Arte del Fare

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Redazione culturale e Centro di Formazione dell'accademia di Gestált LA BOTTEGA, fondata nel 2006 da Mimmo Ciavarelli, esponente Senior della Gestált Therapy Tradizionale.

BESTIARIO DEI CARATTERI 6. Il mio carattere è un GRANCHIOdi Guido FerraIl mio carattere è un granchio. Va in giro con un...
19/08/2026

BESTIARIO DEI CARATTERI

6. Il mio carattere è un GRANCHIO

di Guido Ferra

Il mio carattere è un granchio. Va in giro con una robusta corazza di idee e teorie, con le quali mette un bello scudo tra sé e il mondo. La corazza è liscia, anche bella da vedere, e lo ripara dal giudizio degli altri. Come tutti i granchi, è paranoico, se ti avvicini pizzica, anche se non hai intenzione di prenderlo, o nemmeno ti sei accorto della sua presenza. Non legge davvero le intenzioni degli altri, ma dà per scontato che siano tutti contro di lui, se si avvicinano oltre una certa distanza. Il mio granchio, però, non si difende soltanto, ma è anche capace di attaccare. Commenti sarcastici, sprezzanti, precisazioni: “State al posto vostro - sembra dire con molta efficacia”. Alcuni si sorprendono del fatto che, sebbene sia un simpatico animaletto, è difficile che qualcuno possa prenderlo in giro, entra negli anfratti sottili e si nasconde bene. Inoltre, non arriva mai a una cosa direttamente, ma sempre in maniere oblique, procedendo di sbieco, senza volgere lo sguardo nella direzione del movimento. Guarda più chi ha davanti, che dove sta andando. Costretto a vivere sempre il suo interlocutore come un nemico, scrutarne i pensieri, i movimenti, non presta la dovuta attenzione a dove sta andando. Questo genera pensieri e frasi storte, complicate, a volte anche belle, ma non funzionali al movimento e alla direzione, anche se è comunque rapidissimo, soprattutto se sta fuggendo. Il mio granchio sa cambiare forma, si chiude e si apre in molti modi, per rimanere sostanzialmente identico. Finge di aver capito tutto, pronto a cambiar vita da domani, ma rimane sempre lo stesso: ha cambiato forma, ammirevole nella sua tenacia, solo per restare uguale. Come i suoi simili, il mio granchio prende parte a combattimenti anche molto più grandi di lui, lanciandosi in imprese difficili, come affrontare le aquile. Talvolta riesce per un po', ma spesso questa ottusa caparbietà è la sua rovina. Tutto preso in qualche idea grandiosa e bellissima, o in qualche teoria sfavillante, all'improvviso dal vasto mare si ritrova perso in un bicchier d'acqua, certamente una br**ta figura per un animale marino. Infine, ogni volta che qualcuno, irretito dalle sue parole, pensa di prendere un bel gran pesce, prende lui, il solito granchio. Forse, però, la colpa è loro se prendono granchi. Ognuno, in fondo, fa il suo mestiere.

METALOGHI GESTALTICI3. La gestione della sorpresadi Oriana Scicolone- Come gestisci gli imprevisti nel tuo lavoro da ter...
16/08/2026

METALOGHI GESTALTICI

3. La gestione della sorpresa

di Oriana Scicolone

- Come gestisci gli imprevisti nel tuo lavoro da terapeuta? Ti confesso che io ho un po’ di difficoltà.

- A quali imprevisti ti riferisci? Ce ne sono così tanti.

- Beh, in realtà, ora che ci penso, non sono proprio imprevisti, quelli a cui mi riferisco. Sono reazioni del paziente che mi prendono alla sprovvista. Mentre mi sembra di essere stata chiara, comprensibile, autorevole, buona, è successo, ad esempio, che il paziente si arrabbiasse, o si intristisse o avesse qualche tipo di reazione diversa da quella che avevo previsto.

- È vero, capita spesso che le previsioni cozzino con la realtà del momento.

- Eppure, vedendoti lavorare, mi pare che la cosa non ti turbi affatto. Allora è possibile non farsi prendere alla sprovvista dai pazienti?

- Certo: lasciando che sia tutto imprevisto, sei sempre pronta.

- L'ennesimo gioco di parole…

- Solo in apparenza è un calambour. La cosa ti confonde perché tu ti riferisci ad un modo di praticare la psicoterapia che si adopera per prevedere reazioni ad azioni pianificate, mentre la Gestált si sforza di eliminare ogni rassicurante previsione e ogni progetto relazionale.

