non il legame.

Atelier della Pedagogista

🌿 IL NOSTRO “PER PRINCIPIO” ⁉️«Deve capire. Per principio.»«Gli ho detto di no e adesso rimane no. Per principio.»«Le fa...
03/09/2026

🌿 IL NOSTRO “PER PRINCIPIO” ⁉️

«Deve capire. Per principio.»
«Gli ho detto di no e adesso rimane no. Per principio.»
«Le famiglie devono fidarsi degli insegnanti. Per principio.»
«Se un genitore non è d’accordo, pazienza. Per principio certe decisioni spettano a noi.»
«Non sarò io a fare il primo passo. Per principio.»
«Non posso cambiare idea adesso. Per principio.»

Per principio.

Sembra avere in sé qualcosa di definitivo. Sembra non richiedere ulteriori spiegazioni. Infatti, quando arriva il principio, spesso la conversazione finisce.

Eppure è una di quelle frasi automatiche sulla quale è interessante fermarsi e cominciare a farsi domande.
Principio di chi?
Principio di che cosa?
Costruito dove?
Imparato da chi?
A tutela di cosa?
Perché dietro a un principio può esserci un valore educativo, etico, sociale. Ma può esserci anche altro.

Una convinzione personale diventata regola universale.
Un’abitudine mai interrogata.
Un modo di esercitare il proprio ruolo e il proprio potere.
La paura che tornare sui propri passi significhi perdere credibilità e approvazione.
Il bisogno che l’altro riconosca chi decide.
Una regola ricevuta a nostra volta, magari imposta, e mai realmente scelta né interrogata.

Persino un conflitto personale può diventare, improvvisamente, “una questione di principio”.

🌱 È interessante allora osservare che chiamare qualcosa “principio” gli conferisce immediatamente autorità e potere.

Non sembra più una mia posizione.
Sembra qualcosa che è così.
Non sono più io che voglio che quel bambino o quella bambina obbedisca: deve imparare che ci sono dei no.
Non sono più io che faccio fatica a rivedere una decisione: devo essere coerente.
Non siamo più noi professionisti a dover costruire una relazione credibile con una famiglia: le famiglie devono fidarsi.
Non sono più io che non voglio fare il primo passo verso un collega: è una questione di principio.

E così una scelta personale può assumere il peso di una verità.
Ma un principio che non può essere interrogato rischia facilmente di trasformarsi in una posizione di potere.

Questo vale con i bambini e le bambine. Ma vale altrettanto tra adulti.
Genitori.
Docenti.
Educatori.
Coordinatori.
Professionisti.
Nessuno escluso.

🌿 Pensiamo alla fiducia.
Possiamo davvero chiedere a una famiglia di fidarsi per principio?
La fiducia non appartiene automaticamente a un ruolo professionale. Si costruisce nel tempo, ogni giorno, attraverso cura, competenza, ascolto, non giudizio, coerenza, possibilità di confronto.

E il rispetto?
Anche quello viene talvolta invocato per principio. Ma chiedere rispetto non significa chiedere assenza di dissenso.
Una famiglia può rispettare un professionista e fare domande.
Un docente può rispettare un genitore e non condividerne una scelta.
Un educatore può dissentire da un collega senza delegittimarlo.
Un bambino può protestare davanti a un limite senza che quella protesta renda il limite meno valido.

🌿 I principi possono essere indispensabili. Ma proprio perché orientano le nostre scelte, dovrebbero poter essere nominati, argomentati, discussi, confrontati con la realtà e continuamente sottoposti a riflessione.
Un principio dovrebbe aiutarci a orientare le nostre azioni. Non impedirci di interrogarle.

Perciò, la prossima volta che dentro una relazione educativa - con un bambino o una bambina, una famiglia, un collega - ci sorprendiamo a pronunciare: «No. … per principio» forse potremmo fermarci proprio lì e domandarci:
Che cosa sto chiamando “principio”?
Quale valore sto realmente difendendo?
Chi o che cosa sta proteggendo?
E quali effetti produce sull’altro e sulla relazione?

