FORO Carolino

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REGNO delle DUE SICILIE

FORO CAROLINO

Piazza Napoletana monumentale in Onore di

RE CARLO di BORBONE Istruzione

13/05/2026

REGNO delle DUE SICILIE

⚜FORO CAROLINO⚜

La Concordia

Etimologicamente composta da cm ‘con’ e cor, cordis ‘cuore’, la concordia descrive quell’armoniosa situazione in cui il sentire, il volere e l’agire di più persone sono liberamente in autentico accordo. Questa unità dei cuori è l’allegoria del buongoverno.

La statua, di probabile fattura toscana, ci mostra una giovane donna che regge una coppa dalla quale due piccoli volatili si nutrono. L’abbondanza rende sereni i piccoli uccelli e soddisfatto è lo sguardo della giovane che li osserva con atteggiamento protettivo.

Notevole è la presenza, alla destra della giovane, di un gallo: animale che simboleggia la sollecitudine e la vigilanza, caratteristiche imprescindibili per ben governare e mantenere la “concordia” nel regno.

Una prova secondaria ma significativa di quanto Carlo di Borbone abbia meritato la statua ce la fornisce il popolo napoletano che, a distanza di cento anni, era disposto a pagare di tasca propria per una nuova opera del re, un tempo collocata al centro del foro a lui dedicato. Sì, e allora perché oggi non c’è più?

Fu abbattuta durante la rivoluzione del 1799. Nel 1801 Angelo Viva ne realizzò un’altra in gesso, che un temporale violentissimo distrusse. Proprio nel 1855 si diede vita a una raccolta fondi popolare per ridare alla piazza il suo legittimo monumento. Solo che nel 1861 arrivarono i nemici di Napoli e il conto aperto per pagare lo scultore Salvatore Irdi fu tumulato, e con esso la speranza di rivedere Carlo campeggiare nel proprio Foro.

Carlo fu indubbiamente uomo di buongoverno e di concordia. Non si può dire lo stesso di coloro che hanno cercato di cancellarne la memoria.

Alla prossima puntata/statua

Roberto Bonaventura

www.robertobonaventura.com
Foto di Angelo Vettor

21/04/2026

REGNO delle DUE SICILIE

⚜FORO CAROLINO⚜

La Fortezza

Questo luogo fu concepito come tributo alle Virtù regali di

⚜SUA MAESTÀ⚜
⚜IL RE⚜
⚜CARLO di BORBONE⚜

La realizzazione fu affidata al Architetto di Corte Luigi Vanvitelli che avvenne tra il 1757 e il 1765 con proporzioni perfettamente, simmetriche, dominate da un imponente ciclo di statue simboliche celebrano le Virtù del SOVRANO Napoletano.

Quel che sorprende è che delle 26 statue che sormontano i due emicicli, rappresentanti le virtù e i meriti attribuiti al capostipite dei Borbone di Napoli, pochi saprebbero dire qualcosa.

Iniziamo con la prima scultura da sinistra, zona Port’Alba.

La Fortezza.

Statua attribuita a scultori di scuola carrarese, (presenta) elementi barocchi e neoclassici.

Rappresenta una possente donna guerriera con elmo e cimiero sul capo, scettro nella mano sinistra, simbolo di potere, e un globo con la croce retto con la destra.

Quest’ultimo indica il dominio esercitato in virtù della fede Cristiana.

Per ben entrare nei vari significati ricorreremo all’Iconologia (eikon = immagine e logìa = discorso), branca della Storia dell’Arte che cerca la spiegazione delle immagini, dei simboli e delle figure allegoriche.

Per chi volesse approfondire il tema suggeriamo il testo celeberrimo di Cesare Ripa, “Iconologia”.

Questa opera, non di particolare pregio esecutivo ma di forte valore simbolico, ci dice che Carlo possedeva la virtù della Fortezza.

Ma in che cosa consiste?

È una delle quattro virtù cardinali con la Prudenza,
la Giustizia e
la Temperanza che,
secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, è : "la virtù morale che, nelle difficoltà, assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene.

