27/06/2026
Questa è la ecoscultura dedicata al Napoli Pride 2026
“Archeologie del Futuro Q***r: i Guardiani
dell’Accesso Negato”
C’è un tronco d’albero che si erge come un antico custode, un frammento di mondo che ha attraversato stagioni, piogge, incendi, silenzi. È un corpo ligneo che porta ancora addosso la memoria della foresta, un corpo che non ha dimenticato il proprio passato. Su questo tronco, Paolo Valerio — artista ecosostenibile ed esponente dell’arte q***r — innesta una scena che sembra provenire da un tempo impossibile, un tempo che non è mai esistito e che pure ci riguarda da vicino.
Due figure abitano questo altare di legno: un personaggio preistorico, con la sua forza arcaica, e un cyborg, con la sua presenza futuribile. Non sono due estremi, non sono due epoche che si guardano con sospetto. Sono due forme di umanità che si riconoscono, due modi di essere corpo che si incontrano senza paura. Il preistorico porta con sé la nudità del mito, la fragilità delle origini, la memoria di un mondo in cui l’identità era un canto collettivo. Il cyborg porta la promessa di un corpo che si reinventa, che si ricostruisce, che non accetta i limiti imposti dalla norma.
Eppure, in questa ecoscultura, nessuno dei due è protagonista. Il vero centro dell’opera è il loro incontro: un dialogo silenzioso che attraversa millenni, un gesto di riconoscimento che dice che le identità LGBTQIA+ non sono un fenomeno recente, non sono un’invenzione della modernità, non sono un prodotto della tecnologia. Sono una presenza originaria, una costellazione che ha accompagnato l’umanità fin dalle sue prime narrazioni.
Le bandiere LGBTQIA+ che circondano la scena non sono semplici simboli: sono presenze vive, come piume rituali, come venti che attraversano epoche diverse. Vibrano attorno alle due figure come un coro che non ha mai smesso di cantare. Sono il segno che la q***rità è parte della storia umana, una radice che non può essere estirpata, una possibilità che non può essere negata.
Il tronco d’albero, avvolto da plastiche rosse e bianche — quelle che segnano il “vietato accesso” — diventa un corpo ferito, un corpo che porta addosso le tracce delle proibizioni, delle barriere, delle norme che hanno tentato di contenere la diversità. Ma Paolo Valerio, con la sua pratica ecosostenibile, trasforma queste plastiche in linguaggio: ciò che era scarto diventa significato, ciò che era rifiuto diventa rito. Le plastiche nere e arancioni, eco dei colori dell’arcobaleno, avvolgono il tronco come cicatrici luminose, come segni di una guarigione possibile.
In questa opera, la materia non è mai neutra. Il legno, le plastiche, le bandiere, le figure: tutto parla. Tutto racconta una storia di resistenza e di cura. Paolo Valerio non costruisce un oggetto: costruisce un organismo. Un organismo che respira, che ricorda, che accoglie. Un organismo che dice che la q***rità non è un errore, non è una deviazione, non è una malattia.
Le linee guida dei SOC 8 del WPATH lo affermano con chiarezza: le identità LGBTQIA+ non devono essere patologizzate. Ma Paolo lo dice da molto prima, lo dice da sempre, con la sua arte. La sua pratica è un atto di decolonizzazione dello sguardo, una forma di cura collettiva, un modo di restituire dignità alle soggettività q***r che la storia ha tentato di nascondere.
Il preistorico e il cyborg, insieme, diventano una genealogia q***r che attraversa il tempo. Il passato non è più un luogo di ignoranza, il futuro non è più un luogo di paura. Entrambi diventano spazi di possibilità. Entrambi diventano luoghi in cui l’identità può fiorire senza vergogna.
Il tronco d’albero, con le sue plastiche avvolte come serpenti rituali, diventa un altare profano. Le bandiere, un vento che attraversa i secoli. Il preistorico, un antenato che riconosce la diversità come parte della comunità. Il cyborg, un discendente che porta avanti la stessa eredità.
L’opera non chiede di essere interpretata: chiede di essere sentita.
Chiede di essere attraversata come si attraversa un rito.
Chiede di essere ascoltata come si ascolta una voce che viene da lontano.
È un guardiano dell’accesso negato che, paradossalmente, apre.
Apre alla storia.
Apre alla complessità.
Apre alla possibilità di un mondo in cui nessuna identità viene patologizzata, in cui ogni corpo può essere narrato senza vergogna, in cui la q***rità non è un’eccezione ma una forma di vita.
Paolo Valerio, con questa ecoscultura, costruisce un ponte:
tra passato e futuro,
tra natura e tecnologia,
tra identità e libertà.
Un ponte che non collega due rive, ma due tempi.
Un ponte che non unisce due figure, ma due modi di esistere.
Un ponte che non chiede di essere attraversato, ma di essere abitato.
E così l’opera diventa un canto.
Un canto che non si spegne.
Un canto che dice:
la q***rità è antica,
la q***rità è futura,
la q***rità è adesso.
***r