02/10/2026
Le parole per dirlo - Racconto n. 15
La famosissima compagnia della lesina
di Mimmo Ciavarelli
Una storia senza tempo narra delle disavventure e del riscatto di Gerardo Catena, maestro guantaio, e dell'antico segreto del "taglio ad occhi chiusi." I soliti malpensanti ci hanno visto anche una ironica metafora del diffuso revisionismo a cui la Gestàlt therapy è stata sottoposta ai nostri giorni e della disperata salvaguardia della tradizione. A pensar male si fa peccato, è bene ricordarlo, ma spesso ci si coglie.
"Possono fare tutto con le macchine, ma non questo. Solo noi tagliamo la pelle ad occhi chiusi." La sagoma del guanto sul ceppo da taglio, lo sfriddo di lato, con la lanzetta ancora nella mano destra, Gerardo Catena aprì gli occhi sorridendo per studiare quel che aveva appena creato.
A Napoli, in via Guantai Nuovi, dove aveva Bottega, lo conoscevano tutti e i clienti si trattenevano spesso nel suo laboratorio per assistere al taglio, dopo la "visita" a cui Don Gerardo li sottoponeva. Il Maestro chiamava così l'accurata ispezione delle mani del suo committente. Lo faceva accomodare su una sedia di velluto rosso, che scherzosamente chiamava la "sedia calda", e dopo averlo interrogato sull'utilizzo che avrebbe fatto dei suoi guanti, esaminava lungamente le sue mani. Ne rilevava le asimmetrie, quelle fisiologiche e quelle d'uso. Le stanava ovunque fossero, prima quelle più evidenti fra la mano sinistra e la destra, poi quelle più caratteristiche di ciascuna di esse. Le osservava e le palpava, dito per dito. Durante l'operazione chiudeva e riapriva gli occhi continuamente e, quando era in vena di spiegazioni, rivelava di avere nelle mani un altro paio di quegli organi che madre natura gli aveva fornito ai lati del naso, così da poterli usare in alternanza, come occhiali da vicino e da lontano. Era una lenta operazione che il maestro riservava per sé, sempre sotto lo sguardo attento di qualche apprendista di bottega, avido di carpire il segreto che non si poteva spiegare, ma che veniva sempre generosamente mostrato. Giunti a quel punto, Gerardo lo congedava. Il "paziente" sapeva che la confezione non aveva un tempo preciso, né lo si poteva richiedere; come non avrebbe potuto chiedere il colore o il tipo di pelle o stoffa che sarebbe stata utilizzata, né tantomeno la foggia definitiva dei guanti. Per il Maestro erano dettagli creativi che spettavano irrevocabilmente a lui. "L'ho visitata e tanto basta. Se il prodotto non le piacerà lo potrà lasciare in Bottega. Non mi dovrà nulla - diceva - Il prezzo glielo dirò al momento e non è contrattabile." Che strano che non ci fossero mai resi, come se il gusto del Maestro assorbisse, e talvolta piegasse, quello del cliente. È inutile parlarvi del risultato. I guanti di Don Gerardo Catena erano comodi come una pantofola, eleganti come calzature di gran lusso, raffinate come opere d'arte, ma soprattutto mai uguali. Il maestro soleva ripetere che esistono tante fogge di guanti quante sono le persone. Rigorosamente produceva solo capi unici.