Essa rafforza la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli ostacoli nella vita morale.

La virtù della fortezza rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affrontare la prova e le persecuzioni".

Carlo, Napoletano di fatto anche se non nato a Napoli, fu un uomo coraggiosamente impegnato nella ricerca del bene.

Lo dimostrano i suoi lasciti di vario genere alla nostra amata Napoli, e non solo.

Il
⚜REAL ALBERGO dei POVERI⚜

è il capitolo più Alto e Nobile del Sovrano; l'idea di fissare in punto fermo tra un prima decadente e vicereale, colmo di miseria e degrado sociale, ed un dopo, Glorioso dove SUDDITI e SOVRANI partecipano allo stesso interesse.

Questo episodio fu quello che zittì gli invasori giacobini francesi, che nella loro presuntuosa baldanza, si aspettavano di essere accolti dalla Popolazione

Invece

Il Popolo, denigrato dalla successiva propaganda massonica del risorgimento, come "Lazzari", non solo li cacciò in MALO MODO, facendosi massacrare a migliaia, ma riportò in Trionfo il proprio LEGITTIMO SOVRANO Napoletano sul suo Trono di Napoli.

Nel
⚜REAL ALBERGO dei POVERI⚜

vi è il capolavoro del Sovrano, che disegnò una perfetta IDENTITÀ tra SUDDITI e SOVRANO, già dalla estetica del edificio, la cui facciata ha la Maestosita di un Palazzo Reale, tutto per gli ultimi del Regno.

Non era un edificio assistenziale, ma era la testimonianza di un volere Sovrano di rendere visibile la perfetta coincidenza di interessi dal primo all'ultimo del Nostro REGNO.

I giacobini francesi, invece, dovettero scivolare nel terrore sanguinario per inseguire questa identità che mai raggiunsero se non nelle belle parole dei loro ideali rimasti tali.

La Fortezza, imprime , dunque, quel rigore al Sovrano, capace di perseguire le proprie idee ben oltre le resistenze del momento; un volere che, ancora oggi, brilla ineguagliato nel mondo.

A Noi, ieri ed oggi, spetta il dovere di gratitudine verso un SOVRANO che ha ben incarnato tali Virtù .
Foto di Angelo Vettor

12/04/2026

REGNO delle DUE SICILIE

⚜FORO CAROLINO⚜

La Felicità pubblica

Tra le statue che ornano l’emiciclo sinistro del Foro Carolino, firmato da Luigi Vanvitelli, ve n’è una – la nona da sinistra – che suscita più interrogativi che ammirazione estetica: la Felicità pubblica.

Figura femminile dal volto privo di grazia, dall’assetto tozzo e dalle proporzioni incerte, eppure portatrice di un messaggio che supera la povertà dell’esecuzione scultorea. In testa reca una corona d’alloro, segno di gloria. Con il braccio sinistro regge un caduceo, simbolo alato di pace e prosperità, mentre con il destro si appoggia a una cornucopia colma di frutti in cui spicca un grappolo d’uva, emblema di abbondanza e lavoro fecondo.

Il caduceo – non va confuso con il bastone di Esculapio, attributo della medicina – era l’insegna di Mercurio, il messaggero degli dèi, colui che attraversava ogni confine senza ostacolo né minaccia. È un simbolo ambiguo e potente, associato anche alla sapienza e alla mediazione. La cornucopia, invece, ci parla dell’altro volto della felicità: quello materiale, tangibile, raggiunto con il sudore, con l’ordine, con la capacità di costruire una società dove ogni cittadino può trovare la sua parte di pane e di dignità.

Ecco allora che questa statua si rivela come un’allegoria programmatica. Non rappresenta una virtù personale di Carlo di Borbone, ma un traguardo ideale a cui il sovrano ha mirato per il suo regno: il benessere collettivo, la quiete sociale, il fiorire di arti e commerci, l’armonia civile. Felicità pubblica, appunto.