Perché talvolta dietro un principio c’è davvero un valore da custodire.

Altre - tante - volte c’è una nostra posizione, ma anche corazza, che abbiamo smesso di interrogare.

E riconoscere la differenza è, già di per sé, un esercizio di consapevolezza educativa.

Atelier della Pedagogista

🌿 “NON FUNZIONA”!Qualche giorno fa una famiglia che accompagno mi scrive: «Sono due giorni che mia figlia stenta ad addo...
02/09/2026

🌿 “NON FUNZIONA”!

Qualche giorno fa una famiglia che accompagno mi scrive: «Sono due giorni che mia figlia stenta ad addormentarsi, piange e si dispera. I metodi che utilizzavamo non funzionano. Siamo in panne.»

Dopo averne parlato, il giorno successivo arriva un altro messaggio: «Alla fine era un nuovo dente. Stanotte e oggi pomeriggio ha dormito benissimo.»

🌱 Un piccolo episodio quotidiano familiare. Ma con un grande messaggio implicito.
Quando un bambino o una bambina cambia improvvisamente comportamento, noi adulti tendiamo quasi inevitabilmente a cercare una spiegazione e, subito dopo, una soluzione.
Perché fa così?
Che cosa stiamo sbagliando?
Come possiamo aiutarla?
Dobbiamo cambiare qualcosa?
Eppure non sempre un comportamento nuovo racconta un problema educativo. Un bambino/a può dormire diversamente, mangiare meno, cercare maggiormente il corpo dell’adulto, piangere più facilmente, opporsi, essere più irritabile o faticare nelle separazioni perché qualcosa, dentro o intorno a lui, sta cambiando.
Può esserci un dente che arriva.
Una fase di sviluppo particolarmente intensa.
Una giornata più carica del solito.
Una variazione nei ritmi quotidiani.
Un bisogno maggiore di vicinanza.
Sensazioni interne e fastidiose, difficili ancora da riconoscere e regolare.

Il comportamento infantile non è una formula matematica: lo stesso bambino, con lo stesso adulto e lo stesso rituale, può rispondere diversamente in momenti diversi della propria crescita. Ed è proprio in questi momenti che può diventare prezioso avere accanto uno sguardo professionale.

Non perché il professionista possieda la spiegazione di ogni comportamento. E nemmeno perché debba consegnare alla famiglia la strategia o la ricetta capace di far tornare rapidamente tutto come prima.
No. Il suo lavoro può essere molto più sottile e profondo.

🌿 Può aiutare l’adulto ad allargare lo sguardo proprio quando la fatica tende a restringerlo. Quando siamo dentro una situazione, infatti, la preoccupazione, la stanchezza e il senso di impotenza possono portarci a cercare velocemente qualcosa da fare.

Uno sguardo esterno e competente può invece aiutarci a rallentare.
A osservare prima di interpretare.
A ricostruire che cosa è accaduto negli ultimi giorni.
A considerare il corpo insieme al comportamento.
A distinguere ciò che stiamo realmente osservando da ciò che temiamo stia accadendo.
A riconoscere un possibile bisogno dietro una manifestazione che ci mette in difficoltà.
E soprattutto può aiutarci a rimanere più vicini al bambino e alla bambina, proprio quando la loro espressione diventa più difficile da comprendere.

Perché accompagnare e sostenere pedagogicamente una famiglia non significa sostituirsi alle sue competenze. Significa offrire una postura dalla quale tornare a guardare ciò che sta vivendo.

A volte una consulenza pedagogica porta nuove possibilità operative. Altre volte permette semplicemente di attraversare diversamente ciò che sta già accadendo: con meno allarme, meno fretta di correggere, maggiore capacità di osservazione e una presenza adulta più consapevole e disponibile.

