26/08/2026
C’è un numero, in questo articolo di quattro anni fa, che mi ha fatto fermare più di tutti gli altri: ogni settimana ricevo almeno una decina di messaggi tra sms, whatsapp, mail e messenger.
Ogni settimana.
Dietro quel numero c’è un meccanismo che vale la pena smontare, perché è lì che si nasconde l’utilità sociale reale di quello che faccio, non nella singola donazione, ma nel sistema che si è formato attorno a essa.
Parto da un dettaglio quasi banale: una compagna di classe di mia figlia che veniva a giocare al computer perché a casa sua non ce n’era uno. I genitori non potevano permetterselo. Io le ho regalato un pc.
Da lì, anni di ricerche sull’impatto ambientale dei rifiuti elettronici, milioni di tonnellate, la maggior parte smaltite nei paesi del terzo mondo, con bambini e adulti costretti a respirare gas tossici per recuperare metalli preziosi da un oggetto che qualcuno, altrove, ha semplicemente sostituito con uno nuovo.
Il sistema che ho costruito funziona su un doppio canale: chi dona un dispositivo che considera rifiuto, e chi lo riceve come strumento essenziale. Nel mezzo, io. Non un’associazione (sono uscito da quella, nel 2019, per avere meno vincoli e più libertà d’azione) ma un singolo nodo che smista, verifica, rigenera, restituisce.
Quello che sorprende, rileggendo l’articolo, è la scala che ha raggiunto un’attività nata senza alcuna struttura formale: oltre 200 dispositivi donati durante il periodo più critico del Covid, più di 350 lo scorso anno, computer completi arrivati in ogni continente, centinaia di smartphone donati.
Numeri che, da soli, non spiegano niente. Diventano significativi solo se si capisce che ognuno corrisponde a una famiglia specifica, un ragazzo specifico, una scuola specifica che, senza quel dispositivo, sarebbe rimasta fuori.
Non ho mai pensato a questo come a un modello esportabile, all’inizio. Lo pensavo come una risposta a un bisogno locale, circoscritto a Olgiate Olona e ai paesi vicini.
Continuando a pubblicare quello che faccio, ho capito che il valore non sta nel gesto in sé, chiunque può donare un pc, ma nella struttura che rende il gesto ripetibile: un canale di raccolta, un metodo di verifica e cancellazione dati, una rete di fiducia costruita nel tempo, un sistema di redistribuzione trasparente e documentato.
Questo è, esattamente, ciò che si può replicare in un’altra città. Non il mio nome. Il meccanismo.
Massimiliano De Cinque