- D’accordo, mi arrendo perché sono curiosa. Stavolta voglio seguire quello che mi dici. Ti ascolto.

- Allora partiamo dal tuo modo di stare in seduta. Per tua ammissione, ogni tanto ti accorgi di essere sorpresa dagli eventi, dunque avevi una previsione che contemplava un unico tipo di risposta da parte del paziente. Se la risposta che ottieni è differente da quella presunta, resti turbata, giusto?

- Giusto. Anni di studio e tutti i manuali che ho letto, così come tutte le supervisioni che ho pagato, mi hanno promesso che se avessi avuto il tono giusto, le parole giuste, anche gli abiti e l’arredamento giusto, avrei avuto il permesso di definirmi terapeuta. E se allora mi hanno definita tale, ogni mio atto è un atto di cura. Invece il paziente mi fraintende e non capisco perché. Da lì in poi la seduta mi sfugge dalle mani e sento di dover correre ai ripari. Mi sento così sfiduciata. Cos'altro potrei fare per diventare più capace?

- Sei stata molto chiara e onesta, che è una buona premessa a digerire una medicina amara, cioè che tutto questo di cui mi parli nasconde una pretesa assolutamente non reale.

- In che senso?

- Vedi, hai avuto una formazione che si affida alla logica per la trasmissione di una prassi terapeutica. Il tentativo è quello di consentire agli allievi la possibilità di impadronirsi e dominare una realtà che è invece paradossale e contraddittoria. In verità, sai bene anche tu che la dinamica azione-reazione non si può applicare a nessun tipo di relazione umana. Persino l’uso della forza e della violenza non garantisce che lo schiavo non si ribelli al tiranno, né che le buone maniere lo tengano in catene.

- In effetti quel che dici mi sembra sensato.

- Bene, seguimi ancora un po’. Per il momento non voglio soffermarmi sul significato di giusto che hai ripetuto tante volte, diamo per scontato che esistano comportamenti giusti e comportamenti sbagliati che generano a volte reazioni previste ed a volte impreviste.

- Beh sì, se prendessi a parolacce un paziente posso prevedere che mi offenderà per difendersi. Ma se lo prendessi a parolacce e lui dovesse ringraziarmi, beh, questo mi spiazzerebbe non poco. Non era previsto che accadesse eppure sta succedendo.

- Se per una volta, anzichè essere turbata da quello che succede, lo usassi per cambiare padrone?

- Cioé?

- Segui fiduciosa quel che succede, lasciando le vecchie previsioni, e rispondi ad esse con quello che ora c’è in te. Svuotati dei presupposti falliti e dei pentimenti, per stare in contatto con quel che c'è.

- È questo che chiamate qui e ora? Per la prima volta non lo sento un concetto, ma una dinamica concreta e possibile.

- È così.

Le parole per dirlo - Racconto n. 13Gli occhiali rosaDi Dott.ssa Ambra CiavarelliIl racconto mostra come una domanda com...
14/08/2026

Le parole per dirlo - Racconto n. 13

Gli occhiali rosa

Di Dott.ssa Ambra Ciavarelli

Il racconto mostra come una domanda comune nasconda la volontà, condivisa, di ridurre la responsabilità delle proprie azioni, assolvendo un altro.