🌱 Forse è proprio questo uno degli aspetti più preziosi dell’accompagnamento alla genitorialità. Non avere qualcuno che ci dica continuamente cosa fare, ma incontrare uno sguardo che, nei momenti in cui perdiamo le coordinate, ci aiuti a ritrovarle.
Uno sguardo che non rimanga nelle mani del professionista, ma che lentamente possa diventare anche quello della famiglia.

Non sempre possiamo sapere immediatamente che cosa c’è dietro un comportamento. Possiamo però imparare ad osservarlo, sostenerlo e attraversarlo senza perdere di vista il bambino o la bambina che lo sta esprimendo. Ed è anche questo che può fare un buon accompagnamento pedagogico.

Atelier della Pedagogista

🙏🏻🌱🪷 Fatto 💪🏻💪🏻💪🏻
02/09/2026

🙏🏻🌱🪷 Fatto 💪🏻💪🏻💪🏻

🎉 300.000 firme in circa 20 giorni!

Un risultato straordinario, raggiunto in piena estate, che sembrava impossibile...e invece questa campagna partita dal basso è cresciuta giorno dopo giorno grazie a migliaia di persone che hanno firmato, condiviso, scritto agli amici e coinvolto altri.

💙 Questo risultato ci dice anche qualcosa di molto importante: il tema dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole è sentito, urgente e considerato indispensabile da tantissime persone. Non è un tema marginale, non è una battaglia per pochi. È una richiesta che attraversa il Paese e che riguarda il modo in cui vogliamo accompagnare ragazze e ragazzi nelle relazioni, nel rispetto, nel consenso e nella conoscenza di sé.

Se siamo arrivati fin qui è soprattutto grazie a voi. E sarà ancora grazie a voi se raggiungeremo l’obiettivo.

📣 Oggi questa pagina è seguita da più di 50.000 follower. Fate un conto semplicissimo: se ciascuno di noi convincesse appena 3 persone che non hanno ancora firmato, potremmo raggiungere l’obiettivo praticamente subito.

👤 1 persona
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Non serve essere persone famose per fare la differenza: la vera forza di questa campagna siete voi:

🔴 Scegliete 3 amici, parenti, colleghi o conoscenti che non hanno ancora firmato e mandate loro il link.
👉 referendumeducazioneaffettiva.it/condividi

300.000 firme sono già un segnale fortissimo.
Ci siamo quasi, FORZA!

🌿 A TAVOLA!La tavola è il luogo della cura, della convivialità, dei sapori, delle appartenenze familiari. Ma è anche uno...
01/09/2026

🌿 A TAVOLA!

La tavola è il luogo della cura, della convivialità, dei sapori, delle appartenenze familiari. Ma è anche uno dei luoghi nei quali, quasi senza accorgercene, l’adulto può esercitare più facilmente il proprio potere sul corpo del bambino.
Quanto mangiare.
Quando mangiare.
Che cosa deve piacere.
Quando può dire basta.
Quante volte deve assaggiare.
Se la sua fame è “vera”.
Se il suo rifiuto è legittimo.

Intorno al cibo continuano così a vivere pratiche educative antiche, sfumature di pedagogia nera, spesso ereditate dalla nostra stessa infanzia e trasmesse come normali pratiche di cura e di educazione. Non hanno necessariamente il volto della punizione evidente, della minaccia o dell’umiliazione. A volte sono accompagnate da un sorriso, da una carezza, persino dall’intenzione sincera di fare il bene del bambino. Ed è proprio per questo che sono più difficili da riconoscere.

“Un altro boccone per la mamma.”
“Finisci tutto quello che hai nel piatto.”
“Se mangi la verdura, dopo ti do il dolce.”
“Se fai il bravo, ti compro il gelato.”
“Non ti alzi finché non hai finito.”
“Assaggia, altrimenti mamma/papà/nonna/maestra ci rimane male.”
“Basta, hai mangiato abbastanza.”
“Non piangere! Dai, vieni che ti do qualcosa di buono.”
“Guarda un po’ che cosa ti ho comprato oggi! Vieni.”
“Te lo sei meritato.”
“Dopo quello che hai mangiato, dovresti muoverti un po’.”
“Hai mangiato tutto. Sono felice!”
“Se continui così, diventi grasso/a.”
“Guarda tuo fratello/tua sorella: lui/lei sì che mangia tutto.”

