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Redazione culturale e Centro di Formazione dell'accademia di Gestált LA BOTTEGA, fondata nel 2006 da Mimmo Ciavarelli, esponente Senior della Gestált Therapy Tradizionale.

METALOGHI GESTALTICI3. I ricordi della falenadi Mimmo Ciavarelli - Da una vita sento dire “volere è potere”, e spesso ho...
07/10/2026

METALOGHI GESTALTICI

3. I ricordi della falena

di Mimmo Ciavarelli

- Da una vita sento dire “volere è potere”, e spesso ho usato anche io questo modo di dire. Mi è sempre sembrata una formula efficace per intendere che se qualcosa la voglio davvero, nulla può impedirmi di coglierla. Ma da un pò non ne sono più sicura.

- Di cosa non sei più sicura?

- Ogni volta che non riesco a realizzare la mia volontà, secondo questa formula, non si tratterebbe di vera volontà.

- E di che volontà si tratterebbe?

- Sarebbe una volontà minore, tiepida, incostante, una volontà non sorretta da un vero desiderio, indegna del suo nome, dunque falsa.

- Ebbene, cosa contesti di questa visione?

- Tutto. Rifiuto le scale per misurare le quantità di volontà impiegate, rifiuto le unità di misura stesse. Rifiuto i cataloghi delle qualità attribuite alla volontà. Rifiuto soprattutto la stretta relazione della volontà con la riuscita. Per me sono due pianeti diversi, ognuno nella sua orbita: la volontà in quella del desiderio e il potere in quello del possibile.

- Però, non ti sfuggirà che riescono o falliscono assieme. Se non riesco in ciò che mi ero prefisso, anche la mia volontà fallisce, così come se colgo il risultato anche la mia volontà riesce. Il loro legame è nei fatti.

- Ecco. Questo mi confonde.

- Hai ragione, perché è una confusione. Permettimi di ristabilire la chiarezza. Se il nostro adagio "volere è potere" lo prendiamo alla lettera, non sono due cose distinte che si accostano o si susseguono, ma sono una identità, sono la stessa cosa. Ecco cosa significa davvero questa formula.

- Questo non lo capisco. Non l'avevo mai intesa così.

- Seguimi. Ma prima dimmi cosa ti disturba tanto da costringerti a negare questa indissolubilità.

- È frustrante che ogni volta che fallisce un desiderio mi debba rimproverare un difetto di volontà, o qualificarla con aggettivi denigranti, tra i quali il più brutto è la falsità. Vorrei tenermi i miei desideri senza legarli alla loro realizzazione e le mie prove di realizzarli, senza essere costretta alla riuscita.

- E cosa ci guadagni?

- La mia libertà. Libera di desiderare e libera di provare. Ecco che la mia volontà diventa pienamente libero arbitrio.

- No, mia cara, stai descrivendo una schiavitù, non una libertà.

- Quale schiavitù?

- La schiavitù dai desideri a cui sottometti la volontà e il libero arbitrio.

- Cosa vuoi dire?

- Voglio dire che c'è una differenza tra chi crede di essere l'insieme dei propri desideri e chi sa di esserne il padrone. Solo lui merita di avere una volontà libera e un libero arbitrio, che nulla hanno a che vedere con quel guazzabuglio di preferenze del momento e di desideri contrastanti e spesso conflittuali che, a seguirli, rendono la volontà e i suoi tentativi un percorso spessissimo inconcludenti.

- Ma così distruggi i desideri, relegandoli a meri intralci della volontà.

- Assolutamente no. Se ne sei il padrone, sai bene come dirigerli. La realizzazione di quello che vuoi passa anche per quello che non ti piace.

- Mi aiuti a dire. Chi può mai seguire un obiettivo senza il piacere di farlo.

- Esatto. Non si può. Ma non scordare di essere il padrone.

- Dunque mi indichi la repressione del desiderio come strada. Un orribile ascetismo!

- No. Sarebbe una strada fallimentare, fatta di frustrazioni inutili. Ti propongo il piacere di decidere, di guidare una nave tra i marosi, di non essere condizionato, di riuscire a convogliare tutte le energie sparse in mille piccoli desideri nell'unico grande desiderio di riuscire con intelligenza, perizia e senso di realtà: è il piacere di se stesso, il piacere di essere.

