Nido in famiglia-A piedi nudi-Padova

Nido in famiglia-A piedi nudi-Padova

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DGR 153/2018 APPROCCIO EDUCATIVO

Il percorso educativo che caratterizza lo spazio del NIF ha come obiettivo la costruzione solida di un'identità affettiva con radici nelle relazioni e nelle esperienze emotive con l'adulto.

14/06/2026

🌿 OPEN DAY – Nido in Famiglia “A piedi nudi”

Vi aspettiamo per trascorrere insieme un momento di conoscenza, ascolto e condivisione.

Durante l’Open Day sarà possibile:

• Accoglienza con caffè, tisana e una piccola merenda per grandi e bambini.
• Visita degli spazi esterni e del giardino.
• Visita degli spazi interni dedicati ai bambini.
• Presentazione del progetto educativo e della quotidianità del nido.
• Proiezione di immagini e brevi video che raccontano esperienze, attività e momenti vissuti dai bambini durante l’anno.
• Un momento dedicato alla conoscenza reciproca: vi racconteremo chi siamo, come lavoriamo e quali valori guidano il nostro progetto educativo.
• Uno spazio di ascolto per conoscere il vostro bambino, la vostra famiglia, i vostri bisogni, le vostre aspettative e rispondere alle vostre domande.
• Confronto finale e saluti.

Più che raccontarvi il nido, desideriamo offrirvi la possibilità di viverne l’atmosfera, i ritmi e gli spazi, perché crediamo che ogni percorso educativo nasca prima di tutto dall’incontro e dalla fiducia reciproca.

Vi aspettiamo con piacere. 🌱

13/06/2026

🌈 OLTRE IL COMPORTAMENTO

Molto spesso noi adulti osserviamo i comportamenti dei bambini e delle bambine fermandoci a ciò che appare in superficie.
Vediamo un urlo.
Un pianto.
Un lancio.
Un morso.
Un calcio.
Una crisi.
Una “non esecuzione”.
Un “No!” ripetuto con forza.

E quasi automaticamente il nostro sguardo adulto tende a classificare, a giudicare, a richiamare all’obbedienza, a “ingabbiare”. Dentro i nostri schemi di giudizio e percezione della realtà.
“È un comportamento corretto o scorretto?”
“È educato o maleducato?”
“È adeguato oppure no?”

Ma ciò che vediamo è soltanto la punta dell’iceberg. Al di sotto di ogni comportamento visibile esiste un mondo invisibile che non sempre riusciamo a cogliere, e non siamo stati nemmeno educati a coglierlo.

Ci sono emozioni intense.
Bisogni non soddisfatti.
Tensioni corporee.
Paure.
Frustrazioni.
Fatiche.
Desideri di connessione.
Bisogno di “essere visti e pensati”.
Richieste di aiuto che non hanno ancora trovato parole per essere espresse.

🫀 Un bambino/a nella fase di vita 7/8 anni (e non solo!!) non comunica principalmente attraverso il linguaggio verbale.
Comunica attraverso il corpo. Attraverso il movimento. Attraverso il gioco. Attraverso le rigidità. Attraverso le ritualità. Attraverso le posture. Attraverso i comportamenti. Attraverso le azioni.

Per questo motivo, quando osserviamo un comportamento che ci attiva, ci preoccupa o che viviamo come problematico, può essere utile fermarci un momento e chiederci che cosa stia toccando dentro di noi. Perché spesso quella forte attivazione appartiene più alla nostra storia che a quella del bambino. Parla delle nostre esperienze educative, delle nostre paure, delle nostre convinzioni su ciò che dovrebbe essere un bambino.

È invece fondamentale iniziare a chiederci con curiosità “Cosa sta cercando di raccontarmi questo bambino/a?”.
Non per giustificare qualsiasi comportamento. Non per lasciare fare tutto. Non per eliminare limiti e confini.
Ma per comprendere prima di intervenire. Perché comprendere non significa essere permissivi e lassivi.
Significa essere consapevoli. Significa essere connessi, contenitori ma anche riparatori.

