23/05/2025
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IL SIGNIFICATO E IL VALORE DELLA RICERCA STORICA
di Alberto Grohmann
“... In primo luogo sono ancora pienamente convinto che la migliore definizione della ‘Storia’ sia quella data da Marc Bloch, alla domanda del bambino: «Papà, spiegami allora a che serve la storia». Com’è noto il fondatore delle “Annales” rispondeva che la storia non è semplicemente la scienza che studia il passato, la storia è «la scienza degli uomini nel tempo», e la sua conoscenza è fondamentale per gli individui per «comprendere il presente mediante il passato» e allo stesso tempo per
«comprendere il passato mediante il presente». Lo storico è come l’orco delle favole, sempre alla ricerca di nuove prede, per lui le prede sono i documenti, di cui non è mai sazio. Documenti che, intrecciati sempre tra loro, consentono al ricercatore di individuare elementi, dati, fatti da sottoporre a un’incessante analisi critica, onde poter giungere alla ricostruzione degli elementi fondamentali della civiltà di una fase temporale che ci ha preceduti, al fine di comprendere quella in cui viviamo e operiamo, nella piena consapevolezza che ciò che il suo lungo lavoro di analisi può fargli apparire connotato di verità potrà in futuro essere modificato e ribaltato da lui stesso o da altri, indagando su altre fonti e altri documenti. Il che implica che la storia, come ebbe ad affermare Lucien Febvre, debba essere considerata «come studio condotto scientificamente e non come scienza» in quanto si tratta di una ricerca effettuata sulla base di documenti raccolti con grande pazienza, criticamente valutati e costantemente messi a confronto gli uni con gli altri. In tal senso la storia in tutte le sue varianti e declinazioni è scienza degli uomini, che nel mutare del tempo e dello spazio hanno attribuito al “vero” un valore che si è andato modificando.
In secondo luogo sono del tutto convinto che la storia necessiti del corretto utilizzo di due categorie fondamentali: tempo e spazio. Tempo che come ebbe a insegnarci Fernand Braudel deve prendere in scarsa considerazione il “breve periodo”, ossia l’arco cronologico in cui si realizza il singolo evento, ma deve consentire che il fenomeno studiato venga analizzato nella “lunga durata”. Spazio che può essere piccolo o grande, ma non dovrà mai essere preso in considerazione in un’accezione localistica, pur essendo ovviamente riferito a un luogo (sia esso un micro ambito o l’intero globo).
In terzo luogo ritengo che ogni analisi storica degna di tale nome, partendo dall’attenta ricerca, dall’esame e dal confronto delle fonti (di qualsiasi natura esse siano), debba tendere a porre in luce il caso di studio preso in esame in comparazione spazio/temporale con un problema di rilievo; sia che chi effettui l’analisi voglia mettere in evidenza le peculiarità dell’oggetto del suo studio, sia che invece voglia sottolineare come il tema sottoposto a indagine riveli una conformità con altri casi considerati in spazi e/o tempi differenti.
In quarto luogo, come scriveva Joseph Alois Schumpeter, per chiarire il valore fondamentale della storia anche per l’economista, occorre tener presente che «Non si può sperare di comprendere i fenomeni economici di una qualsiasi età, compresa quella presente, senza un’adeguata misura di senso storico o di quella che può essere chiamata ‘esperienza storica’. [E aggiungeva] Il secondo modo è che l’esposizione storica non può essere puramente economica ma riflette, inevitabilmente, anche fatti ‘istituzionali’ che non sono puramente economici: perciò lo studio della storia costituisce il metodo migliore per comprendere come i fatti economici e non-economici sono in relazione gli uni con gli altri e come le varie scienze sociali debbono essere messe in rapporto fra loro».
In quinto luogo ritengo sia sempre utile rifarsi alla lezione metodologica di Michel Foucault, il quale ha posto in evidenza che i frammenti di memoria che recuperiamo lungo il viaggio che dal presente ci conduce al passato ci forniscono la base interpretativa del significato del nostro percorso verso la conoscenza del presente e anche del nostro stesso essere. Scriveva Foucault: «L’obiettivo […] è quello di tracciare la storia dei diversi modi in cui, nei vari ambiti della nostra cultura […], gli uomini hanno sviluppato una conoscenza di sé». Riferendosi alla lezione metodologica di Foucault, Patrick H. Hutton annotava: «Scandagliare il passato deve insegnarci che esistono opzioni tra le quali siamo liberi di scegliere, e non solo continuità alle quali conformarci». In tal modo la storia, come ho già a mio avviso sottolineato, indipendentemente dall’arco cronologico e dallo spazio sottoposti ad analisi, consente di comprendere il presente mediante il passato e allo stesso tempo di comprendere il passato mediante il presente. Muovendo da questa esigenza, lo studio della storia assume in pieno il suo significato e il suo valore in quanto consente ai componenti della società contemporanea di effettuare le proprie scelte in modo più consapevole, proprio sulla base delle opzioni e delle scelte fatte da uomini vissuti in tempi antecedenti e in spazi diversi. Come affermava Jacques Le Goff nella "Prefazione" al citato volume di Marc Bloch: «l’incomprensione del presente cresce fatalmente dall’ignoranza del passato. [E ancora] L’ignoranza del passato non si limita a danneggiare la conoscenza del presente, essa compromette, nel presente, l’azione stessa».
Detto ciò, a mio avviso, va ulteriormente sottolineato che per comprendere la reale struttura del passato, le sue coordinate, i suoi cicli, la sua evoluzione, occorre necessariamente avere chiare quali siano le categorie dominanti della nostra ricerca, altrimenti si rischia di frammentare la civiltà che intendiamo studiare e la sua organizzazione di produzione, di distribuzione, di scambio, di consumo e anche le sue istituzioni e la sua cultura in una miriade di piccoli settori che, per quanto singolarmente interessanti, non consentono di cogliere i tratti salienti di quella data spazialità e diacronia in cui determinati uomini sono vissuti, né di effettuare comparazioni spaziali e temporali, senza le quali la nostra ricerca non ha ragione di essere. Non bisogna nemmeno dimenticare, come ha sottolineato Carlo Maria Cipolla, che lo storico economico (ma la stessa cosa può dirsi per ogni storico e non solo per gli specialisti della branca culturale presa in considerazione da Cipolla), a differenza dell’economista teorico, per comprendere una data epoca e i suoi uomini, «deve prendere in considerazione tutte le variabili, tutti gli elementi, tutti i fattori in gioco. E non solo le variabili ed i fattori economici». Aggiungendo che «in altre parole, lo storico economico deve tener conto di tutte le n variabili di una data situazione storica», perfino del comportamento a volte irrazionale degli uomini vissuti in una data epoca, influenzati da credenze e paure. ...”
Alberto GROHMANN, "Considerazioni conclusive", in Atti del XXV Convegno Internazionale di Studi del Centro Italiano di Studi di Storia e d'Arte - Pistoia, "LA CRESCITA ECONOMICA DELL’OCCIDENTE MEDIEVALE, UN TEMA STORICO NON ANCORA ESAURITO" (Pistoia, 14-17 maggio 2015), Viella, 2017.i