Frasi diverse che raccontano qualcosa del rapporto tra adulto, bambino, cibo e potere. Perché a tavola non educhiamo soltanto alle abitudini alimentari. Educhiamo anche alla percezione del corpo. E alla relazione.

🌱 INTERPRETARE IL CORPO DEL BAMBINO.
La fame e la sazietà sono esperienze corporee. Così come lo sono il disgusto, il piacere, la curiosità verso un sapore, la difficoltà di fronte a una consistenza, la prudenza davanti a un alimento sconosciuto.

Il bambino e la bambina costruiscono progressivamente la capacità di riconoscere questi segnali, attribuire loro significato e fidarsi delle proprie sensazioni interne. Eppure proprio a tavola può accadere che l’adulto si sostituisca al bambino nella lettura del suo corpo.

“Non puoi essere già sazio.”
“Devi avere fame.”
“Ancora tre bocconi.”
“Questo ti piace, mangialo.”
“Non fare storie.”

Il messaggio implicito rischia di diventare: ciò che senti può essere corretto dall’esterno.
Il corpo comunica “basta”, mentre l’adulto dice “ancora”.
Il corpo comunica diffidenza, mentre l’adulto interpreta “capriccio”.
Il corpo comunica fame, mentre l’orario stabilito dall’adulto dice che “non è ancora il momento”.

Naturalmente l’adulto conserva una responsabilità educativa fondamentale. Organizza il contesto, sceglie ciò che mettere a disposizione, tutela la qualità dell’alimentazione, accompagna la scoperta di nuovi alimenti, costruisce tempi sufficientemente prevedibili. Avere responsabilità sul contesto, però, non significa avere proprietà sul corpo del bambino.

🌿 IL BOCCONE CHE DIVENTA OBBEDIENZA.
La pedagogia nera ha storicamente attraversato l’educazione attraverso un principio preciso: il bambino deve imparare a subordinare la propria volontà a quella dell’adulto. A tavola questo principio può sopravvivere in forme molto quotidiane. Non conta più soltanto mangiare. Conta obbedire attraverso il mangiare.

Il piatto deve essere terminato perché lo ha deciso l’adulto.
Il boccone deve essere inghiottito perché l’adulto lo ha chiesto.
Il rifiuto deve essere superato perché accettarlo sembrerebbe una perdita di autorità.

E così una situazione apparentemente banale può trasformarsi in un esercizio di potere sul corpo. “Solo un altro boccone. Fallo per me.”
Quel boccone non risponde più alla fame del bambino. Risponde al bisogno dell’adulto di essere accontentato.

Il corpo del bambino entra così in una dinamica relazionale nella quale il mangiare può diventare un modo per rassicurare, gratificare o compiacere l’adulto.

🌱 QUANDO IL CIBO DIVENTA MONETA RELAZIONALE.
“Se fai il bravo, avrai il dolce.”
Il cibo diventa ricompensa.

“Se continui a piangere, niente gelato.”
Diventa punizione.

“Dai, non essere triste. Cosa vuoi? Ti compro qualcosa di buono.”
Diventa consolazione.

“Finisci tutto e poi puoi giocare.”
Diventa strumento di contrattazione.

Il cibo assume così funzioni emotive, morali e relazionali che vanno ben oltre il nutrimento.
Alcuni alimenti diventano premio.
Altri diventano dovere.
Alcuni bisogna meritarseli.
Altri bisogna sopportarli per ottenere quelli desiderati.