Quello che noi etichettiamo “capriccio” può nascondere una stanchezza che il bambino non sa riconoscere oppure una nostra precedente comunicazione incoerente sul piano dei si e no.

Un’aggressività improvvisa può raccontare un sistema nervoso sopraffatto.

Una provocazione e “sfida” può essere una ricerca disperata di contatto e connessione mentale. “Guardami!”.

Un “No!” ostinato può rappresentare il bisogno evolutivo di differenziarsi e affermare la propria autonomia e esistenza.

Un bambino/a che urla non sempre sta cercando di sfidare l’adulto. Probabilmente sta cercando di ritrovare un equilibrio interno che, da solo, non è ancora in grado di costruire.

🔎 Le neuroscienze ci ricordano che nei momenti di forte attivazione emotiva il cervello dei bambini e delle bambine non è nelle condizioni ottimali per apprendere, ragionare o riflettere. Quando il sistema nervoso entra in allerta, il bisogno prioritario non è ricevere spiegazioni. È ritrovare sicurezza. È sentirsi accolti e accompagnati. È percepire che qualcuno è presente e non spaventato dall’intensità emotiva. È sentire che qualcuno sosta e resta. Che qualcuno può contenere ciò che in quel momento sembra troppo immenso.

Per questo educare non significa semplicemente correggere un comportamento. Significa accompagnare un sistema nervoso in sviluppo. Significa offrire co-regolazione fino a quando il bambino/a non sarà gradualmente in grado di autoregolarsi.

Una pedagogia consapevole, rispettosa dei bisogni dell’infanzia non coincide con il lasciare fare tutto.

Anzi: sa dire dei no; sa porre limiti; sa contenere; sa essere emotivamente fermo da essere bussola, guida sicura.

🌿 Essere adulti non significa avere sempre la risposta giusta, corretta e pronta.
Significa scegliere ogni giorno di restare nella relazione.
Di riprovare.
Di riconoscere i propri errori.
Di riparare quando si rompe qualcosa.
Di offrire una presenza sufficientemente stabile, umana e autentica.

🪷 Questo è lo sguardo che educa. Uno sguardo che sa andare oltre il comportamento. Uno sguardo che cerca la persona là dove si trova. Uno sguardo che sa contenere con fermezza e tenerezza.
È nella relazione che i bambini crescono.

Atelier della Pedagogista

13/06/2026

🌿 L’AGGRESSIVITÀ INFANTILE: UNA FORZA VITALE DA ACCOGLIERE

Quando un bambino o una bambina colpisce, spinge, morde, urla, lancia oggetti, graffia o tira capelli, spesso gli adulti si allarmano.
L’aggressività è probabilmente uno dei comportamenti infantili che più attivano paure, giudizi, pregiudizi e reazioni immediate.

Ci sentiamo chiamati a fermarla.
A correggerla.
A eliminarla.
A bloccarla.

Perché letta da noi adulti attraverso le lenti della violenza. Nostra, adulta.

Ma che cosa sta cercando di raccontare questo bambino o bambina? Ce lo siamo mai chiesti?

Perché l’aggressività, soprattutto nei primi 7-8 anni di vita, non è necessariamente un problema da risolvere.

Molto spesso è un linguaggio.
Un linguaggio corporeo.
Un linguaggio emotivo.
Un linguaggio relazionale.
Un linguaggio che precede le parole.

L’AGGRESSIVITÀ È PARTE DELLA CRESCITA.
Quando sentiamo la parola aggressività tendiamo ad associarla immediatamente alla violenza. Ma non sono la stessa cosa.

L’aggressività, nella sua forma originaria, costruttiva, è una forza vitale. È l’energia che permette al bambino/a di uscire dalla fusione iniziale con l’adulto e di affermare progressivamente: “Io sono io”; “Io desidero”; “Io scelgo”; “Io esisto”; “Io non sono te”.

L’aggressività è spinta affermativa. Una forza che sostiene la crescita, la vera autonomia e la costruzione dell’identità.
Senza questa energia il bambino non potrebbe esplorare il mondo, separarsi gradualmente dall’adulto, sviluppare desideri propri e costruire il proprio senso di sé.