- Forse ho capito. Non mi sembra facile, ma è possibile, nonostante non saprei bene come. Tuttavia resta il grande problema che tutti i progetti si scontreranno con la realtà e possono fallire nonostante le buone intenzioni. Dunque volontà e potere sono ancora due cose distinte. Ne converrai: tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare.

- No questo mare non c'è. Una volontà per essere libera e incondizionata deve sempre riuscire, anzi essere la riuscita stessa.

- Ma come si fa?

- Volendo solo quello che è possibile, e potendo solo quel che si vuole.

Le parole per dirlo - Racconto n. 15La famosissima compagnia della lesinadi Mimmo CiavarelliUna storia senza tempo narra...
02/10/2026

Le parole per dirlo - Racconto n. 15

La famosissima compagnia della lesina

di Mimmo Ciavarelli

Una storia senza tempo narra delle disavventure e del riscatto di Gerardo Catena, maestro guantaio, e dell'antico segreto del "taglio ad occhi chiusi." I soliti malpensanti ci hanno visto anche una ironica metafora del diffuso revisionismo a cui la Gestàlt therapy è stata sottoposta ai nostri giorni e della disperata salvaguardia della tradizione. A pensar male si fa peccato, è bene ricordarlo, ma spesso ci si coglie.

"Possono fare tutto con le macchine, ma non questo. Solo noi tagliamo la pelle ad occhi chiusi." La sagoma del guanto sul ceppo da taglio, lo sfriddo di lato, con la lanzetta ancora nella mano destra, Gerardo Catena aprì gli occhi sorridendo per studiare quel che aveva appena creato.
A Napoli, in via Guantai Nuovi, dove aveva Bottega, lo conoscevano tutti e i clienti si trattenevano spesso nel suo laboratorio per assistere al taglio, dopo la "visita" a cui Don Gerardo li sottoponeva. Il Maestro chiamava così l'accurata ispezione delle mani del suo committente. Lo faceva accomodare su una sedia di velluto rosso, che scherzosamente chiamava la "sedia calda", e dopo averlo interrogato sull'utilizzo che avrebbe fatto dei suoi guanti, esaminava lungamente le sue mani. Ne rilevava le asimmetrie, quelle fisiologiche e quelle d'uso. Le stanava ovunque fossero, prima quelle più evidenti fra la mano sinistra e la destra, poi quelle più caratteristiche di ciascuna di esse. Le osservava e le palpava, dito per dito. Durante l'operazione chiudeva e riapriva gli occhi continuamente e, quando era in vena di spiegazioni, rivelava di avere nelle mani un altro paio di quegli organi che madre natura gli aveva fornito ai lati del naso, così da poterli usare in alternanza, come occhiali da vicino e da lontano. Era una lenta operazione che il maestro riservava per sé, sempre sotto lo sguardo attento di qualche apprendista di bottega, avido di carpire il segreto che non si poteva spiegare, ma che veniva sempre generosamente mostrato. Giunti a quel punto, Gerardo lo congedava. Il "paziente" sapeva che la confezione non aveva un tempo preciso, né lo si poteva richiedere; come non avrebbe potuto chiedere il colore o il tipo di pelle o stoffa che sarebbe stata utilizzata, né tantomeno la foggia definitiva dei guanti. Per il Maestro erano dettagli creativi che spettavano irrevocabilmente a lui. "L'ho visitata e tanto basta. Se il prodotto non le piacerà lo potrà lasciare in Bottega. Non mi dovrà nulla - diceva - Il prezzo glielo dirò al momento e non è contrattabile." Che strano che non ci fossero mai resi, come se il gusto del Maestro assorbisse, e talvolta piegasse, quello del cliente. È inutile parlarvi del risultato. I guanti di Don Gerardo Catena erano comodi come una pantofola, eleganti come calzature di gran lusso, raffinate come opere d'arte, ma soprattutto mai uguali. Il maestro soleva ripetere che esistono tante fogge di guanti quante sono le persone. Rigorosamente produceva solo capi unici.
