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11/09/2026

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Oggi, si è spenta a 78 anni Emma Bonino, una delle figure più influenti e coerenti della storia politica italiana ed europea. Politica, attivista, garante dei diritti umani e custode dell’europeismo, Bonino ha trasformato l’impegno civile in un’opera incessante di affermazione della libertà individuale.

La sua azione politica affonda le radici negli anni Settanta quando, con il Partito Radicale e al fianco di Marco Pannella, divenne protagonista delle mobilitazioni per il divorzio e la depenalizzazione dell’ab**to. La sua autodenuncia per le pratiche di ab**to clandestino e il successivo arresto impressero una svolta al dibattito nazionale, aprendo la strada all’approvazione della legge 194.

Attraverso lo strumento del referendum e la disobbedienza civile non violenta, Bonino ha portato al centro delle istituzioni battaglie fino ad allora considerate sconvenienti. Negli anni Novanta la sua prospettiva si è ampliata sulla scena internazionale: come Commissaria europea per gli Affari Umanitari ha guidato campagne globali contro le mutilazioni genitali femminili, la fame nel mondo e per la nascita della Corte Penale Internazionale. Nella sua carriera ha ricoperto incarichi di vertice tra cui quello di Ministro degli Affari Esteri, tra il 28 aprile 2013 e il 22 febbraio 2014, di Ministro del Commercio Internazionale, tra il 17 maggio 2006 e il 7 maggio 2008, Ministro per le politiche europee, dal 17 maggio 2006 al 7 maggio 2008, e Vicepresidente del Senato, dal 06 maggio 2008 al 14 marzo 2013.

Nel 2017, davanti all’emergere delle spinte euroscettiche e sovraniste, Bonino ha promosso la nascita del partito +Europa, del quale è stata presidente dal 21 luglio 2024 al 9 febbraio 2025. La scelta rispondeva alla necessità di difendere i valori della democrazia liberale, lo Stato di diritto e l’integrazione comunitaria. Per Bonino, l’Europa non rappresentava un semplice aggregato burocratico, ma l’unico spazio politico capace di proteggere i diritti fondamentali e garantire un futuro alle nuove generazioni.

Il valore del suo contributo alla diplomazia e al pensiero globale le è stato tributato anche dal mondo universitario, tra cui l’Università degli Studi Internazionali di Roma (UNINT), che le ha conferito la laurea honoris causa in Scienze Politiche per le Istituzioni e le Organizzazioni Internazionali, il 11 gennaio 2019, quale riconoscimento per il costante e instancabile impegno politico e civile a livello nazionale e internazionale in favore dei diritti umani, del dialogo tra i popoli e della democrazia.

Lungo la sua parabola politica, Emma Bonino ha mantenuto una presenza costante anche a Napoli e nel Mezzogiorno. Nel capoluogo campano è stata protagonista di numerosi comizi di piazza, assemblee sulle riforme della giustizia, incontri universitari e iniziative a tutela della salute riproduttiva e dell’emancipazione femminile, coinvolgendo attivamente la società civile partenopea.

Anche di fronte alla malattia, affrontata con straordinaria lucidità e dignità pubblica, non ha mai abbandonato l’impegno civile, ricordando che «da una passione politica non ci si può dimettere». Con la sua scomparsa il Paese perde un punto di riferimento insostituibile nella difesa dei diritti di tutti.

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07/09/2026

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31/08/2026

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Negli ultimi mesi, il mondo è stato testimone di una tragedia umanitaria di proporzioni inimmaginabili nella Striscia di Gaza. Le immagini di bambini estratti dalle macerie, di ospedali bombardati, di intere famiglie cancellate dai registri anagrafici hanno fatto il giro del pianeta, suscitando orrore e condanna in gran parte dell’opinione pubblica globale. Eppure, di fronte a tutto questo, le principali potenze occidentali hanno scelto una strada che difficilmente potrà essere dimenticata: quella della complicità, dell’omissione e del sostegno politico e militare a chi conduce questa operazione militare.

La credibilità morale dell’Occidente, costruita in decenni di predicazione sui diritti umani, sullo stato di diritto e sulla protezione dei civili, è oggi in frantumi. E le macerie non sono solo quelle di Gaza: sono quelle di un intero sistema di valori che l’Occidente ha sempre rivendicato come proprio fondamento identitario.

Per decenni, le nazioni occidentali hanno presentato se stesse come baluardo della civiltà giuridica internazionale, come custodi di un ordine basato su regole condivise, come difensori dei più deboli. Le guerre in Iraq, in Afghanistan, in Libia, sono state giustificate – a torto o a ragione – con la retorica della protezione dei civili, della democrazia, dei diritti umani. Oggi, quella stessa retorica si rivela per ciò che molti nel Sud del mondo avevano sempre sospettato: uno strumento di potere, non un principio universale.