Era una giornata assolata e Maria aveva appoggiato gli occhiali da sole sulla tavola apparecchiata per il dopo pasto. La tovaglia pastello era impreziosita da un lezioso merletto che ne esaltava i toni delicati. Mentre proseguivano le considerazioni, i consigli e i commenti, il suo occhio continuava a posarsi sulle lenti scure e screziate di rosa. La donna, ormai abituata a ripetere sempre lo stesso racconto, rispondeva in automatico, con voce calma e cadenzata. “Si, nostro figlio quando lo vede ci gioca volentieri”. Oppure “No, per l’amor del cielo, non ci ha mai picchiati”. O ancora, la sua preferita “No, mancano i presupposti reali per fidarsi. In passato mi sono fidata e sono successe cose gravi quindi non mi fido più”.
Gli occhiali erano sempre in primo piano, le voci in sottofondo. Si chiedeva cosa ci fosse di tanto interessante in quegli occhiali da rapire così frequentemente la sua attenzione.
Stava quindi così, impacciata ad attendere l’ora giusta per allontanarsi da questa interminabile visita di cortesia. Maria prese le lenti e le mise in borsa, intercettando lo sguardo di sua zia acquisita, una donnona rubiconda e sorridente. Poi zia Fefè, ottuagenaria sorella minore, ruppe il silenzio- Signora, secondo lei il padre vuole bene al bambino?-. La domanda la congelò. Le sembrava un quesito così stupido, così marginale rispetto alla questione, eppure questa domanda arrivava genuina. Com’era possibile che in tutto questo tempo, lei non se lo fosse mai chiesta? Lì per lì, per evitare di rigurgitare uno sprezzante ma in che senso?, Maria farfugliò qualcosa di circostanza, ricordando che l’uomo in questione latitava rispetto agli alimenti e che si rendeva, di fatto, assente. L’altra zia incalzò - Si, ma il padre è stato amorevole, no? A modo suo gli vuol bene a questo bimbo-
Nella mente della donna scene complesse e contraddittorie correvano ad accavallarsi per confonderla ancora di più. Blaterò qualcosa dalla parvenza di senso compiuto circa i bagnetti che soleva fare al bebè o la voce gentile che usava per parlargli. Aveva la nausea ed era chiaro che le interlocutrici volevano sentirsi rispondere che in fondo, nonostante tutte le azioni sbagliate e pericolose, il padre volesse bene al pargolo. Come se la creatura avesse bisogno di un bene nascosto in fondo e non delle azioni che lo mostrino. Però Maria, per abitudine e stanchezza, si piegò ad assentire e a evitare la scomoda etichetta della madre alienante.
Quella notte a casa non poté dormire. Voleva trovare una risposta vera alla domanda. Da un lato, c’era l’esperienza concreta di gesti di cura e di amorevolezza che era certa avergli visto rivolgere al loro figlio: attenzioni, carezze, spontanee e sincere preoccupazioni paterne. Dall’altro, furti, fughe notturne, lo scientifico evitamento della gestione dei pesi della genitorialità, ma soprattutto, l’esporre il figlio ripetutamente al pericolo delle sostanze. Come coniugare tutto questo? A Maria si strinse nuovamente lo stomaco mentre una scena terribile le riappariva nella mente, prendendole l’intero corpo. Come unire questo ricordo terribile con quello dolcissimo delle prime ninne nanne che gli cantava?
Si affacciò alla porta della cameretta per sbirciare il figlio fra le pieghe del letto. Russava lievemente come fanno i bambini nei sonni profondi. Aiutarlo ad addormentarsi era da sempre ostico e per molto tempo Maria aveva provato una leggera angoscia in concomitanza dell’ora della messa a letto. Si era sempre vergognata di questo sentimento di rifiuto verso un compito genitoriale piuttosto ordinario. Si accorse di colpo come questo gravoso momento, nell’ultimo periodo, fosse diventata una finestra di connessione intima e piacevole con suo figlio, senza perdere per questo l’aspetto di fatica e peso. Il pensiero fatto la risvegliò. Non come unire questo ricordo terribile con quello dolcissimo, ma qual è l’esigenza di unire l’inconciliabile? Accompagnare un bimbo al letto, alla stessa ora e con presenza, è un compito ingrato. Sebbene sorretto dall’amorevole convinzione che quell’ agire comporti benefici fisici, mentali e relazionali, lo sforzo resta sforzo. Maria si rese conto che ogni giorno rinnovava una scelta d’amore, proprio attraverso il compimento di qualcosa che spontaneamente avrebbe evitato. Esiste dunque, riflettè Maria, un amore spontaneo, che non richiede impegno nel portare a termine dei gesti o delle azioni, per quanto possano essere vistose o eclatanti. C’è poi un’altro piano dell’amore: quello delle rinunce, degli sforzi e dell’impegno, che richiede di instillare gocce d’amore nella volontà, per portare avanti scelte amorevolmente disciplinate. Il primo, è un voler bene che riguarda più noi stessi, proseguì Maria nel suo soliloquio. E’ come se in quei gesti spontanei godessimo dei frutti di una amorevolezza a buon mercato, potendo sentirci gratificati mentre ci specchiamo negli effetti di ciò che facciamo. E’ un modo di amare che resta uguale a sé stesso e ci permette di sentirci buoni senza contraddizioni. Il secondo, è volere il bene dell’altro, che chiede un prezzo da pagare e la volontà di apprezzarne gli effetti. E’ un amore turbato, interessato e faticoso. Ora capiva perché, quando si trovava a condividere una parte della sua storia, molti correvano a proporre quel terribile in fondo, in fondo gli vuol bene, unendo così i due piani dell’amore. La donna si era resa convinta. In quella frase c’è sempre la voglia di evitare un amore volontario e difficile, nascondendo questa scelta dietro una presunta ineluttabilità del sentimento. In effetti, si disse, anche io quando sentenzio in questo modo, smarco l’altro da un gravoso compito, finendo per fare anche a me sconti di responsabilità. Alla fine, basta poco, basta lasciare lo spazio per amare solo in fondo, pensò.
Guardò nuovamente in direzione del letto quel piccolo torace che si muoveva a ritmo e si promise che avrebbe per sempre diffidato dagli amori sedicenti profondi, nella convinzione che non vi è nulla di più profondo di ciò che si può cogliere in superficie.
Maria si accucciò nel letto stretto vicino al figlio e i due dormirono un’unica notte, come non era mai successo.