Il laboratorio di Gerardo Catena era un antico locale a volta di un vecchio palazzo signorile. Un tempo era una rimessa per carrozze, ma ora era occupato da tre o quattro ampi banchi di lavoro di legno di quercia meravigliosamente invecchiati dall'uso, ciascuno corredato di tutto ciò che occorreva al taglio e la cucitura. Alle pareti, alti scaffali di legno erano ricolmi di stoffe e pelli catalogate per tipi e colori. Una grande rastrelliera ad altezza d'uomo faceva bella mostra degli antichi attrezzi di bottega, un catalogo degno di un museo di arti e mestieri: trancetti, lesine, punzoni, ruote dentate per cuciture, bisturi e taglierini di precisione, martelli da cuoiaio, bordini e raspe per la rifinitura, oltre agli appositi supporti e basi da lavoro. Ogni sera, per volere del maestro, un assistente sgombrava i banchi per riempire le rastrelliere e al mattino ciascuno li svuotava per corredare la sua postazione di ciò di cui aveva bisogno. Il più giovane degli assistenti si occupava invece della pulizia del locale e dello smaltimento dei materiali di scarto. Tutto sapeva di un ordine antico, un conservatorismo senza tempo, efficace e funzionale. Accanto al banco di Don Gerardo, sulla parete, una vecchissima cornice a cassetta con serratura custodiva una antichissima lesina con ma**co intarsiato. Sotto una targa di bronzo recitava: "Compagnia della lesina a.d. 1594". All'ingresso della bottega campeggiava una scritta dipinta sul muro alla vecchia maniera. I caratteri graziosi dicevano: "Gerardo Catena - Guantaio". Ogni tanto il maestro raccontava di questa antica Compagnia della lesina, a suo dire famosissima, di cui lui sarebbe stato l'erede ultimo. Il suo vecchio maestro, Simone Barracane, lo aveva investito di tanto onore dopo un lungo apprendistato di oltre dieci anni di bottega e da lui aveva appreso il necessario per continuarne l'antico lignaggio. Sempre da lui aveva avuto l'autorizzazione, alla sua morte, a imbiancare e poi ridipingere di persona la scritta sull'ingresso della bottega. Gli attrezzi e il locale, oltre quarant'anni prima, erano così passati di mano, da Don Simone, che li aveva ereditati dal celebre Federico Persico, a lui.
La Compagnia della lesina era la denominazione di un'antica confraternita esoterica, un tempo numerosa ed oggi ridotta a pochi, dispersi, rappresentanti. Era conosciuta comunemente come un'accolita di umili artigiani risparmiatori, dediti, per le scarse risorse, ad una scientifica tirchieria. Ma i confratelli sapevano di avere invece la ben più alta missione di trasmettere gli antichi saperi sul "taglio ad occhi chiusi", altrimenti detta "nel vuoto". Fu fondata nella seconda metà del Cinquecento da un certo Abdul Tarisi di Alessandria d'Egitto, trasferitosi a Napoli in seguito ad una delle persecuzioni che avevano condannato i membri di una confraternita ancor più antica ad una diaspora che li aveva dispersi un po ovunque e di cui si era persa traccia. A Napoli Abdul poté ricostituire, sotto altro nome, l'antico lignaggio, divenendo Maestro guantaio. Una leggenda, quella della Compagnia, che aveva contribuito a rendere la Bottega, prima di Barracane e poi di Catena, un luogo esclusivo per signori raffinati e facilmente affascinabili da queste storie misteriose dal sapore magico. Quale luogo, se non Napoli, così intrisa di misteri, avrebbe potuto accoglierle integrarle nel suo tessuto sociale?
Don Gerardo conviveva ancora, in un'epoca di forte industrializzazione, con grandi e potenti aziende di produzione di massa, con le regolamentazioni e le leggi a loro esclusivo vantaggio, e con un mercato di consumatori che aveva soppiantato e reso sempre più marginale il popolo degli estimatori. Tuttavia il Maestro aveva ancora un suo spazio, un suo lavoro, e degli allievi, a suo dire, promettenti. Nonostante la grande produzione saturasse quasi del tutto il mercato, e la concorrenza tra marchi si fosse trasformata ormai in un oligopolio, le piccole realtà indipendenti continuavano ad essere nel mirino. Dopo aver creato un Albo certificato di Aziende del settore e promosso una regolamentazione, formalmente a tutela dei consumatori, ma sostanzialmente a esclusione del "fatto a mano", passarono alla politica di acquisizione dei piccoli marchi e alla loro successiva chiusura. Don Gerardo, tra i pochi indenni a questa campagna, resisteva senza curarsene e allora le Aziende passarono