Quando Israele ha iniziato la sua offensiva su Gaza dopo gli attacchi del 7 ottobre, la reazione occidentale è stata immediata e univoca: sostegno incondizionato. Nessuna condanna proporzionata per le uccisioni di massa di civili palestinesi. Nessuna richiesta seria di cessate il fuoco immediato. Nessuna conseguenza diplomatica o economica per la distruzione sistematica di infrastrutture civili, scuole, università, ospedali, chiese e moschee. Al contrario: invio di armi, copertura diplomatica alle Nazioni Unite, veti incrociati per impedire risoluzioni vincolanti.

Una linea rossa mai valicata prima

È qui che si consuma la frattura più profonda, quella che segna un prima e un dopo nella storia della coscienza umana. Per la prima volta nell’era moderna, i civili non sono vittime collaterali del confronto fra due eserciti, come accade – pur nella sua immane tragedia – nella guerra fra Russia e Ucraina, dove i bombardamenti colpiscono anche le città ma nel contesto di un conflitto convenzionale fra forze armate. A Gaza assistiamo a qualcosa di radicalmente diverso: lo sterminio deliberato e sistematico di civili inermi, eseguito con meticolosa pianificazione da uno degli eserciti meglio armati e tecnologicamente avanzati al mondo.

Non si tratta di “danni collaterali”, di “errori di intelligence” o di “scudi umani” – formule vuote che la propaganda ha logorato fino all’indecenza. Si tratta di una popolazione intrappolata, privata di acqua, cibo, elettricità, cure mediche, vie di fuga, sottoposta a un blocco totale e a un bombardamento incessante che non risparmia zone residenziali, campi profughi, strutture delle Nazioni Unite, ambulanze, giornalisti, operatori umanitari, medici, insegnanti, bambini.

Questa è una linea rossa che mai prima d’ora era stata valicata con tale sistematicità e con tale livello di distruzione in rapporto alla dimensione del territorio e alla densità della popolazione. Non è una guerra: è una punizione collettiva, un’operazione di annientamento di una società civile. E l’Occidente non solo lo ha permesso, ma lo ha armato, finanziato e difeso nelle sedi internazionali.

Il messaggio che è arrivato al resto del mondo è chiaro: per l’Occidente, alcune vite valgono più di altre. I civili israeliani meritano lutto, solidarietà e giustizia; i civili palestinesi meritano, nella migliore delle ipotesi, un appello generico alla “moderazione” e alla “proporzionalità”, mentre vengono rifornite le armi che li uccidono.

Questa doppia morale non è passata inosservata. In Africa, in America Latina, in Asia, in gran parte del mondo arabo e musulmano, ma anche in ampi settori delle società occidentali stesse, la percezione è ormai consolidata: l’Occidente predica bene e razzola male. Le sue lezioni di moralità internazionale non hanno più alcun valore, perché i fatti le smentiscono quotidianamente.

Il danno alla credibilità occidentale non è solo reputazionale: è strutturale. Le istituzioni internazionali create dopo la Seconda guerra mondiale – le Nazioni Unite, i tribunali internazionali, le convenzioni sui diritti umani – sono state svuotate di significato proprio da chi le ha fondate. Se le regole valgono solo quando convengono, allora non sono regole: sono strumenti di dominio. E il mondo intero lo ha capito.

Le conseguenze di questo crollo saranno profonde e durature. I paesi emergenti, i movimenti sociali, le opinioni pubbliche globali guarderanno sempre più altrove per trovare riferimenti morali e politici. La Cina, la Russia, ma anche attori regionali come il Sudafrica, il Brasile, la Turchia o l’Iran, potranno presentarsi – con vari gradi di credibilità – come alternative a un Occidente percepito come ipocrita e complice di crimini di guerra.

Non si tratta di stabilire qui se questa percezione sia giusta o meno. Si tratta di constatare un fatto politico: la credibilità non è un dato oggettivo, ma una risorsa simbolica che si accumula o si dissipa attraverso le azioni. E l’Occidente, con la sua condotta a Gaza, ha dissipato un capitale morale accumulato in decenni.

C’è chi dirà che la politica internazionale non si fa con la morale, ma con gli interessi. Ma anche questa è una forma di cecità: la credibilità morale è un interesse strategico. Senza di essa, le alleanze si indeboliscono, le sanzioni perdono efficacia, le condanne suonano vuote, le leadership si sgretolano. Un Occidente che rinuncia ai propri valori – o che li applica in modo selettivo – non è solo immorale: è anche più debole.

Gaza è diventata il simbolo di questa bancarotta. E come tutte le bancarotte, non si risolve con dichiarazioni di circostanza o con qualche aiuto umanitario tardivo. Si risolve solo con un cambio radicale di rotta: con la fine della complicità, con il riconoscimento pieno dei diritti del popolo palestinese, con il rispetto del diritto internazionale anche quando scomodo, con la coerenza tra ciò che si predica e ciò che si pratica.

Fino a quando questo non accadrà, l’Occidente continuerà a parlare di diritti umani, ma il mondo non lo ascolterà più. E forse, per la prima volta nella storia recente, avrà ragione a non farlo.

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