15/09/2026
Io, nelle vesti di praticante di arti marziali e di insegnante, rimango sempre più basito di fronte al comportamento di tanti praticanti e, soprattutto, di quei tanti maestri che si riempiono la bocca del titolo di Sifu.
Faccio sempre più fatica a presentarmi come Sifu.
Non perché non riconosca il valore di ciò che questo titolo dovrebbe rappresentare, ma perché negli anni è stato calpestato, svilito e, in alcuni casi, moralmente infangato da chi lo porta senza comprenderne il peso.
Infamare altre persone, calunniare, distorcere i fatti e presentare come verità argomentazioni di cui non si conosce assolutamente nulla.
E tutto questo, spesso, soltanto per alimentare rancori personali o per costruirsi una qualche forma di consenso.
I social hanno dato a chiunque la possibilità di trasformare il rancore in comunicazione pubblica e la distorsione della realtà in una narrazione capace di raccogliere decine, centinaia di mi piace.
E la cosa che trovo ancora più triste è vedere quante persone si esaltino proprio davanti a quei contenuti dove l'infamia, l'attacco personale e la denigrazione sembrano diventare protagonisti.
Io, sinceramente, sono disgustato.
Forse è proprio per questo che sento sempre più forte il bisogno di allontanarmi dai social.
Perché le arti marziali mi hanno insegnato che la vera forza non sta nel gridare più forte degli altri, nel denigrare chi non la pensa come noi o nel cercare consenso.
Sta nel comportamento.
Sta nel rispetto.
Sta nella responsabilità delle proprie parole.
E, soprattutto, sta nel saper portare un titolo senza permettere che sia il titolo a portare noi.