E insieme al cibo possono arrivare parole e significati: essere stati “bravi” perché si è finito il piatto, aver “sgarrato”, essersi “meritati” qualcosa, aver mangiato “troppo”, dover poi “smaltire”. Parole attraverso le quali il bambino e la bambina imparano anche a pensare il proprio corpo e a costruire significati intorno al mangiare. Significati che, quando vengono ripetuti e sedimentati nel tempo, possono accompagnare la costruzione del rapporto con il cibo, con il piacere, con la colpa e con l’ascolto dei propri segnali corporei.

🌿 EDUCARE A TAVOLA È ANCHE EDUCARE ALL’ASCOLTO DI SÉ.
L’educazione alimentare riguarda anche la relazione che accompagniamo bambini e bambine a costruire con il proprio corpo. Poter riconoscere progressivamente fame e sazietà, esprimere preferenze e rifiuti, familiarizzare senza coercizione con ciò che ancora non si conosce, sperimentare il piacere della convivialità significa fare esperienza di un corpo che può essere ascoltato, conosciuto e progressivamente compreso.
L’adulto rimane accanto. Si prende cura, propone, organizza il contesto, accompagna, contiene e tutela. Ma non ha bisogno di sostituire continuamente la propria percezione a quella del bambino.

Perché anche questo è educare: permettere a un bambino di crescere senza dover smettere di ascoltare il proprio corpo per compiacere l’adulto.

E ciò che si costruisce a tavola può andare molto oltre il cibo. Si costruisce un rapporto con il piacere e con il limite, con il desiderio e con il rifiuto, con la possibilità di dire “basta” e di sentirsi ascoltati. Si costruisce, lentamente, fiducia nella propria esperienza corporea. Fiducia nelle proprie sensazioni interne.

Atelier della Pedagogista

🌿 BUON INIZIO 🪷A chi saprà essere casa: un luogo nel quale sentirsi accolti.A chi sarà aquilone: abbastanza vicino da ac...
31/08/2026

🌿 BUON INIZIO 🪷

A chi saprà essere casa: un luogo nel quale sentirsi accolti.

A chi sarà aquilone: abbastanza vicino da accompagnare, abbastanza rispettoso da lasciare andare.

A chi avrà bisogno di essere ago e filo, per ricucire incontri, fatiche, distanze, parole e silenzi.

A chi riuscirà ad essere scintilla, senza riempire ogni spazio: accendendo curiosità e lasciando che siano bambini e bambine a continuare la ricerca.

A chi sarà finestra, aprendo possibilità sul mondo.

E a chi, in alcune giornate, non riuscirà ad essere niente di tutto questo e avrà semplicemente bisogno di fermarsi, ritrovare il senso e ricominciare.
Perché educare non significa essere ogni giorno l’adulto perfetto. Significa continuare a interrogarsi su come stare accanto, responsabilmente, a chi cresce.
E crescere.

Buon inizio! 🌱
Atelier della Pedagogista

🌿 IL BAMBINO CHE HO DAVANTI E IL BAMBINO CHE SONO STATOOgni relazione educativa incontra anche la storia dell’adulto. Al...
30/08/2026

🌿 IL BAMBINO CHE HO DAVANTI E IL BAMBINO CHE SONO STATO

Ogni relazione educativa incontra anche la storia dell’adulto. Alcuni comportamenti, emozioni o parole dei bambini e delle bambine possono toccare parti di noi molto antiche. Accorgersene è già un esercizio di consapevolezza.
🌱 Qualche domanda di autoosservazione:
- Quali comportamenti infantili mi attivano maggiormente?
- Quale emozione del bambino faccio più fatica ad accogliere?
- Che cosa accade nel mio corpo quando un bambino piange, urla, mi sfida o mi rifiuta?
- Quali frasi della mia infanzia tornano, quasi automaticamente, nella mia voce?
- Che cosa potevo esprimere da bambino/a? Che cosa dovevo trattenere?
- Sto rispondendo al bambino che ho davanti o anche a qualcosa della mia storia?
- Riesco a distinguere ciò che osservo da ciò che quella situazione suscita in me?