Il laboratorio di Gerardo Catena era un antico locale a volta di un vecchio palazzo signorile. Un tempo era una rimessa per carrozze, ma ora era occupato da tre o quattro ampi banchi di lavoro di legno di quercia meravigliosamente invecchiati dall'uso, ciascuno corredato di tutto ciò che occorreva al taglio e la cucitura. Alle pareti, alti scaffali di legno erano ricolmi di stoffe e pelli catalogate per tipi e colori. Una grande rastrelliera ad altezza d'uomo faceva bella mostra degli antichi attrezzi di bottega, un catalogo degno di un museo di arti e mestieri: trancetti, lesine, punzoni, ruote dentate per cuciture, bisturi e taglierini di precisione, martelli da cuoiaio, bordini e raspe per la rifinitura, oltre agli appositi supporti e basi da lavoro. Ogni sera, per volere del maestro, un assistente sgombrava i banchi per riempire le rastrelliere e al mattino ciascuno li svuotava per corredare la sua postazione di ciò di cui aveva bisogno. Il più giovane degli assistenti si occupava invece della pulizia del locale e dello smaltimento dei materiali di scarto. Tutto sapeva di un ordine antico, un conservatorismo senza tempo, efficace e funzionale. Accanto al banco di Don Gerardo, sulla parete, una vecchissima cornice a cassetta con serratura custodiva una antichissima lesina con ma**co intarsiato. Sotto una targa di bronzo recitava: "Compagnia della lesina a.d. 1594". All'ingresso della bottega campeggiava una scritta dipinta sul muro alla vecchia maniera. I caratteri graziosi dicevano: "Gerardo Catena - Guantaio". Ogni tanto il maestro raccontava di questa antica Compagnia della lesina, a suo dire famosissima, di cui lui sarebbe stato l'erede ultimo. Il suo vecchio maestro, Simone Barracane, lo aveva investito di tanto onore dopo un lungo apprendistato di oltre dieci anni di bottega e da lui aveva appreso il necessario per continuarne l'antico lignaggio. Sempre da lui aveva avuto l'autorizzazione, alla sua morte, a imbiancare e poi ridipingere di persona la scritta sull'ingresso della bottega. Gli attrezzi e il locale, oltre quarant'anni prima, erano così passati di mano, da Don Simone, che li aveva ereditati dal celebre Federico Persico, a lui.
La Compagnia della lesina era la denominazione di un'antica confraternita esoterica, un tempo numerosa ed oggi ridotta a pochi, dispersi, rappresentanti. Era conosciuta comunemente come un'accolita di umili artigiani risparmiatori, dediti, per le scarse risorse, ad una scientifica tirchieria. Ma i confratelli sapevano di avere invece la ben più alta missione di trasmettere gli antichi saperi sul "taglio ad occhi chiusi", altrimenti detta "nel vuoto". Fu fondata nella seconda metà del Cinquecento da un certo Abdul Tarisi di Alessandria d'Egitto, trasferitosi a Napoli in seguito ad una delle persecuzioni che avevano condannato i membri di una confraternita ancor più antica ad una diaspora che li aveva dispersi un po ovunque e di cui si era persa traccia. A Napoli Abdul poté ricostituire, sotto altro nome, l'antico lignaggio, divenendo Maestro guantaio. Una leggenda, quella della Compagnia, che aveva contribuito a rendere la Bottega, prima di Barracane e poi di Catena, un luogo esclusivo per signori raffinati e facilmente affascinabili da queste storie misteriose dal sapore magico. Quale luogo, se non Napoli, così intrisa di misteri, avrebbe potuto accoglierle integrarle nel suo tessuto sociale?
Don Gerardo conviveva ancora, in un'epoca di forte industrializzazione, con grandi e potenti aziende di produzione di massa, con le regolamentazioni e le leggi a loro esclusivo vantaggio, e con un mercato di consumatori che aveva soppiantato e reso sempre più marginale il popolo degli estimatori. Tuttavia il Maestro aveva ancora un suo spazio, un suo lavoro, e degli allievi, a suo dire, promettenti. Nonostante la grande produzione saturasse quasi del tutto il mercato, e la concorrenza tra marchi si fosse trasformata ormai in un oligopolio, le piccole realtà indipendenti continuavano ad essere nel mirino. Dopo aver creato un Albo certificato di Aziende del settore e promosso una regolamentazione, formalmente a tutela dei consumatori, ma sostanzialmente a esclusione del "fatto a mano", passarono alla politica di acquisizione dei piccoli marchi e alla loro successiva chiusura. Don Gerardo, tra i pochi indenni a questa campagna, resisteva senza curarsene e allora le Aziende passarono ad un'altra strategia, quella della comunicazione. Furono create linee di produzione che riproponevano nel nome e nell'immagine pubblicitaria una suggestiva similitudine col prodotto artigianale. Ad esempio il famoso