Cocacolajournalism - Laboratorio di Giornalismo Internazionale

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30/12/2020

Le parole giuste.
Agitu Ideo Gudeta non era la "pastora e rifugiata Etiope simbolo dell'integrazione" come hanno titolato Repubblica e altre testate giornalistiche.

Agitu era un'imprenditrice. Dirlo, ripetercelo, serve a rendere reale, il fatto che chi lascia il proprio paese in quanto rifugiato, non resta un soggetto debole e passivo tutta la vita. Anche perchè cercare rifugio è un atto politico di grande forza e coraggio.
Il razzismo che ha subito in vita, come il sessismo, sono le conseguenze del vivere su questa terra, in quanto donna e nera, ma non sono tutto. Intorno all'odio e ai pregiudizi c'è una vita da vivere, ci sono le ambizioni, c'è la progettualità, il sogno, le aspirazioni, il prepararsi costantemente a quello che verrà.
Quella donna pensava di continuo a come fare meglio le cose, e ci riusciva! Diamine se sapeva fare bene il suo lavoro.

Lo so che in questo Paese pensare a una donna nera, o ai rifugiati, o ai migranti, significa dire "vittima di qualcosa" ma Agitu con la sua vita, ci ha voluto dimostrare che le persone esistono anche al di là dei soprusi che subiscono.
E quello che resta dopo la violenza, gli schiaffi, gli sputi, l'esilio, è la parte più coreacea, luminosa e imprevedibile di noi.

Certo, il suo assassino era un suo dipendente, "un africano come lei", titolano tra le righe sta mattina, parecchi giornalacci.
Io invece, ci vedo solo l'ennesimo uomo, che pregno di odio, soprttutto per le donne, è riuscito a somigliare terribilmente, nonostante la pelle, la lingua e le origini diverse, a migliaia di altri uomini, italiani e non, che ogni giorno abusano e spengono le donne.
Soprattutto quelle come Agitu.

Che sia ghanese o italiano, poco cambia. Non mi avrebbe fatto stare meglio o peggio in nessun caso. Perchè sono una donna e non mi illudo che il maschilismo abbia una razza.
E se qualcuno si è sentito sollevato dal fatto che il suo assassino fosse un uomo, anche nero, è parte del problema.

Quanto era forte questa donna.
Così forte che mi sembra ancora viva, mentre ci dà lezioni su come si racconta una storia.

Mio nonno e l'Italia coloniale. L'abbattimento delle statue e i conti con la storia - NapoliMONiTOR 26/06/2020

“Se non si fanno i conti con ciò che si è rimosso e negato, come si può rispondere alle domande del presente? Solo se inserita nel dibattito pubblico, e discussa con l’animo libero di riconsiderare gli eventi, la storia ha senso e può essere analizzata e ri-elaborata. Naturalmente questo non dovrebbe riguardare solo il passato coloniale, ma tutto ciò che facciamo fatica a raccontare e a raccontarci”.

Mio nonno e l'Italia coloniale. L'abbattimento delle statue e i conti con la storia - NapoliMONiTOR Mio nonno era laureato in Scienze Coloniali all’Orientale di Napoli. Da giovane era rimasto colpito dalla lettura del Corano e dalle storie impregnate di esotismo che raccontavano dell’Africa e del Medio Oriente. Quando lo [...]

25/03/2020

Vi presentiamo un articolo di Miguel Mellino sugli effetti razzisti della gestione emergenziale della pandemia di Coronavirus. L’infamia di questa gestione è condensata anche nel decreto “Io resto a casa”. Non tanto nelle misure che promuove, blocchi alla circolazione e quarantene obbligatorie appaiono certo necessarie, ma per la selettività, il classismo e il razzismo, che esso presuppone. Si tratta di un decreto che esclude, oltre che una parte importante delle classi lavoratrici, sia quei migranti reclusi in tutto il circuito dell’accoglienza, sia il resto della popolazione straniera residente in Italia. L’assenza di qualsiasi riferimento alla popolazione straniera-migrante all’interno del discorso pubblico, l’abbandono a se stessa nelle attuali condizioni di pandemia, non fa che mostrarci non solo “un’eccezione nell’eccezione”, ma l’ennesimo esempio del “razzismo di Stato”. Buona lettura [link nei commenti].

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