BESTIARIO DEI CARATTERI 5. Il mio carattere è una coccinelladi Arianna Dell'OrfanoIl mio carattere è una coccinella. La ...
09/08/2026

BESTIARIO DEI CARATTERI

5. Il mio carattere è una coccinella
di Arianna Dell'Orfano

Il mio carattere è una coccinella. La coccinella septempunctata è un insetto della famiglia dei coleotteri, noto a tutti per il suo colore rosso punteggiato di nero, che la distingue dai suoi simili e che le serve per spaventare i possibili predatori. È considerata un simbolo portafortuna, ma in pochi sanno che è una vorace predatrice: ghiotta di afidi, si è guadagnata la benevolenza dei coltivatori. La coccinella nonostante il suo aspetto delicato e grazioso, è capace di una certa dose di aggressività e di numerose strategie difensive. È sempre in allerta dal pericolo, può ritrarre le zampe e rilasciare un liquido maleodorante, ma la sua più grande arma protettiva è quella di fingersi morta e restare immobile quando sente che può essere attaccata. Il mio carattere è una coccinella: come lei voglio essere notata, ma allo stesso tempo vivo con il timore di essere attaccata, così bisognosa dei complimenti e dell’approvazione altrui, come se ottenerli mi rendesse immune dai predatori. Il mio carattere è una coccinella perché le mie strategie di difesa sembrano il frutto di una vita trascorsa nella paura di essere mangiata, e la mia aggressività si concentra quasi tutta lì: nell’immobilità di chi confonde i predatori pur non muovendosi affatto. Sono una coccinella spesso inconsapevole di quanto io sia piccola rispetto a tutte le altre specie animali, e solo quando la realtà me lo ricorda riprendo piena coscienza di me. Allo stesso modo vivo da coccinella quando aspetto in silenzio che qualcuno mi ricordi quanto sono utile all’agricoltura.

07/08/2026

INCURSIONI GESTALTICHE - 8. La maggioranza

La settima, di una serie di incursioni su temi di filosofia gestaltica.
Seguendo la prassi dell'improvvisazione come disciplina di presenza, si parla della maggioranza.

Versione integrale canale Youtube di Mimmo Ciavarelli

con Mimmo Ciavarelli
Dott.ssa Ambra Ciavarelli
Andrea D'Agostino Psicologoo

METALOGHI GESTALTICI2. La Gestàlt è rinunciare a provaredi Ambra Ciavarelli- Ti ho sentito dire qualche volta ai tuoi pa...
02/08/2026

