27/08/2026
Lo so, qualcuno dirà: “Ma è solo marketing.”
Esatto. Ed è proprio questo il punto.
Perché il marketing non vende soltanto prodotti.
Vende anche immagini, desideri, ruoli, possibilità.
Da una parte bambole, trucchi, accessori, unicorni, rosa, glitter.
Dall’altra macchine, dinosauri, costruzioni, supereroi, blu, nero, rosso.
E il messaggio, anche senza che nessuno lo dica ad alta voce, diventa:
“Queste cose sono per te.”
“Queste, invece, no.”
Il problema non è che una bambina possa amare le bambole.
Il problema non è nemmeno che un bambino possa impazzire per le macchinine.
Il problema arriva quando trasformiamo una preferenza in un confine.
Perché un bambino che gioca con una cucina non sta “giocando a fare la femmina”. Sta cucinando.
Una bambina che costruisce con le costruzioni non sta “giocando come un maschiaccio”. Sta costruendo.
Un bambino che accudisce una bambola non si sta preparando a essere meno maschio. Sta sperimentando la cura, l’accudimento, la relazione.
E una bambina che corre dietro a una macchina radiocomandata non sta necessariamente “uscendo dagli schemi”. Sta semplicemente giocando.
Il gioco è uno dei primi luoghi in cui i bambini sperimentano chi possono essere. E forse dovremmo chiederci quanto spazio lasciamo loro per scoprirlo davvero, quando già dagli scaffali iniziamo a dividere il mondo in: BAMBINA | BAMBINO
Non è una questione di togliere le bambole alle bambine o le macchinine ai bambini. È una questione molto più semplice.
𝗟𝗮𝘀𝗰𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗹𝗼𝗿𝗼 𝗮 𝘀𝗰𝗲𝗴𝗹𝗶𝗲𝗿𝗲.
Perché un giocattolo non dovrebbe avere un genere. Ma soprattutto, un bambino non dovrebbe averne bisogno per sentirsi autorizzato a giocare.
E sì, questa per me è una questione pedagogica.
Non solo una questione di scaffali.
Voi cosa ne pensate? 💬