L’AGGRESSIVITÀ È ANCHE PROTEZIONE.
Esiste un’altra forma di aggressività: quella che nasce dalla difesa.
Dal punto di vista neurobiologico, il sistema nervoso umano è programmato per proteggerci. Quando l’amigdala percepisce una minaccia, reale o simbolica, il nostro organismo mobilita energia per difendersi.
Nei bambini l’energia che si mobilita è corporea, ossia si manifesta soprattutto attraverso il corpo.

Un bambino che colpisce non è necessariamente un bambino aggressivo.
Potrebbe essere un bambino spaventato.
Potrebbe sentirsi invaso.
Potrebbe essere sovrastimolato.
Potrebbe essere frustrato.
Potrebbe sentirsi non al sicuro.
Potrebbe avere bisogno di essere visto.

Dal punto di vista della teoria polivagale, molti comportamenti aggressivi rappresentano l’attivazione dei sistemi di difesa.

Tutto ciò non va etichettato e giudicato quale segno di cattiveria, maleducazione, bullo, carnefice…
Sono tentativi di sopravvivenza. Tentativi immaturi e disorganizzati di ritrovare sicurezza. Ma i bambini e le bambine non posseggono ancora così tanti altri strumenti razionali e attivati li dalla neocorteccia.

INFATTI IL CORPO PARLA PRIMA DELLE PAROLE.
Nei primi anni 7/8 anni di vita le aree cerebrali coinvolte nella sopravvivenza, nelle emozioni e nella regolazione corporea maturano molto prima delle aree prefrontali deputate alla riflessione, alla pianificazione e al controllo.

Per questo i bambini e le bambine spesso agiscono ciò che non riescono ancora a raccontare. Il loro comportamento diventa una narrazione.
Un morso può raccontare una frustrazione.
Una spinta può raccontare un confine violato.
Un urlo può raccontare una fatica.
Un calcio può raccontare una paura.
Una provocazione può raccontare un disperato bisogno di essere visti.

Molto spesso il bambino non sa spiegare ciò che gli accade. Lo comunica attraverso il corpo. E il corpo parla sempre.

RICORDIAMOCI SEMPRE CHE DIETRO IL COMPORTAMENTO C’È UN MONDO INTERNO.
Ogni volta che un adulto osserva un comportamento aggressivo può scegliere due strade.
La prima è fermarsi al comportamento e concentrarsi esclusivamente sul suo controllo. Reprimerlo. Addomesticarlo. Pretendere obbedienza.

La seconda è interrogarsi su ciò che quel comportamento sta cercando di comunicare. Comprendere ed accogliere, nella co-regolazione, senza dimenticarsi di porsi quali contenitori e mediatori.
Dietro l’aggressività possiamo trovare:
🌱 frustrazione;
🌱 gelosia;
🌱 tristezza;
🌱 paura;
🌱 umiliazione;
🌱 bisogno di attenzione;
🌱 bisogno di connessione;
🌱 bisogno di movimento;
🌱 bisogno di essere riconosciuti;
🌱 bisogno di sentirsi visto;
🌱 bisogno di sentirsi pensato nella mente di un adulto;
🌱 bisogno di esistere nella relazione.

Perché essere visti, riconosciuti e tenuti nella mente di qualcuno è uno dei bisogni neurobiologici più profondi dell’essere umano.
Questo non significa giustificare qualsiasi comportamento. Significa comprenderne il significato. Perché soltanto ciò che viene compreso può essere accompagnato verso una trasformazione.

L’ AGGRESSIVITÀ È COSTRUZIONE DEI CONFINI DI SÉ.
Una delle funzioni più importanti dell’aggressività è la costruzione dei confini personali. Ogni essere umano ha bisogno di imparare a dire: “No”; “Basta”; “Non mi piace”; “Questo è mio”; “Non voglio”.

Nei primi anni queste richieste ed affermazioni non si esprimono ancora in modo autoregolato. Spesso emergono attraverso comportamenti corporei e reattivi.

