18/08/2026
Non uno, ma due libri che vi consiglio di leggere, meglio ancora se assieme, che raccontano le vite di due uomini legati per sempre dalla stessa battaglia, il Little Bighorn del 25 giugno 1876, lo scontro in cui le forze unite di lakota e cheyenne sconfissero il Settimo Cavalleria: una delle più clamorose disfatte subite dagli Stati Uniti nelle guerre di conquista contro i nativi americani.
Li ha scritti Larry McMurtry, autore anche di Lonesome Dove e sceneggiatore premio Oscar per I segreti di Brokeback Mountain, e insieme offrono una lettura della frontiera americana lontana dallo sguardo etnocentrico che l'ha sempre accompagnata.
Di Cavallo Pazzo non esiste una fotografia, non ci sono documenti della sua giovinezza, e le poche testimonianze raccolte risalgono solo agli ultimi mesi della sua vita. Eppure, è lui a incarnare la resistenza alle guerre di frontiera: rifiuta per anni di trattare con il governo americano, guida i suoi guerrieri contro l'esercito in più occasioni, e al Little Bighorn ha probabilmente un ruolo decisivo nel bloccare la ritirata di Custer verso nord. Muore l'anno seguente, disarmato e ucciso mentre si stava consegnando. McMurtry ne ricostruisce l'intera esistenza, scavando sotto il mito per fare emergere l'uomo, Tashunka Witko.
Su Custer invece sappiamo fin troppo. Generale della cavalleria americana, diventa il simbolo dell'ultimo sacrificio della frontiera dopo aver guidato circa 210 uomini contro un accampamento di migliaia di lakota e cheyenne, ignorando gli avvertimenti dei suoi ufficiali. È una sconfitta che lo consegna alla storia come eroe, un mito destinato a durare generazioni. McMurtry ci restituisce un ufficiale diplomato quasi ultimo a West Point, la cui carriera si è costruita più sull'esposizione mediatica che sul merito, e la cui arroganza tattica è la vera causa del massacro.
Due biografie brevi e asciutte, che lavorano in direzioni opposte: Custer smonta un eroismo costruito a tavolino, mentre Cavallo Pazzo fa l'operazione contraria, dando un volto e una biografia coerente a un uomo che la scarsità delle fonti aveva reso quasi un'ombra.
testo di Claudio Riva