marchio LR di Vicenza, nella sua sezione guanti e calzature, creò linee che richiamavano l'antico artigianato napoletano e i suoi epigoni. Sorsero i guanti “Barracane”, “Persico”, “Via dei Guantai”. Ovviamente, nessuna di queste faceva riferimento a Gerardo Catena che era invece il vero obiettivo della campagna. Gli stavano sottraendo la storia per isolarlo. Anche il suo pedigree fu attaccato. Chiunque avesse conosciuto o frequentato il suo Maestro Barracane, pur essendosene distaccato per sposare la produzione di massa, si proclamava allievo e reclamava il diritto a rappresentarsi come innovatore del "metodo Barracane". Del suo "taglio ad occhi chiusi" ne fecero una tecnica riproducibile da algoritmi meccanizzati, che per loro natura erano privi di occhi o potevano persino lavorare sottovuoto. Non mancarono tentativi di infiltrazioni nella Bottega di Catena. Il capolinea della LRV, un certo Matteo Messinese, che da ragazzo aveva conosciuto il Barracane, fece una fugace apparizione da un divertito Catena che si esibì, ben sapendo ciò che faceva, nel suo spettacolare "taglio nel vuoto". Il risultato fu un aumento delle dicerie. Don Gerardo fu trasformato in un millantatore, uno stregone manipolatore di giovani e ingenui apprendisti, uno che vendeva fumo ai clienti. Il culmine fu raggiunto quando alla LRV organizzarono una mostra delle opere di Barracane, annunciando l'imminente apertura di un ala museale stabile per celebrare la sua grande arte e lanciare una splendida linea Oro a suo nome. Ci furono inviti a tutti i sopravvissuti che lo avevano conosciuto, tranne che a Don Gerardo, ovviamente. Catena, avvezzo a queste cose non si curò di loro, tuttavia il diavolo fa pentole ma non coperchi e la faccenda prese una piega assai sorprendente. Un famoso giornalista d'inchiesta, Sigismondo Ranetta, volle andare a fondo del clamore suscitato dall'iniziativa, e della stranezza di una industria che si traveste da bottega artigiana, un pò come un lupo coperto da una pelle d'agnello, e comparve con la sua troupe direttamente nella bottega di Catena per intervistarlo e chiedergli del maestro Barracane e della misteriosa Compagnia della lesina. Don Gerardo lo accolse e gli parlò a lungo, mostrandogli i suoi cimeli e un documento autografo che attestava il suo lignaggio diretto e l'intima investitura ricevuta dal Barracane. Poi, gli raccontò le storie antiche e gli parlò del "taglio nel vuoto". Fu un momento toccante e mai si sarebbe aspettato il seguito. L'intervista, trasmessa in prima serata, fece uno scalpore inaudito e Don Gerardo ebbe l'onore delle prime pagine nazionali ed estere. A nulla servì il suo successivo rifiuto di concedere altre interviste, perché la sua bottega fu piantonata da giornalisti e cominciarono ad arrivare ordini a migliaia e da ogni dove. Tutti volevano i guanti Catena. Il povero Don Gerardo capì che questo non era il riscatto di una vita in ombra, ma era invece la fine. La fama, il successo, le copiose ordinazioni di massa lo avrebbero costretto ad una trasformazione che lui aveva sempre evitato. Così, radunò i pochi allievi fedeli e prese la decisione.
Il lunedì della settimana successiva la Bottega rimase misteriosamente chiusa e un cartello scritto da Don Gerardo di suo pugno recitava: "La Bottega Catena di via Guantai Nuovi chiude. Nel ringraziare la gentile clientela per questi anni assieme, voglio annunciare il suo trasferimento in un paese che i più affezionati di voi riconosceranno come un ritorno a casa. Come sarà ora evidente, a noi della Compagnia della lesina non è mai interessato il risultato, benché eccezionale, né le vendite, utili solo per vivere e pagare le spese. A noi interessa il processo dell'Arte del fare e la propria evoluzione personale. Addio".
Qualcuno giura, anni dopo, durante un viaggio di piacere in Egitto, di aver visto una nuova Bottega Catena a Alessandria. Per fortuna, le imprecise dicerie dei turisti e il volubile interesse della stampa, impegnata a cavalcare sempre nuovi scandali, non ebbero conseguenze sulla nuova attività di Don Gerardo e dei suoi allievi, ormai vicini a prendere le insegne. Gerardo Catena avrebbe potuto fra poco riposare contento.