METALOGHI GESTALTICI

2. La Gestàlt è rinunciare a provare

di Ambra Ciavarelli

- Ti ho sentito dire qualche volta ai tuoi pazienti, prossimi al cimento di un proposito o di una scoperta - Bada, non devi provarci, devi riuscirci!-.
La cosa mi spiazza.
- Lo vedo. Come posso aiutarti con questo tuo spaesamento?
- Vorrei capire di più. Delle volte in seduta si mostrano, mi verrebbe da dire, delle ovvietà su un processo o su una situazione. Spesso il paziente concorda, diventando consapevole di una dinamica o accedendo a una visione più ampia, come una prospettiva migliore su una questione, a prescindere che sia interna o esterna. Solitamente si sente sollevato e appare meno confuso o immobile. La naturale conseguenza di questo nuovo stato è compiere una scelta alternativa, muoversi diversamente, iniziare quella cosa procrastinata a lungo, eppure, quando decidono di provarci spesso non riescono.
- Certo, ne sono ben cosciente. Da questo nasce il mio monito. Provarci non serve a nulla, bisogna riuscirci.
- Ecco, è qui che non capisco. Io li vedo iniziare con le migliori intenzioni e le consapevolezze al posto giusto. Li vedo impegnarsi e poi vacillano, retrocedono, si bloccano, si incartano nuovamente. Ho sempre chiamato questo ondivago andirivieni processo terapeutico. Il tempo e l’incedere per prove ed errori porterà sulla giusta strada, a tempo debito.
- Anche di questo sono cosciente. Io però lo chiamo processo caratteriale.
- Intuisco qualcosa senza afferrarla del tutto. Voglio provare a capire la tua visione delle cose.
- Io invece voglio riuscire a portarti qui con me. Seguimi con attenzione nel mio ragionare, provando a tenere a bada quel movimento emotivo che vorrebbe mettere il nostro provarci sullo stesso piano del nostro riuscirci.
- Ma certamente non sono sullo stesso piano! Io posso provare a fare qualcosa, ma riuscire nell’intento, l’efficacia per intenderci, dipende solo parzialmente da me: come mi insegni esistono circostanze, momenti e opportunità. Mi sembra alquanto pretenzioso voler dominare e controllare le risposte del mondo, l’effetto delle nostre azioni sull’ambiente, sull’altro, le conseguenze dei nostri tentativi di cambiare qualcosa.
- Questa considerazione è esattamente quella da cui ti mettevo in guardia e che confonde acque ben differenti. E’ f***e pretendere di dominare le risposte e le scelte del nostro interlocutore tanto quanto è f***e il rinunciare a dominare l’unica cosa su cui abbiamo potere: la nostra volontà. Nel tuo incedere emotivo, mischi pere con mele. Provare e riuscire appartengono a mondi differenti. Tu li ricongiungi puntando gli occhi sull’esito, ma non osservi l’atteggiamento. Il primo, il provare, è l’attitudine ad apprendere del processo caratteriale. Il secondo, il riuscire, è l’attitudine ad apprendere del processo terapeutico.
- Sono disponibile a comprendere, voglio riuscirci. Prosegui per favore.
- Il processo caratteriale avanza in questo modo: le mie abitudini mi portano verso una frustrazione, un’impossibilità (solitamente, sempre la stessa). Provo una modifica a qualcosa e mi blocco, perché mi scontro con un dolore o un impedimento. Provo e mi blocco, provo e mi blocco e qualche volta arrivo per serendipità a un cambiamento. Tuttavia, va considerato che il ventaglio di esperienze che andrò a costruirmi sarà sempre legato alla mia base caratteriale, perché non posso uscire da me, seguendo un processo legato agli evitamenti e ai piaceri del carattere. Per evolvere serve un altro strumento. Nel processo terapeutico Io non provo, riesco. In questo caso la modifica si regge sull’attitudine e sulla volontarietà di forzarmi a procurarmi esperienze nuove, fuori dal campo del mio carattere. In questo modo la maturazione dell’organismo sarà arricchita da nuove funzioni, che dal guscio del proprio carattere non sono accessibili.
- Se proseguo nel ragionare, mi pare di capire che questa sia la chiave del perfezionamento della consapevolezza. Quando divento consapevole di qualcosa, divento quella consapevolezza e sceglierò di muovermi in accordo con quella novità che mi abita.
- Esattamente. Nel muovermi secondo novità, dominando la naturale paura iniziale, amplio i campi dell’esistenza. Queste esperienze saranno sempre “riuscite”, indipendentemente dall’esito delle mie azioni, poiché sono la riprova di uno stato di coscienza alternativo a quello del nostro carattere.
- E come capisco se sono nella giusta direzione? Come posso non autoingannarmi, accorgermi di stare solo provando credendo di riuscire?
- Finalmente una vera domanda. L’impegno iniziale è proprio in questo senso. Bisogna recuperare ogni volta l’attitudine e il rigore alla riuscita, quella disciplinata arte del fare sgambetti al proprio carattere. Quando operiamo una scelta di cambiamento, quando vogliamo iniziare a fare qualcosa di diverso, dobbiamo imparare a guardarci da fuori (o almeno prestare ascolto a chi ci sta osservando). Questo è il primo passo per intercettare certe mollezze emotive che ci perdonano e ci scusano tutti quegli atteggiamenti che vanno in direzione contraria alla nostra scelta, trascinandoci nuovamente nel processo caratteriale di prove e blocchi.
- Ancora una volta, un cane non può avere due padroni.
- No. E un cane seguirà sempre il padrone con il cibo più nutriente. Coltiviamo dunque il processo terapeutico come buona prassi dello scegliere.
- Sono d’accordo: rinunciamo a provare!

