18/08/2026
In questi giorni all’Isola d’Elba c’è il mondo.
Famiglie ovunque, tantissimi bambini.
E io, inevitabilmente, osservo. 😊
Ho visto molti bambini con un cellulare in mano a tavola.
I piccolissimi — un anno e mezzo, due, tre anni — spesso dopo un po’ si stancano anche del cellulare.
Perché a questa età sono ancora puri e collegati al corpo.
Hanno bisogno di cambiare.
Muoversi.
Toccare.
Guardare.
Esplorare.
Entrare in relazione.
Il punto quindi non è soltanto quanto tempo uno schermo riesca a tenere impegnato oggi un bambino di due anni.
È quello che cominciamo a costruire per domani.
Se ogni volta che arriva la noia, l’attesa, il bisogno di muoversi o la difficoltà di stare a tavola compare un telefono, quel telefono può diventare progressivamente una risposta conosciuta e sempre più ricercata.
E infatti qui ho osservato anche bambini più grandi — cinque, sei, sette anni — trascorrere lunghissimo tempo a tavola completamente assorbiti dallo schermo.
Le abitudini non cominciano improvvisamente a sei anni.
Cominciano molto prima.
Ma c’è un’altra cosa che possiamo fare.
Scegliere, quando è possibile, luoghi che permettano ai bambini di essere bambini.
Durante il nostro viaggio in Trentino ne ho visti tantissimi.
Ristoranti e locali immersi nella natura, con spazi esterni pensati anche per i piccoli.
Ricordo uno scivolo meraviglioso costruito sfruttando semplicemente una piccola montagnola del terreno.
Niente di straordinario.
E forse era straordinario proprio per questo.
Legno.
Erba.
Una salita.
Una discesa.
Il corpo.
Non servono necessariamente gonfiabili, luci, rumori o spazi pieni di stimoli.
Soprattutto nello 0–3, spesso serve esattamente il contrario.
Serve un posto in cui il bambino possa muoversi.
Un piccolo spazio naturale.
Un prato.
Qualche gioco semplice.
Uno scivolo.
Qualcosa da osservare.
E possibilmente un ambiente in cui mamma e papà possano continuare a vederlo e lui possa continuare a sentirli vicini.
L’adulto può stare seduto qualche minuto.
Il bambino può usare il proprio corpo.
Possiamo scegliere anche i luoghi pensando a chi verrà con noi.
Per fortuna in questi giorni ho visto anche tanti genitori fare proprio questo lavoro di presenza.
Genitori che si alzavano, facevano due passi, tornavano al tavolo, si alternavano.
Mamme, tante.
Ma anche papà, molti più di quelli che avrei visto nella generazione in cui sono cresciuta io.
E questo cambiamento è importante riconoscerlo.
Poi ieri ho visto una nonna che mi ha incantata.
Il suo nipotino si muoveva, guardava, esplorava.
Lei era lì con lui.
Gli mostrava le immagini, giocava, seguiva ciò che attirava la sua attenzione.
A un certo punto il bambino si è sdraiato per terra.
Ho quasi aspettato:
“Alzati! È sporco!”
Non è arrivato.
Lei ha continuato a stare con lui.
E ho pensato a quanto cambia tutto quando smettiamo di chiederci:
“Come faccio a farlo stare buono?”
e iniziamo a domandarci:
“Di che cosa ha bisogno questo bambino per stare bene qui insieme a me?”
Perché gli adulti hanno diritto a una cena tranquilla.
Ma i bambini hanno diritto a non dover imparare che, ogni volta che il mondo diventa lento, noioso o difficile da aspettare, c’è uno schermo pronto a riempirlo.
🌿 A piedi nudi