In un tempo in cui il sovrano era considerato padre della patria, Carlo si presenta come artefice di un equilibrio, secondo una lucida strategia di governo: la felicità del popolo legittima il potere, lo rafforza, lo radica. Non si tratta della felicità dell’individuo, né della soddisfazione personale: qui si allude all’eudaimonìa aristotelica (cioè il pieno compimento della vita umana nella virtù), una pienezza stabile dell’esistenza che nasce dall’esercizio ordinato del proprio ruolo nella comunità. Una visione che, nata nella polis greca, si riverbera nella Napoli del Settecento come ordine illuminato, dove le virtù del monarca devono tradursi in effetti concreti nella vita dei sudditi.

Ecco allora che la Felicità pubblica diventa un merito attribuito a Carlo: non tanto per ciò che egli era, ma per ciò che ha saputo perseguire e ottenere. È la statua di un risultato, non di un carattere; la celebrazione di una conquista politica e sociale. Il caduceo, la cornucopia, l’alloro: tutti simboli che, in mano a lei, parlano di lui, del suo progetto di regno, della sua visione di sovranità come servizio alla collettività.
Un obiettivo che, oggi come ieri, appare lontano, ma al quale il nostro grande re seppe tendere con lucidità e determinazione.

Roberto Bonaventura

Foto di Angelo Vettor

07/04/2026

REGNO delle DUE SICILIE

⚜FORO CAROLINO⚜

La Sincerità

La statua allegorica della Sincerità, una delle ventisei figure, l'ottava da sinistra, che ornano la cancellata dell’antico Foro Carolino — oggi Piazza Dante — raffigura una giovane donna dal volto limpido e assorto, che incarna l’animo trasparente e fedele alla verità. La scultura, ispirata ai canoni classici, trasmette un senso di equilibrio e compostezza che riflette la natura stessa della virtù che rappresenta.

Nel braccio destro, piegato con grazia, la figura regge una colomba con le ali spiegate: emblema dell’innocenza e dell’integrità morale, ma anche messaggera di quella pace interiore che nasce dall’assenza di doppiezze. Il braccio sinistro, invece, sorregge un cuore n**o, svelato, offerto senza reticenze. È il simbolo dell’anima che si mostra per ciò che è, senza maschere.

Il termine sincerità deriva dal latino sincerus, e una delle ipotesi etimologiche più suggestive lo collega a sine cera, “senza cera”. Nell’arte scultorea indicava un’opera priva di correzioni o difetti nascosti: integra nella forma e nella sostanza. Ma il significato si estende anche al mondo delle lettere: una lettera senza cera, non sigillata, è una lettera aperta, che non cela il suo contenuto. Così è la sincerità: una verità disarmata, visibile, che non teme d’essere letta.

Nel progetto monumentale voluto da Carlo di Borbone, ogni statua rappresenta una virtù che il sovrano aspirava a incarnare o a promuovere nel suo regno. La Sincerità, in particolare, è posta come fondamento della giustizia e della fiducia nel potere. Non è solo un tratto morale, ma una condizione essenziale per governare senza inganno, con trasparenza e rettitudine. In questo senso, la giovane figura scolpita non è un’astrazione, ma un ideale concreto, scolpito nella pietra per parlare al popolo e alla memoria del tempo.
Roberto Bonaventura
Foto di Angelo Vettor

30/03/2026

REGNO delle DUE SICILIE

⚜FORO CAROLINO⚜

La statua dell'Arte

La ventiquattresima della lunga teoria di figure scultoree che campeggiano sull’edificio vanvitelliano.

Prima di entrare nella lettura della statua, è necessario chiarire un punto che, se trascurato, rischia di falsare l’intero significato.

Nel Medioevo, le arti liberali non comprendono né la pittura né la scultura: esse si articolano nel trivio e nel quadrivio — grammatica, retorica, dialettica, aritmetica, geometria, musica e astronomia — e definiscono un sapere astratto, proprio dell’uomo libero, contrapposto alle arti meccaniche.