🌿 Osservare la bambina e il bambino è importante. Imparare a osservarci mentre siamo in relazione con loro lo è altrettanto. Ed è nostra responsabilità.

Atelier della Pedagogista


🌿 IL SILENZIO QUALE REGOLA IMPLICITA DEL SISTEMACi sono famiglie in cui “i panni sporchi si lavano in casa”. Ma ci sono ...
29/08/2026

🌿 IL SILENZIO QUALE REGOLA IMPLICITA DEL SISTEMA

Ci sono famiglie in cui “i panni sporchi si lavano in casa”. Ma ci sono anche quartieri, comunità, gruppi di lavoro e servizi educativi nei quali sembra vigere una regola molto simile: certe cose si sanno, ma non si dicono.
Si conoscono comportamenti inadeguati.
Si percepiscono sofferenze e fatiche.
Si osservano umiliazioni, rigidità, prevaricazioni.
Si ascoltano parole che feriscono.
Si intuisce che qualcosa, nelle relazioni, non sta funzionando.

Eppure il sistema continua a proteggere se stesso.
🌱 Non metterti contro la famiglia.
🌱 Sono comunque i tuoi/suoi genitori.
🌱 Non giudicare.
🌱 Sono fatti loro.
🌱 È sempre stato così.
🌱 Meglio non creare problemi.
🌱 Non possiamo sapere cosa succede davvero.
🌱 Non roviniamo i rapporti.
🌱 Bisogna farsi i fatti propri.

E lentamente la prudenza può trasformarsi in silenzio. La discrezione in omissione. La lealtà in complicità.
E, spesso, onorare padre e madre può essere invocato culturalmente come una sorta di scudo: l’autorità genitoriale diventa qualcosa che non si può interrogare, la famiglia qualcosa che non si può attraversare con uno sguardo critico.
Ma onorare un legame non può significare rendere indicibile ciò che dentro quel legame produce sofferenza.
Antonella Lia, in Abitare la menzogna. Infanzia infelice, utilizza una parola forte: omertà. Descrive sistemi familiari nei quali emozioni negative, conflitti e problemi non devono trapelare all’esterno. La famiglia protegge la propria immagine e chi ne fa parte può imparare molto presto che raccontare significa tradire.

Questa antica cultura del silenzio e della protezione del sistema può oltrepassare le mura domestiche. Può accadere che anche gli adulti intorno al bambino/a finiscano per custodire il silenzio del sistema.

Un vicino vede e minimizza.
Un parente sa e giustifica.
Una comunità intuisce e tace.
Un professionista osserva qualcosa che lo interroga, ma teme di essere invasivo.
Un gruppo educativo normalizza pratiche che da tempo producono disagio perché “qui abbiamo sempre fatto così”.

Ma soffermiamoci a riflettere: quando il nostro silenzio protegge realmente una relazione e quando, invece, protegge il sistema che produce quella sofferenza? E soprattutto di quale sistema si tratta?

Perché oggi è fondamentale essere adulti consapevoli, capaci di restituire ai bambini e alle bambine la possibilità di raccontare ciò che vivono, ciò che sentono e ciò che accade loro, senza diventare colpevoli per averlo raccontato.

Perché esiste una forma di solitudine infantile particolarmente profonda e lacerante: non soltanto vivere qualcosa che fa male, ma crescere imparando che di quel dolore non si deve parlare affinché gli adulti, la famiglia o la comunità possano continuare a raccontarsi che va tutto bene.

Rompere l’omertà non significa rompere i legami. Talvolta significa smettere di chiedere ai più piccoli di pagarne il prezzo.

Atelier della Pedagogista

🌱 Ma conosciamo come apprendono i bambini e le bambine? Quando pensiamo all’apprendimento, spesso immaginiamo subito att...
27/08/2026

🌱 Ma conosciamo come apprendono i bambini e le bambine?

