24/07/2023
Quando si parla di conflitto e violenza o conflitto e guerra c’è spesso la tendenza a utilizzare la metafora del contenitore: così come il vasetto contiene la marmellata, nella violenza c’è il conflitto e il conflitto è parte della violenza.
In questo modo, l’esperienza conflittuale finisce alla stregua della pura e semplice appendice della violenza stessa.
In altre parole il conflitto è lì che aleggia nello stesso barattolo e può trasformarsi in violenza da un momento all’altro. L’associazione «litigio/conflitto» diventa una sorta di etichetta spazzatura con cui definire tutto ciò che non va: solo i maleducati litigano, continuate pure a litigare così poi vi ammazzate, se dobbiamo litigare me ne vado…
Si tratta di una metafora molto intrigante, certo, ma non ha nulla a che fare con la realtà: la capacità di stare nel conflitto ci preserva dalla violenza.
Non è la stessa cornice, sono due mondi diversi, anche se possono avere sovrapposizioni, più legate al senso comune che non alla realtà. Anzi, è proprio l’evoluzione della specie in senso culturale che ci libera dalla necessità della violenza e ci introduce nel mondo della ritualità e della composizione conflittuale, un mondo molto diverso.
Nella violenza ha la meglio chi è più forte e più cinico, nella competenza conflittuale «vince» chi ci mette più intelligenza e capacità comunicativa.