Nel Settecento, invece, soprattutto nel clima culturale promosso dalla corte Borbonica, le arti del disegno — pittura, scultura e architettura — vengono progressivamente elevate a una dignità intellettuale tale da essere considerate, di fatto, arti liberali.

Non è una semplice estensione terminologica, ma un vero mutamento di prospettiva: l’arte non è più mestiere, ma pensiero operante.

L’opera si inserisce esattamente in questo passaggio.

L’allegoria è resa attraverso un’imponente figura femminile di ispirazione classica, colta in un atteggiamento dinamico, quasi in atto.

La mano destra, sollevata, sorregge un pennello e, verosimilmente, anche uno strumento riconducibile all’arte plastica, probabilmente uno scalpello, sebbene il dettaglio non sia perfettamente leggibile.

Lo sguardo accompagna il gesto, come se l’artista stesse misurando la realtà prima di tradurla in forma.

Nella mano sinistra si scorge un sostegno verticale attorno al quale si avvolge uno stelo vegetale: immagine della natura che cresce, ma che trova compimento solo quando è guidata e disciplinata.

In questo segno si condensa un’intera visione del mondo: la natura non viene negata, ma assunta, orientata, portata a forma.

L’arte non si esaurisce nell'imitare; seleziona, ordina, giudica.

È in questo contesto che si comprende pienamente la figura di Carlo di Borbone.

Sovrano di straordinaria lungimiranza, egli non si limita a governare, ma costruisce un progetto culturale. Il trasferimento a Napoli della Collezione Farnese, la promozione degli scavi di Ercolano, la fondazione di istituzioni e il sostegno agli artisti trasformano la città in uno dei centri più vitali d’Europa.

In questo quadro, le arti diventano strumento di civiltà, ma anche linguaggio del potere: testimoniano ordine, misura, consapevolezza.

Peccato che anche questa creazione plastica sia ignorata dai più: certo lei non potrà fare a meno di notare l’orrore dell’entrata della metro, che si impone come un capolavoro di bruttezza e vandalismo.

Due civiltà a confronto, (dove quella più recente appare come una forma invertita della prima.

Roberto Bonaventura

12/02/2026

REGNO delle DUE SICILIE

⚜FORO CAROLINO⚜

Statua che simboleggia «il riparo dal tradimento».

ventisei statue-virtù del grande

⚜Re⚜
⚜Carlo di Borbone⚜

che entrò a Napoli nel 1734 appena diciottenne, si colloca nel secondo emiciclo vanvitelliano, partendo dal fondo

Siamo nell’attuale Piazza che la iconoclastia della propaganda massonica del risorgimento ha strappato alla VERITÀ del luogo per cederla a terzi, in questo caso il sommo poeta Dante;
ma per noi sempre Foro Regio Ferdinandeo, ex Largo Mercatello.

Qui l’allegoria si fa uomo, barba riccia e volto severo, presenza che tra tante figure femminili deve trasmettere capacità, fermezza, vigile energia nel custodire il corpo civile dalle crepe invisibili.

Gli occhi accesi, le narici appena dilatate, i muscoli tesi raccontano un’attenzione pronta, come se la pietra fosse colta nell’istante in cui avverte il pericolo prima ancora che questo si manifesti.

Il traditore, in ogni società, è una falla nella diga, una serpe col veleno in punta di dente, e il buon sovrano è chiamato a sorvegliare, a verificare, a impedire che nei gangli, nei cardi vitalis del vivere comune si annidino tali insidie.

La cicogna stretta al petto dalla figura non è soltanto antagonista della civetta nella credenza popolare, è anche simbolo di chi recide il serpente prima che diventi abitudine, di chi estirpa il morbo prima che si faccia costume.

E a Napoli la civetta porta con sé un’eco di sventura tanto radicata da essere scacciata perfino con la voce: «sciò sciò ciucciuvè». formula apotropaica, scaramantica Napoletana usata per allontanare le cattive influenze, derivante dal gesto stesso dello scacciare, dove suono e movimento diventano argine e rimedio.