Quando pensiamo all’apprendimento, spesso immaginiamo subito attività a tavolino, giochi “logici”, giochi didattici, carta e penna, “percorsi”, schede grafiche, studiare e fare compiti.
Ma l’apprendimento accademico, scolastico è solo la punta della piramide.

✅ Base degli apprendimenti scolastici: corpo e sensi.
Alla base ci sono fondamenta “invisibili”, sottili, delicate fatte di sensazioni, percezioni corporee e sensoriali (tatto, gusto, olfatto, udito, vista, interocezione, propriocezione, vestibolarità), movimenti e posture (transitorie e fondamentali) che il neonato e il bambino e bambina costruisce lentamente nell’esperienza.
Il corpo e i sensi costituiscono il primo linguaggio attraverso cui il bambino e la bambina esplorano il mondo circostante, se stessi, gli adulti di riferimento; si orientano nello spazio e costruiscono progressivamente possibilità di regolazione corporea ed emotiva.
👉🏻Come sostenerlo? È fondamentale fornire opportunità di gioco libero e spontaneo fin da piccolissimi: spazio e tempo per sperimentare la postura supina, rotolare, girarsi, strisciare, gattonare, fare passi con appoggio, … correre, saltare, arrampicarsi, svuotare e riempire, costruire e distruggere, impilare, mettere in fila, creare torri, entrare dentro … E il gioco in natura è fondamentale. Sono inoltre da preferire materiali naturali e destrutturati (di riciclo, di scarto) nel gioco, nelle esperienze di manipolazione e travaso.

🟧 Il livello sensomotorio.
A partire dalle molte esperienze vissute e ripetute attraverso il corpo e i sensi, il bambino e la bambina cominciano progressivamente a organizzare ciò che percepiscono e ciò che fanno. Le informazioni provenienti dal corpo, dall’ambiente e dal movimento si intrecciano: lo sguardo incontra il gesto, l’equilibrio accompagna lo spostamento, la posizione del corpo nello spazio orienta l’azione. È in questo processo che si costruiscono progressivamente schema corporeo, coordinazione, intenzionalità motoria e capacità di organizzare sequenze di azioni. Il movimento diventa sempre meno casuale e sempre più orientato a uno scopo: raggiungere un oggetto, modificare una posizione, superare un ostacolo, trovare una strategia, correggere un gesto quando non produce l’effetto desiderato.
Il bambino sta costruendo mappe del proprio corpo e dello spazio, sperimentando relazioni tra causa ed effetto, distanza e direzione, forza ed equilibrio, possibilità e limite. Agendo, prova; attraverso ciò che accade, modifica l’azione; ripetendo, consolida; incontrando una difficoltà, ricerca nuove soluzioni.
👉🏻Come sostenerlo? Non servono esercizi specifici. Servono ambienti - e tempi - nei quali bambina e bambino possano avere iniziativa: raggiungere, trasportare, spostare, attraversare, aggirare, salire e scendere, combinare oggetti, sperimentare distanze, pesi, equilibri e differenti possibilità d’azione. Sperimentare rischi calcolati. Attraversare disequilibri. Annoiarsi.