BESTIARIO DEI CARATTERI 7. Il mio carattere è una ranadi Andrea D'Agostino PsicologoIl mio carattere è una piccola rana ...
30/09/2026

BESTIARIO DEI CARATTERI

7. Il mio carattere è una rana

di Andrea D'Agostino Psicologo

Il mio carattere è una piccola rana verde. Grande esempio di capacità adattiva e vita doppia. Nasce come un organismo acquatico che poi conquista la terra. Come tutti quegli esseri che si trovano da entrambe le parti, lei è confinata nei territori di mezzo. Stagni, corsi d’acqua, sottoboschi, prati. Nuotatrice abile, tanto che ha dato il nome ad uno stile nuotatorio, ma non troppo abile per addentrarsi in acque aperte. Per quanto riguarda la vita terrestre, zona che le consente di cacciare le prede più succulenti, è limitata a quei luoghi che mantengono una certa umidità. Ma ogni virtù paga qualche piccolo pegno. E così si perdona questo suo limite esplorativo. Si mimetizza perfettamente nella fanghiglia, dove immobile aspetta le sue piccole prede. Supera brillantemente i nostri inverni e le nostre estati. D’estate centellina le esposizioni solari privilegiando zone ombreggiate, rocce, corsi d’acqua e paludi. D’inverno parimenti, sceglie luoghi dove la temperatura è più stabile per entrare in letargo. Poi delle volte, mentre è intenta a regolare la sua temperatura, l’entrata di ossigeno e il mutamento di colore attraverso la sua incredibile pelle, passa qualcuno e la schiaccia.

METALOGHI GESTALTICI3. I ricordi della falenadi Martina Vannini- Spesso ci siamo soffermati sull’importanza di non racch...
24/09/2026

METALOGHI GESTALTICI

3. I ricordi della falena

di Martina Vannini

- Spesso ci siamo soffermati sull’importanza di non racchiudere i pazienti in categorie mentali, così da poterli incontrare nella loro unicità. Insomma, ci incuriosiamo delle differenze. Ho notato però che nei lavori gestaltici le storie personali, i racconti e i ricordi vengono di solito solo accennati, se non proprio aggirati. Questo mi sembra una contraddizione.

- Quindi, mi stai dicendo che la storia di una persona, con i suoi particolari, è la caratteristica necessaria e sufficiente per creare un individuo diverso dagli altri?

- Non so se sia sufficiente, ma sicuramente è necessaria. Siamo quel che siamo per quello che abbiamo vissuto. Anche se la tua domanda mi fa immaginare che tu non sia d’accordo.

- Seguiamo il tuo ragionamento e immaginiamo di aver avuto la stessa identica storia personale, tu ed io. Saremmo per questo la stessa persona?

- Questa mi sembra solo una fantasia impossibile.

- Aspetta, fammi spiegare. Se vivessimo gli stessi eventi e risultassimo, alla fine, due persone identiche, dovremmo supporre che la nostra persona non ha nessun ruolo rispetto agli avvenimenti della nostra vita. Che esiste solo un mondo esterno, e non un Noi con cui questi entra in relazione. Dovremmo negare, in definitiva, l’esistenza della relazione stessa.

- Va bene, non possiamo negare la relazione in sé. In effetti, per ogni evento ci deve essere qualcuno che lo vive, lo memorizza, lo racconta, lo inserisce nel proprio mondo interno.

- E così facendo modifica continuamente anche il mondo a cui appartiene. Ce lo conferma anche la fisica quantistica, che non ammette la possibilità di un osservatore neutro e quindi abbandona la pretesa di descrivere la realtà. Lo sguardo si sposta così sulla relazione. Per ogni avvenimento rilevato, ci dobbiamo chiedere: “è successo in relazione a chi?”

- Non capisco, però, se sono da solo non esisto più?