🌿 MA QUINDI QUALE DOVREBBE ESSERE IL COMPITO DELL’ADULTO?
Il compito dell’adulto non è eliminare l’aggressività. È aiutarla nella sua naturale evoluzione.
Non è soffocarla.
È offrire un contenimento capace di accogliere l’emozione senza accettare qualsiasi comportamento.
Significa poter dire: “Capisco che sei molto arrabbiato.”
e contemporaneamente: “Non puoi darmi calci/ Non puoi mordere.”

Significa restare presenti senza spaventarsi della tempesta.
Significa diventare una base sicura capace di accogliere emozioni intense senza ritirarsi e scappare, senza umiliare o vendicarsi.

Il bambino/a, lentamente, impara a fare dentro di sé ciò che inizialmente l’adulto fa per lui. Ed è questo il processo della co-regolazione. Ed è da qui che nasce la piccola fiammella dell’autoregolazione.

🌿 QUINDI NON DOBBIAMO INSEGNARE AI BAMBINI E ALLE BAMBINE A NON ARRABBIARSI.
Dobbiamo insegnare loro che la rabbia può essere sentita. Ascoltata. Compresa. Espressa. Trasformata.
Perché lo sviluppo naturale di un essere umano non è caratterizzato dall’assenza di aggressività infantile.
Non è la sottomissione.
Non è l’obbedienza.
Non è il bambino o la bambina che non protestano mai.

È abitato dalla capacità di utilizzare quella stessa energia vitale per affermare sé stessi, proteggere i propri confini, costruire relazioni sane e abitare il mondo con autenticità.

Atelier della Pedagogista

04/06/2026

Ci sono luoghi che non si spiegano… si sentono. 🌿

A piedi nudi apre le sue porte a nuove famiglie.Tre occasioni a giugno per venirci a conoscere respirare i nostri spazi, scoprire il nostro progetto educativo fatto di natura, cura, libertà e relazioni vere.

Il 6 giugno la prima data le atre due le condividerò a breve.

Vi aspettiamo con gioia. 🤍

Alla radice del progetto di un nido in famiglia c’è’ uno studio approfondito che parte da una visione che il fanciullo viene al mondo con le sue caratteristiche, dunque l’educatore ha il compito di far fiorire non di certo di riempire.

DGR 153/2018 APPROCCIO EDUCATIVO:
Il percorso educativo che caratterizza lo spazio del NIF ha come obiettivo la costruzione solida di un'identità affettiva con radici nelle relazioni e nelle esperienze emotive con l'adulto. L'approccio educativo è quello psicocorporeo e psicoemozionale, il quale vede la crescita e l'educazione del bambino attraverso lo sviluppo armonico di tutte le aree della sua personalità.

26/05/2026

RADICI
Associazione Servizi per l’Infanzia e la Genitorialità 🌿

Ci sono progetti che nascono da un’idea.
E poi ci sono quelli che nascono da un percorso vissuto, sentito, attraversato.

Radici nasce così.
Dall’amore per l’infanzia.
Dall’ascolto profondo delle famiglie.
Dal desiderio di creare spazi autentici dove bambini e adulti possano sentirsi accolti, rispettati e visti davvero.

Radici sarà uno spazio dedicato ai bambini, alla crescita, alla relazione, alla natura, all’espressione libera, ma anche agli adulti.
Perché crediamo che per accompagnare un bambino serva prima di tutto un adulto che possa sentirsi sostenuto, ascoltato e in connessione con sé stesso.

Dentro questo progetto prenderanno vita:
🌱 esperienze educative per l’infanzia
🌱 percorsi dedicati alla genitorialità
🌱 incontri e laboratori esperienziali
🌱 momenti di crescita personale e condivisione
🌱 attività immerse nella natura e nella relazione

Le radici non si vedono.
Eppure sono ciò che sostiene tutto il resto.

Ed è proprio da lì che vogliamo partire. 🌳

Con cura.
Con presenza.
Con umanità.

Benvenuti in Radici. ✨

25/05/2026

“Se non si apre prima il cuore, la mente non si apre”

Platone.

Questa frase racchiude tutto il progetto di educativo di “ A piedi nudi “

24/05/2026

🌱 PERCHÉ NON MI PIACE CHIAMARLO “SPANNOLINAMENTO”?