Le parole per dirlo - Racconto n. 12Diventare una storiaDi Guido Ferra Se ogni vita merita un romanzo, ogni carattere me...
30/07/2026

Le parole per dirlo - Racconto n. 12

Diventare una storia

Di Guido Ferra

Se ogni vita merita un romanzo, ogni carattere merita almeno una storia. Ma che succede quando un carattere diventa uno scrittore?

Duecentoventi euro. Mi guardo digitare il Pin della mia carta di credito, per un cappotto che non voglio. Ho addosso sudore e senso di umiliazione. Il venditore è tranquillo, io sto ribollendo dentro. Ero venuto al mercatino dell’usato e, tra le tante cose, mi aveva attratto un cappotto, un trench-coat lungo, elegante, da investigatore. Era sotto un cartellino che recitava: “Tutto a venti euro”. L’ho preso, e me lo sono sistemato sul braccio per non farmelo soffiare, mentre continuavo a gironzolare per la bancarella. La mia ragazza, intanto faceva lo stesso, allontanandosi pian piano dal mio orizzonte. Mi sono intrattenuto a spulciare, guardare, rovistare, quando ho incontrato un conoscente. Mi sono fermato e disinvoltamente ho intavolato con lui una conversazione. Il cappotto, intanto riposava comodamente, coricato sul mio braccio, ben visibile. Guardandolo, mi accorsi del tempo che passava, e ho detto al mio amico: “Caro devo andare, non vorrei che pensassero che ho intenzione di rubarlo”. Con un po’ d'inquietudine, mi giro e m'accorgo che è troppo tardi per gli scrupoli. Il proprietario della bancarella è dietro di me, sembra arrabbiato. Mi prende il braccio da cui pende il cappotto, secondo lui la refurtiva, e mi fa: “Eccoti qua! Ti tenevo d’occhio. Non mi sembravi proprio il tipo, che delusione, vatti a fidare delle brave persone!” Rimango basito, frastornato, non riesco a capire, ma mi sento in imbarazzo. Che avrò fatto mai? Sento la mia voce colpevole dire cose senza senso: “No, no, certo... mi scusi, mi scusi”. Lui prosegue: “Un cappotto importante, non una roba qualunque e tu te ne stavi andando proprio sotto i miei occhi. Meno male che ti tenevo d'occhio." Ecco, pensa che sia un ladro. Sono sempre più mortificato e confuso: questa cosa deve finire al più presto presto, costi quel che costi. Ecco, appunto, gli dimostrerò che sono una persona onesta, che non c’è problema, che stavo proprio andando a pagare, e del resto è proprio così, mi racconto. “Va bene, mi scusi, c’è stato un malinteso, pago subito.” La mia voce è più alta di prima, ferma e sicura, sollevo anche un po’ il mento. Mi accorgo che il mio conoscente si è allontanato un poco, quasi come se non volesse essere scambiato per un complice, ma sta seguendo tutta la scena. Il viso del commerciante si distende leggermente, poi guardandomi mi dice con un sorrisino maligno: “Sono duecentoventi euro”. Deglutisco: Ma non era tutto a 20 euro? - dico fra me e me." Però taccio, sarebbe troppo umiliante ammettere anche una mia svista o accusarlo di pubblicità ingannevole: il sospettato sono pur sempre io. Eccomi ancora una volta nella trappola dell'umiliazione, a pagare per le mie disavventure. So di essere innocente, ma risulto colpevole. Per riparare compro un cappotto a duecentoventi euro, un prezzo che non avrei mai avuto intenzione di pagare. Il mio conoscente mi saluta con la mano, io abbozzo un sorriso tirato. Intanto torna la mia ragazza: “Che hai comprato? - mi chiede, e poi subito dopo, vedendomi in volto - Ma che ti è successo?” Le racconto tutta la storia. Prima, mi da dello stupido, e mi elenca tutto quello che avrei potuto fare, restitituirlo, chiedere scusa e ammettere di non sapere quanto costasse, e altro. Poi, vedendomi triste, aggiunge: “Va bene, dai, non sentirti male, hai un'altra delle tue storie da raccontare.” Questa cosa mi solleva, ma tornando a casa le sue parole mi ritornano in mente più volte. Quella sua frase mi tocca nel profondo. Vedo con chiarezza quante cose ho fatto nella mia vita che sono diventate “una storia da raccontare.” Quante disavventure, quanti salvataggi per un pelo, quanto ho costruito nei miei amici un’immagine di me da romanzo: il maldestro, ma in fondo buono, che si caccia sempre nei guai, ma riesce in qualche modo a farla franca, ma da cosa? Mi riguardo da fuori, rivivendo la scena. Mi vedo prendere il cappotto, trattarlo come se lo stessi nascondendo, indugiando un po’ più del ragionevole: ho tutto l’aspetto del ladro. Poi, mi prendo la colpa, pago il mio riscatto, imprecando contro chi mi ha truffato: ho tutto l’aspetto del frainteso. Sono riuscito, simultaneamente, a diventare vittima e colpevole. Perché? Volevo essere visto, ad ogni costo, diventare protagonista di una storia, sempre la stessa!
Se invece fossi andato semplicemente alla bancarella, e avessi comprato un cappotto, oppure, magari avessi contrattato, e forse alla fine rifiutato tutto sarebbe stato così anonimo, invisibile. Chissà chi sarei, se non fossi interessante.