🟨 La percezione motoria.
Il livello sensomotorio non si interrompe: si affina e si specializza. Le esperienze corporee e motorie costruite precedentemente permettono al bambino e alla bambina di organizzare gesti progressivamente più precisi, coordinati e intenzionali, integrando sempre più finemente sguardo, postura, movimento e percezione.
Lo sviluppo motorio procede anche secondo una direzione prossimo-distale: il controllo e la stabilità delle parti del corpo più vicine all’asse corporeo sostengono progressivamente l’organizzazione di quelle più distali. Prima il tronco e la cintura scapolare, poi il braccio e il gomito, il polso, la mano e, sempre più finemente, le dita.
La motricità fine, quindi, non comincia dalla mano. Una mano capace di modulare forza, direzione e precisione del gesto si costruisce dentro un corpo che ha potuto muoversi, sostenersi, spostarsi, arrampicarsi, spingere, ti**re, trasportare, afferrare, lasciare e manipolare. Quando un bambino incastra, impila, infila, avvita e svita, apre e chiude, strappa, spezzetta, schiaccia, spreme, modella, travasa, cuce, usa pinze, taglia, costruisce e lascia tracce, non sta semplicemente “allenando la mano”. Sta affinando coordinazione occhio-mano, controllo visivo del gesto, modulazione della forza, bilateralità, dissociazione dei movimenti e progressiva precisione delle dita. Anche le esperienze grafiche nascono da qui: prima del gesto fine della matita c’è un corpo intero che ha fatto esperienza del movimento. Le grandi tracce, i movimenti della spalla e del braccio, l’esplorazione di superfici verticali, orizzontali e oblique precedono e accompagnano la progressiva possibilità di rendere il gesto grafico più piccolo, controllato e preciso, fino ad arrivare progressivamente anche alla superficie più circoscritta del foglio e al gesto grafico in postura seduta.
👉🏻Come sostenerlo? Non anticipando esercizi grafici o attività “di pregrafismo”, ma offrendo una grande varietà di esperienze motorie e manipolative, dentro e fuori: prima grandi gesti, grandi superfici e coinvolgimento dell’intero corpo; progressivamente azioni più circoscritte, esperienze di grafomotricità, materiali più piccoli e gesti che richiedono maggiore precisione.

🔻Vertice: apprendimento scolastico e accademico.
Gli apprendimenti scolastici più formalizzati - leggere, scrivere, calcolare, studiare - si innestano su una storia iniziata molto prima dell’ingresso a scuola. Nei primi 0-7 anni, e non solo, le esperienze corporee, sensoriali, motorie, percettive, relazionali e di gioco partecipano alla costruzione di attenzione, memoria, linguaggio, pensiero, capacità di pianificare e trovare soluzioni. Non sono esperienze che precedono semplicemente l’apprendimento: sono già apprendimento, sul quale potranno progressivamente innestarsi competenze più astratte, formalizzate.

🌿 Questa piramide ci ricorda una semplice quanto potente verità: prima di imparare a leggere, scrivere e contare, i bambini e le bambine devono solo giocare. Saltare, rotolare, arrampicarsi, annusare, sporcarsi, toccare, scavare, spingere, trasportare, costruire, inventare, incontrarsi, rischiare, scontrarsi, annoiarsi…
Ma quel “solo” contiene un mondo. Perché mentre giocano stanno percependo, coordinando, ricordando, anticipando, scegliendo, provando, sbagliando, modificando strategie, incontrando limiti e trovando soluzioni. Mentre giocano, stanno già apprendendo.

È il corpo che accompagna la mente. Ed è vivere il corpo e con il corpo che aiuta poi a regolare i movimenti e le posture nella seggiola, a scuola.
È giocare che prepara alla vita scolastica: no schede grafiche su schede, disegni prestampati per insegnare a stare dentro ai contorni, attività controllanti continue a tavolino, cartoni sulla LIM utilizzati per intrattenere, contenere o tenere fermi bambini e bambine…

🌱 🌱 E l’adulto? L’adulto prepara il contesto, osserva, accompagna quando necessario. Ma osserva anche se stesso: si interroga sui propri automatismi, sulle proposte che offre, sui tempi che accelera, sulle esperienze che anticipa e sullo spazio che riesce davvero a lasciare all’iniziativa del bambino.

Atelier della Pedagogista

Indirizzo

Viale XXIV Maggio 61
Pesaro
61121

Orario di apertura

Lunedì 17:00 - 18:30
Martedì 17:00 - 18:30
Mercoledì 15:30 - 18:30
Giovedì 14:30 - 19:00
Venerdì 14:30 - 19:00
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