Le parole che scegliamo non sono mai neutre.
Creano immagini. Aspettative. Modi di accompagnare i bambini e le bambine.
Posture dell’adulto.

Per questo scelgo di non usare la parola spannolinamento e percepisco questo termine come riduttivo quando viene utilizzato per descrivere questo delicato passaggio da parte di professionisti dell’educazione, pedagogisti, famiglie…

Perché dentro questa parola sento un movimento che parte dall’adulto.
Come se il compito fosse togliere qualcosa. Come se il centro del processo fosse l’azione dell’adulto più che il tempo interno del bambino. Come se il cambiamento dipendesse soprattutto da una decisione esterna. Come se bastasse scegliere il momento giusto, applicare il metodo corretto o essere abbastanza costanti.

Ma il passaggio dal pannolino alle mutandine, nella mia esperienza pedagogica, racconta altro. Non è qualcuno che toglie. È qualcuno che lascia.

Un bambino e una bambina non diventano autonomi perché noi eliminiamo il pannolino. Diventano autonomi quando il loro corpo inizia a sentire, quando la mente comprende, quando il cuore si fida. Quando percepiscono dentro di sé: “Posso.”
Quando accanto ci sono adulti che sanno attendere e avere fiducia nel corpo, nella mente e nel cuore del bambino e della bambina.
Quando accanto c’è un contesto che fa sentire al sicuro, che accoglie con gentilezza, senza giudizio e senza quelle forme sottili di umiliazione che troppo spesso passano inosservate.

E allora il pannolino non viene tolto. Viene lasciato.
Non per compiacere l’adulto.
Non per rispettare una stagione (sia meteorologica sia della vita).
Non per entrare in una tabella di marcia della crescita.

Ma perché corpo, emozioni, relazione e desiderio iniziano ad allinearsi.

Perché a volte le parole non servono solo a nominare.
Custodiscono un’immagine di bambino.
E da quell’immagine nascono e prendono vita i nostri gesti educativi e le nostre posture educative.

Atelier della Pedagogista

Photos from Nido in famiglia-A piedi nudi-Padova's post 22/05/2026

Tra 🍒 🍕e 🌱

19/05/2026

❤️

Cosa succede quando smettiamo di mettere fretta ai bambini e alle bambine? ⏳✨

Spesso la nostra società confonde l'apprendimento con la corsa: più attività, più stimoli, più fretta. Ma la scienza dello sviluppo ci dice l'esatto contrario. Le competenze più solide non si costruiscono sotto pressione, ma nel tempo lento.

Nel bosco, questo tempo prezioso si chiama gioco libero e auto-diretto. 🌱

Quando un bambino o una bambina sceglie autonomamente quale gioco portare avanti — che sia scavare una buca, arrampicarsi o osservare una formica — sta facendo un'esperienza per sé profondamente significativa.

La ricerca scientifica (come gli studi del prof. Peter Gray e le ricerche sulle funzioni esecutive di Barker) dimostra che i bambini che dispongono di tempo non strutturato sviluppano:
✅ Maggiore capacità di problem-solving autonomo
✅ Una più solida regolazione emotiva
✅ Una motivazione profonda che nasce da dentro, non dal giudizio esterno

Rispettare i tempi di ognuno/a non significa "lasciare che non facciano nulla". Significa creare l'impalcatura (scaffolding) affinché la loro naturale curiosità possa fiorire, senza l'ansia del risultato. 🪵

La competenza non è un traguardo da raggiungere di corsa. È un sentiero che si percorre a passo lento, un passo dopo l'altro.

E voi, riuscite a regalare momenti di "tempo lento" alla quotidianità dei vostri figli? Raccontatecelo nei commenti 👇

Bibliografia:
- Peter Gray (Psychology Today / Boston College)
- Barker et al. (2014) - Less-structured time in children's daily lives predicts self-directed executive functioning
- Lester & Russell (2008) - Children’s Right to Play: An Examination of the Importance of Play in the Lives of Children Worldwide

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Lunedì 08:00 - 16:30
Martedì 08:00 - 16:30
Mercoledì 08:00 - 16:30
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