ad un'altra strategia, quella della comunicazione. Furono create linee di produzione che riproponevano nel nome e nell'immagine pubblicitaria una suggestiva similitudine col prodotto artigianale. Ad esempio il famoso marchio LR di Vicenza, nella sua sezione guanti e calzature, creò linee che richiamavano l'antico artigianato napoletano e i suoi epigoni. Sorsero i guanti “Barracane”, “Persico”, “Via dei Guantai”. Ovviamente, nessuna di queste faceva riferimento a Gerardo Catena che era invece il vero obiettivo della campagna. Gli stavano sottraendo la storia per isolarlo. Anche il suo pedigree fu attaccato. Chiunque avesse conosciuto o frequentato il suo Maestro Barracane, pur essendosene distaccato per sposare la produzione di massa, si proclamava allievo e reclamava il diritto a rappresentarsi come innovatore del "metodo Barracane". Del suo "taglio ad occhi chiusi" ne fecero una tecnica riproducibile da algoritmi meccanizzati, che per loro natura erano privi di occhi o potevano persino lavorare sottovuoto. Non mancarono tentativi di infiltrazioni nella Bottega di Catena. Il capolinea della LRV, un certo Matteo Messinese, che da ragazzo aveva conosciuto il Barracane, fece una fugace apparizione da un divertito Catena che si esibì, ben sapendo ciò che faceva, nel suo spettacolare "taglio nel vuoto". Il risultato fu un aumento delle dicerie. Don Gerardo fu trasformato in un millantatore, uno stregone manipolatore di giovani e ingenui apprendisti, uno che vendeva fumo ai clienti. Il culmine fu raggiunto quando alla LRV organizzarono una mostra delle opere di Barracane, annunciando l'imminente apertura di un ala museale stabile per celebrare la sua grande arte e lanciare una splendida linea Oro a suo nome. Ci furono inviti a tutti i sopravvissuti che lo avevano conosciuto, tranne che a Don Gerardo, ovviamente. Catena, avvezzo a queste cose non si curò di loro, tuttavia il diavolo fa pentole ma non coperchi e la faccenda prese una piega assai sorprendente. Un famoso giornalista d'inchiesta, Sigismondo Ranetta, volle andare a fondo del clamore suscitato dall'iniziativa, e della stranezza di una industria che si traveste da bottega artigiana, un pò come un lupo coperto da una pelle d'agnello, e comparve con la sua troupe direttamente nella bottega di Catena per intervistarlo e chiedergli del maestro Barracane e della misteriosa Compagnia della lesina. Don Gerardo lo accolse e gli parlò a lungo, mostrandogli i suoi cimeli e un documento autografo che attestava il suo lignaggio diretto e l'intima investitura ricevuta dal Barracane. Poi, gli raccontò le storie antiche e gli parlò del "taglio nel vuoto". Fu un momento toccante e mai si sarebbe aspettato il seguito. L'intervista, trasmessa in prima serata, fece uno scalpore inaudito e Don Gerardo ebbe l'onore delle prime pagine nazionali ed estere. A nulla servì il suo successivo rifiuto di concedere altre interviste, perché la sua bottega fu piantonata da giornalisti e cominciarono ad arrivare ordini a migliaia e da ogni dove. Tutti volevano i guanti Catena. Il povero Don Gerardo capì che questo non era il riscatto di una vita in ombra, ma era invece la fine. La fama, il successo, le copiose ordinazioni di massa lo avrebbero costretto ad una trasformazione che lui aveva sempre evitato. Così, radunò i pochi allievi fedeli e prese la decisione.
Il lunedì della settimana successiva la Bottega rimase misteriosamente chiusa e un cartello scritto da Don Gerardo di suo pugno recitava: "La Bottega Catena di via Guantai Nuovi chiude. Nel ringraziare la gentile clientela per questi anni assieme, voglio annunciare il suo trasferimento in un paese che i più affezionati di voi riconosceranno come un ritorno a casa. Come sarà ora evidente, a noi della Compagnia della lesina non è mai interessato il risultato, benché eccezionale, né le vendite, utili solo per vivere e pagare le spese. A noi interessa il processo dell'Arte del fare e la propria evoluzione personale. Addio".
Qualcuno giura, anni dopo, durante un viaggio di piacere in Egitto, di aver visto una nuova Bottega Catena a Alessandria. Per fortuna, le imprecise dicerie dei turisti e il volubile interesse della stampa, impegnata a cavalcare sempre nuovi scandali, non ebbero conseguenze sulla nuova attività di Don Gerardo e dei suoi allievi, ormai vicini a prendere le insegne. Gerardo Catena avrebbe potuto fra poco riposare contento.