- Oh no, sei sempre tu e soltanto tu. Ma qui nasce la domanda più interessante: “Quando pensi, ti emozioni e rifletti da solo, in relazione a chi lo stai facendo? O mi puoi convincere che sei in grado di rivolgerti ad un vuoto assoluto?”

- A questo non ci avevo pensato!

- Mi sembra naturale, siamo abituati a pensarci come coscienze singole, unitarie e per di più slegate dal mondo fisico. Ma, se ci fai caso, è anche divertente. A volte mi accorgo di parlare a persone assenti, a momenti del passato, del futuro, fino ad un muro o ad un insetto! Succede anche a te?

- Sì è vero, anche quando mi rivolgo a me stesso, creo una controparte che può rispondere o anche solo ascoltare. Questo ha a che fare anche con il lavoro che la Gestalt chiama sedia calda?

- Esattamente, vedo che cominciamo a capirci. Ma non perdiamoci su questo, stavamo parlando dei ricordi.

- Adesso vorrei cambiare la mia domanda iniziale. Non potremmo concentrarci sia sulla persona che sulla sua storia? Perché le due cose si dovrebbero escludere a vicenda?

- La contraddizione è solo apparente. Rifiutarsi di approfondire i dettagli del passato non è un rifiuto alla storia della persona. Piuttosto è un cambio di prospettiva. Di nuovo, ci dobbiamo chiedere rispetto a chi è successo quello che mi stai raccontando?

- Che domanda? È successo rispetto a me.

- Sei sicuro di sapere a quale Te è successo?

- Mi stai confondendo di nuovo!

- Invece penso che tu sia vicino. Non ti sarà sfuggito come a volte le situazioni del passato sembrino tornare presenti, nelle emozioni che senti, nei pensieri che fai, anche in quello che vedi all’esterno. Mentre, in altri momenti, come alla fine di un lavoro in terapia, o casualmente nella vita di ogni giorno, il mondo appare diverso dal solito, nel pieno delle sue possibilità e non più catalogato sui binari del passato. Quella che un attimo prima sembrava una storia fin troppo familiare, torna a stupirci.

- Mi stai suggerendo che nel presente esiste un Me legato al passato ed uno che osserva il presente?

- Proprio così. O meglio, possiamo immaginare una sovrapposizione di stati per cui il passato è esistito e non è esistito, allo stesso tempo. Il mio dolore è ovvio agli occhi del mio ricordo, e allo stesso tempo non è mai successo agli occhi attuali. Se ci fai caso, anche il tempo scorre in modo diverso quando ci troviamo in stati diversi. Le sofferenze passate trascurano la sequenza di eventi che crea il tempo stesso, ma restano annacquate in un eterno passato-presente.

- Questo che mi mostri è una vertigine. Però intuisco perché preferisci portare la persona verso il presente, e quindi verso di te, e non muoverti tu verso un passato incarnato, rischiando di perdervi in quella palude senza tempo. Mi chiedo ancora come.

- Puoi dare l’esempio. Tu sei una falena e i tuoi ricordi una luce che abbaglia e paralizza. Se si spegne la luce, cosa fa la falena? Torna a vedere e può trovare la sua strada.

- Bello, la Gestalt è vedere al buio. Grazie.

- Grazie a te. Al prossimo scambio di luci spente.

Le parole per dirlo - Racconto n. 14Decidere adessoDi Mimmo CiavarelliIl tempo delle decisioni è il presente. La storia ...
14/09/2026

Le parole per dirlo - Racconto n. 14

Decidere adesso

Di Mimmo Ciavarelli

Il tempo delle decisioni è il presente. La storia di un indeciso ci descrive il processo del dubbio e il ruolo del passato e del futuro nell’indecisione. La sorprendente risoluzione del suo tormento ci riporta improvvisamente nell’unico luogo e tempo adatto per la sua guarigione.