BESTIARIO DEI CARATTERI 4. Il mio carattere è una muccadi Roberta Rossi Il mio carattere è una mucca, tanto ingombrante ...
26/07/2026

BESTIARIO DEI CARATTERI

4. Il mio carattere è una mucca

di Roberta Rossi

Il mio carattere è una mucca, tanto ingombrante che risulta difficile non notarla. A dispetto della sua incredibile stazza, predilige un approccio sereno, nonché uno stile di vita serafico e tranquillo. Le emozioni caratterizzano la sua personalità, può risultare umorale, emotiva e subire l’impatto del quotidiano. Il sole la rallegra, la voglia di sgambare la riempie di gioia, prova sentimenti e simpatie, e mostra rancore nei confronti di chi le tratta male; tende ad isolarsi quando vuol stare da sola. Si esalta quando trova la soluzione per una sfida. Tutto in un arco temporale di pochi minuti… Un po’ volubile la mucca. Un animale sociale che stabilisce una gerarchia con delle regole ben organizzate e guai a non rispettarle, il più alto grado della sua protesta evolve in una finta indifferenza carica di risentimento. Vede il mondo a 330 gradi, con un unico punto cieco alle sue spalle, dove da brava paranoica crede si nasconda il macellaio di turno. A causa della sua limitazione nella visione verticale e della mancanza di capacità di mettere a fuoco rapidamente, la sua percezione di un ostacolo è diversa: un'ombra sul terreno potrebbe essere tranquillamente scambiata per un invalicabile crepaccio!
Un animale amorevole, simbolo di vita, nutrimento, maternità, ma viene visto anche come un animale sciocco perché facilmente sacrificabile. La sua addomesticabilità ha fatto sì che questa venga sfruttata in tutte le sue parti: la sua forza e docilità nel lavoro agricolo, il suo latte nella produzione dei suoi derivati, i suoi figli e la sua carne macellata e mangiata, la sua pelle scuoiata e utilizzata per tappeti, tappezzerie e capi d’abbigliamento. Anche le sue ceneri anticamente sono state sfruttate nei rituali di purificazione ebraici. Dotata di grande memoria, viene facile pensare che questo animale possa essere tanto pauroso al solo pensiero di ciò che potrebbe subire. Per questo tende a spaventarsi facilmente, vivendo nel terrore perché crede ciecamente di essere incapace di difendersi: perde in consapevolezza. Non ha idea di avere una forza e una mole tale per cui potrebbe facilmente ribellarsi. Non ha stima di quel che rappresenta, del simbolismo che accompagna la sua identità: non sa di essere sacra. Quindi rumina e mentre rumina si espone, così finalmente potrà dire: lo sapevo che mi avreste mangiata!

22/07/2026

INCURSIONI GESTALTICHE - 7. L'autogiudizio

La settima, di una serie di incursioni su temi di filosofia gestaltica.
Seguendo la prassi dell'improvvisazione come disciplina di presenza, si parla dell'autogiudizio.