In alcuni siti compare il riferimento a un ramoscello di platano, certamente evocativo e suggestivo nella sua simbologia di ombra civile e protezione; tuttavia, da un attento esame fotografico diretto della statua, tale elemento non risulta rilevabile con chiarezza, e ciò induce a prudenza, distinguendo la suggestione interpretativa dall’evidenza iconografica.

Resta allora la forza nuda della figura, la tensione del gesto, il dialogo muto con l’animale trattenuto, senza mediazioni ornamentali.

E se il tradimento è veleno interno che corrode le fondamenta di una comunità, non è accettabile che un’altra forma di tradimento, più silenziosa e sottile, si consumi sotto i nostri occhi: quella dell’oblio.

Perché se questa statua nasceva per proteggere un regno dalle insidie, nessuno ha protetto abbastanza la memoria di Carlo di Borbone e della sua dinastia dal lento scolorire del ricordo, che è anch’esso, a suo modo, un tradimento.

Roberto Bonaventura

22/12/2025

REGNO delle DUE SICILIE

Buona serata a tutti dal

⚜FORO CAROLINO⚜

30/11/2025

REGNO delle DUE SICILIE

Napoli
⚜FORO CAROLINO⚜

La musica

La dodicesima statua collocata lungo l’emiciclo sinistro del grande Foro Carolino, la monumentale scenografia urbana progettata da Luigi Vanvitelli, appartiene alla lunga teoria delle ventisei figure scolpite per celebrare i meriti e le virtù di Carlo di Borbone.

Vanvitelli concepì la struttura architettonica, l’arco curvilineo e l’intero impianto scenografico; le statue, invece, furono realizzate da vari scultori del cantiere borbonico secondo il programma fissato dallaCorte Napoletana.

La dodicesima figura rappresenta la Musica.

La donna appare coronata d’alloro, con i piedi nudi e una postura lievemente danzante.

Nella mano destra solleva una tuba dal profilo antico, nella sinistra un tamburello innalzato.

In lei convivono due nature:

la solennità delle cerimonie regali

e il ritmo popolare che appartiene alle feste del popolo.

La tuba è voce del potere, il tamburello è voce della strada; il suo corpo, sospeso tra grazia e movimento, è il ponte che li unisce.

Questa iconografia non è casuale.

Carlo di Borbone coltivò con energia la vita musicale della capitale: fu lui a volere il Teatro di San Carlo, che sorse in soli dieci mesi e venne inaugurato nel 1737.
Un teatro monumentale, progettato da Angelo Carasale con la consulenza di Ferdinando Fuga, concepito come tempio dell’opera e come fulcro della grande scuola musicale napoletana. Qui si affermarono Paisiello, Jommelli, Piccinni, Cimarosa e molti altri compositori che fecero di Napoli un riferimento internazionale.

Questa tradizione alta troverà poi naturale continuità nella canzone classica Napoletana, che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento raggiunse il suo apice.

Un genere capace di fondere la classicità dell’orchestra sinfonica, spesso guidata da tenori e soprani celebri, con gli strumenti popolari come il mandolino, la chitarra battente e le tammorre: una sintesi perfetta fra colto e popolare, identità profonda della città.

Collocata nel Foro Carolino, oggi Piazza Dante e un tempo Largo Mercatello, questa statua della Musica dialoga naturalmente con il respiro di Napoli.

La città è da secoli definita Città della Musica, e trova in questa figura un ritratto fedele della propria essenza: nobile e popolare, colta e immediata, capace di unire l’altezza del teatro e il calore della strada.

Tra la Musica del Foro Carolino e l’aria della città esiste un’identità profonda: a Napoli la musica non si aggiunge alla vita, la crea.

È un principio vitale che la pervade.

E questa donna coronata d’alloro, con la sua tuba e il suo tamburello, continua a raccontarlo nel silenzio della pietra.