Aveva appena ricevuto dalla sua ragazza la richiesta di sposarla, corredata da una serie di ragioni che gli erano sembrate convincenti e lo avevano rallegrato. Tuttavia, ascoltando un amico con cui si era confidato, aveva cominciato a dubitarne. Gli aveva fatto intendere che il futuro con una donna, per quanto amabile, gli avrebbe portato solo problemi, affanni e rinunce, di cui avrebbe potuto fare a meno se avesse scelto di rimanere libero. Trovò ragionevoli anche questi argomenti, oltre che conturbanti. Si rammentò dell'infelice matrimonio dei suoi zii e del suo doloroso epilogo, e dei tradimenti della sua prima fidanzata in cui credeva ciecamente. Fu molto rattristato da quei ricordi e il suo turbamento si rafforzò al punto di pensare di fare un passo indietro, ma non riusciva a decidersi a seguire l'una o l'altra strada. Inoltre, aveva sempre pensato di essere un tipo influenzabile, chiunque con una visione diversa poteva spaventarlo o entusiasmarlo, e come sono prodighi di consigli gli altri, quando si tratta di mettere in guardia circa i pericoli nascosti o le future conseguenze di una scelta o come sono generosi di esempi del passato, la grande maestra di vita, da cui mai ci si deve discostare se non si vuol finire male. In preda ad un'agitazione che conosceva bene, pensò a Paolo. Lui era sempre avaro di consigli, ma sapeva ascoltare. A volte anche poche parole avevano avuto il potere di calmarlo. Più di una volta si era rivolto a lui agitato e indeciso, per uscire dal colloquio rinfrancato e con animo deciso. "Paolo, siamo alle solite! - gli disse quando, dopo poco, lo vide - La mia solita indecisione, la mia solita influenzabilità! Un momento sono deciso di una cosa, poi basta una parola, un commento e cambio idea, per poi ricambiarla, fino alla paralisi, Uffà!" Gli raccontò così tutto, sia della fidanzata che dell'amico, e gli parlò dei suoi pensieri. Paolo ascoltava con attenzione, vedeva l'agitazione dell'amico ma non sembrava dargli peso. Solo quando lo vide più calmo dal lungo sfogo gli disse: "Non è nulla di grave, amico mio, devi solo decidere cosa vuoi fare con la tua ragazza". "Ma è questo che non riesco a fare! - rispose prontamente il nostro uomo". "Certo che non riesci a farlo, le scelte non si fanno in presenza di estranei" "Ti riferisci a quell'impiccione che mi ha messo in testa le sue perplessità?" "Ma no - rispose Paolo - mi riferisco alla necessità di scegliere ora, qui dove sono i fatti. Le previsioni sul futuro, rosee o catastrofiche che siano, o i moniti del passato, incoraggianti o spaventosi che appaiano, sono solo fantasie e nessuna fantasia regge il confronto con la realtà. Se concedi loro di emozionarti come fossero verità, o provi a decidere sulla loro base fantastica di pensieri e deduzioni, non puoi che essere indeciso, per quel po' di buonsenso che rimane" "Che vuoi dire? Cosa dovrei fare?" "Allontana gli ospiti sgraditi, non farti irretire da quel che non c'è ancora o da quello che non c'è più, rimani nel presente. Guarda la tua ragazza. Ti piace? Tutto quello che ti serve per decidere è qui. Vuoi rischiare quel che c'è da rischiare per stare con lei?" "Sì Paolo, a me piace, la voglio." "E allora va a dirglielo".

PICCOLO WORKSHOP PER PSICOLOGI  26.09.2026 - Aperte le iscrizioniDi tanto in tanto, nelle pause del lavoro, si diradano ...
09/09/2026

PICCOLO WORKSHOP PER PSICOLOGI
26.09.2026 - Aperte le iscrizioni
Di tanto in tanto, nelle pause del lavoro, si diradano le presenze e i luoghi diventano più intimi, le domande sussurrate trovano ascolto e le risposte fioriscono spontanee. In Bottega tacciono gli strumenti, e le voci di quei pochi diventano suoni che intrecciano armoniche spirali. È questa la dimensione del piccolo.
Sono aperte le iscrizioni al Workshop di Libera formazione per Psicologi Gestàlt Space a cura de "La Bottega accademia di Gestalt" sezione Padova. È condotto da Mimmo e Ambra Ciavarelli e si svolgerà sabato 26 settembre nella sede di Via Bosco Pedrocchi 45 a Padova.
Rivolto a tutti gli psicologi che vogliono incontrare, formarsi o approfondire l’approccio della Gestált tradizionale. Questi incontri sono il crocevia esperienziale dl percorsi di libera formazione, secondo la prassi gestaltica della trasmissione che non prevede nessuna formalizzazione scolastica dell’apprendimento. Mostrare, stimolare e assorbire in diretto contatto con le circostanze, trasforma l’insegnamento che in-forma in una pratica creativa che forma. Da una generazione all’altra, è questa la Gestált viva che passa di mano.