Versione integrale canale Youtube di Mimmo Ciavarelli

con Mimmo Ciavarelli
Dott.ssa Ambra Ciavarelli
Andrea D'Agostino Psicologo

Le parole per dirlo - Racconto n. 11Vivere il sognoDi Andrea D'Agostino PsicologoUn sogno interrotto, e un amico perspic...
07/07/2026

Le parole per dirlo - Racconto n. 11

Vivere il sogno

Di Andrea D'Agostino Psicologo

Un sogno interrotto, e un amico perspicace fanno da sfondo a un incontro tardivo tra il maestro e il suo allievo. Quello che non avvenne allora si ripresenta ora per essere vissuto.

«Cosa ti è successo?». Lorenzo esitò un attimo, poi sospirò. Era a colazione con Claudio, un suo vecchio compagno di scuola, il suo amico di sempre. «Stanotte ho fatto un sogno che mi ha turbato per la sua stranezza, e perché s'interrompe sul più bello... Questa cosa mi lascia perplesso». «Raccontamelo», disse l'amico. «Ero ancora a scuola, e avevo un interrogazione programmata. Stranamente ero sereno, anche senza essere preparato - e tu, Claudio, sai come lo studio fosse per me un tormento - anzi, nel sogno non vedevo l'ora di cominciare a studiare, e tutto ciò non mi sembra strano. Solo che, per tutto il tempo, avevo la sensazione di essere osservato. Ne ero turbato, ma il sogno si è interrotto proprio nel momento in cui stavo scoprendo chi fosse a guardarmi». Claudio lo fissava con i suoi soliti occhi curiosi, quando il suo sguardo s'illuminò, come se avesse visto qualcosa che all'amico sfuggiva. «Se è incompleto», gli disse, «allora entra nel sogno e finiscilo tu, ora, tanto il sogno è tuo. Non tentare di capirlo, vivilo e lasciati sorprendere». Ecco, la solita proposta stravagante di Claudio, il frutto di una delle sue intuizioni, e d'altronde a Lorenzo piacevano le sorprese. «Va bene. Allora… in questo momento sono al liceo, sono di nuovo uno studente. Mi sento contento, tranquillo. So che la settimana prossima ho il compito di filosofia. Non sono preparato, ma la cosa non mi preoccupa, sono talmente carico che non vedo l'ora di mettermi a studiare, anzi, provo una sensazione di incredibile piacere già all'idea di studiare. Qualcuno mi sta osservando, e sono turbato. Alzo gli occhi e mi accorgo che dalla cattedra il professore mi guarda con tenerezza, e sorride». «Ok, vai avanti», disse Claudio. «Ora sono al suo fianco, usciamo dall'aula e camminiamo insieme per i corridoi della scuola, stiamo cercando un libro. Entriamo in una classe di un'altra sezione, quella dei più grandi, e lì lo troviamo. Lui lo sfoglia e poi me lo porge. Provo una gioia immensa per quel libro che sto ricevendo. Non vedo l'ora di leggerlo, studiarlo. Ma, più che per il libro…», Lorenzo incominciò ad esitare, «mi accorgo…». «Di cosa ti accorgi?», incalzò Claudio. «Di una cosa strana… Sì, è una cosa strana. Quello che davvero mi rende felice in questo momento non è il libro, ma è lo stare accanto a lui. Voglio essergli vicino...» «Non ti sto capendo, ma continua», disse Claudio. «È questa la mia scoperta! Proprio ora, mentre te lo sto dicendo, capisco che la gioia che provo è quella di stare accanto al mio professore... Che peccato che lui, nella realtà, non mi ha mai mostrato vicinanza, né io gli ho mai fatto capire quanto avessi bisogno di lui. Se solo avesse intuito quanto lo desideravo in segreto, o se io avessi capito che il mio rifiuto per lo studio era desiderio di lui... allora lo avrei amato, e con lui anche i suoi libri, lo studio, la scuola». Claudio ascolta in silenzio, con uno sguardo attentissimo. «È strano, lo so... credevo che il sogno descrivesse una cosa bizzarra e improbabile come il mio amore per lo studio, invece, parla del mio antico bisogno di un maestro che mi insegni, ricambiando il mio amore, ad amare con lui i doveri e le responsabilità, salvandomi dalla tortura dell'imposizione, dal senso di colpa, e dalla frustrazione della mediocrità». Claudio abbassa lo sguardo, rispettoso, poi sorride piano. «Bene, credo che ora puoi finalmente passare alla tua colazione».

Indirizzo

Via Bosco Pedrocchi 45
Padua
35124

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