Roberto Bonaventura - Artista

Foto di Angelo Vettor

10/11/2025

REGNO delle DUE SICILIE

La Vigilanza

decima figura dell’emiciclo sinistro del Vanvitelli, dedicata alla Vigilanza.

Carlo di Borbone comprese che senza la vigilanza non vi può essere pace né concordia, e che tutte le altre virtù del principe dipendono, in fondo, anche da questa.

Il vigilante è prudente, e la prudenza è una virtù cardinale.

La figura femminile regge una lucerna nella mano sinistra e accanto a sé ha un cane dalle orecchie basse, vigile e pronto a ringhiare: simbolo di attenzione costante, di ascolto teso ai prodromi di ogni disordine o sedizione.

È un’immagine che riflette la condotta del sovrano stesso, attento custode del proprio popolo e del suo equilibrio civile.

La lucerna accesa richiama non solo la ragione che illumina il governo, ma anche il lume evangelico delle dieci vergini che vegliano in attesa dello Sposo : una luce che non si spegne, metafora della perseveranza morale e della fede operante.

Così la vigilanza diventa la virtù che unisce la fermezza del Sovrano alla speranza del credente, e che fa del suo regno una veglia costante sulla giustizia e sulla pace.

Queste ventisei statue, disposte in forma di emiciclo, costituiscono un vero catechismo civile di pietra: insegnano, ammoniscono e ricordano.

Oggi, il loro sguardo immobile sembra contemplare con sconcerto il degrado che le circonda, soprattutto là dove le strutture di ferro e vetro dell’accesso alla metropolitana tradiscono l’antico decoro del luogo.

È un contrasto doloroso che invita a riflettere su com’era concepita Napoli quando a governarla vi era un Sovrano che la amava davvero, vegliando su di essa come su un bene sacro e indivisibile.
Roberto Bonaventura
Foto di Angelo Vettor

26/09/2025

REGNO delle DUE SICILIE

⚜FORO CAROLINO⚜

La Sincerità

La statua allegorica della Sincerità, una delle ventisei figure, l’ottava da sinistra, che sormontato l'emiciclo dell’antico Foro Carolino,

raffigura una giovane donna dal volto limpido e assorto, che incarna l’animo trasparente e fedele alla verità.

La scultura, ispirata ai canoni classici, trasmette un senso di equilibrio e compostezza che riflette la natura stessa della virtù che rappresenta.

Nel braccio destro, piegato con grazia, la figura regge una colomba con le ali spiegate: emblema dell’innocenza e dell’integrità morale, ma anche messaggera di quella pace interiore che nasce dall’assenza di doppiezze.

Il braccio sinistro, invece, sorregge un cuore n**o, svelato, offerto senza reticenze.

È il simbolo dell’anima che si mostra per ciò che è, senza maschere.

Il termine sincerità deriva dal latino sincerus, e una delle ipotesi etimologiche più suggestive lo collega a sine cera, “senza cera”.

Nell’arte scultorea indicava un’opera priva di correzioni o difetti nascosti: integra nella forma e nella sostanza.

Ma il significato si estende anche al mondo delle lettere: una lettera senza cera, non sigillata, è una lettera aperta, che non cela il suo contenuto.

Così è la sincerità: una verità disarmata, visibile, che non teme d’essere letta.

Nel progetto monumentale voluto da

⚜SUA MAESTÀ⚜
⚜IL RE⚜
⚜CARLO di BORBONE⚜

ogni statua rappresenta una virtù che il sovrano aspirava a incarnare o a promuovere nel suo regno.

La Sincerità, in particolare, è posta come fondamento della giustizia e della fiducia nel potere.

Non è solo un tratto morale, ma una condizione essenziale per governare senza inganno, con trasparenza e rettitudine. In questo senso, la giovane figura scolpita non è un’astrazione, ma un ideale concreto, scolpito nella pietra per parlare al popolo e alla memoria del tempo.
contributo di
Roberto Bonaventura
Foto di Angelo Vettor

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