Sono aperte (fino al 20 settembre 2026) le iscrizioni al Training Workshop autunnale del progetto di Libera formazione G...
03/09/2026

Sono aperte (fino al 20 settembre 2026) le iscrizioni al Training Workshop autunnale del progetto di Libera formazione Gestalt Rood, a cura de "La Bottega accademia di Gestalt" . È condotto da Mimmo Ciavarelli e si svolgerà dal 2 al 4 ottobre 2026 a Vò (Padova), presso "La Tana del Tasso" (via Cà Mariani 266).
Rivolto a tutti coloro che si occupano professionalmente di disagio psicologico e che vogliono incontrare, formarsi o approfondire l’approccio della Gestált tradizionale, questi incontri sono il crocevia esperienziale dl percorsi di libera formazione, secondo la prassi gestaltica della trasmissione che non prevede nessuna formalizzazione scolastica dell’apprendimento. Mostrare, stimolare e assorbire in diretto contatto con le circostanze, trasforma l’insegnamento che in-forma in una pratica creativa che forma. Da una generazione all’altra, è questa la Gestált viva che passa di mano.

BESTIARIO DEI CARATTERI 6. Il mio carattere è un GRANCHIOdi Guido FerraIl mio carattere è un granchio. Va in giro con un...
19/08/2026

BESTIARIO DEI CARATTERI

6. Il mio carattere è un GRANCHIO

di Guido Ferra

Il mio carattere è un granchio. Va in giro con una robusta corazza di idee e teorie, con le quali mette un bello scudo tra sé e il mondo. La corazza è liscia, anche bella da vedere, e lo ripara dal giudizio degli altri. Come tutti i granchi, è paranoico, se ti avvicini pizzica, anche se non hai intenzione di prenderlo, o nemmeno ti sei accorto della sua presenza. Non legge davvero le intenzioni degli altri, ma dà per scontato che siano tutti contro di lui, se si avvicinano oltre una certa distanza. Il mio granchio, però, non si difende soltanto, ma è anche capace di attaccare. Commenti sarcastici, sprezzanti, precisazioni: “State al posto vostro - sembra dire con molta efficacia”. Alcuni si sorprendono del fatto che, sebbene sia un simpatico animaletto, è difficile che qualcuno possa prenderlo in giro, entra negli anfratti sottili e si nasconde bene. Inoltre, non arriva mai a una cosa direttamente, ma sempre in maniere oblique, procedendo di sbieco, senza volgere lo sguardo nella direzione del movimento. Guarda più chi ha davanti, che dove sta andando. Costretto a vivere sempre il suo interlocutore come un nemico, scrutarne i pensieri, i movimenti, non presta la dovuta attenzione a dove sta andando. Questo genera pensieri e frasi storte, complicate, a volte anche belle, ma non funzionali al movimento e alla direzione, anche se è comunque rapidissimo, soprattutto se sta fuggendo. Il mio granchio sa cambiare forma, si chiude e si apre in molti modi, per rimanere sostanzialmente identico. Finge di aver capito tutto, pronto a cambiar vita da domani, ma rimane sempre lo stesso: ha cambiato forma, ammirevole nella sua tenacia, solo per restare uguale. Come i suoi simili, il mio granchio prende parte a combattimenti anche molto più grandi di lui, lanciandosi in imprese difficili, come affrontare le aquile. Talvolta riesce per un po', ma spesso questa ottusa caparbietà è la sua rovina. Tutto preso in qualche idea grandiosa e bellissima, o in qualche teoria sfavillante, all'improvviso dal vasto mare si ritrova perso in un bicchier d'acqua, certamente una br**ta figura per un animale marino. Infine, ogni volta che qualcuno, irretito dalle sue parole, pensa di prendere un bel gran pesce, prende lui, il solito granchio. Forse, però, la colpa è loro se prendono granchi. Ognuno, in fondo, fa il suo mestiere.

Indirizzo

Via Bosco Pedrocchi 45
Padua
35124

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