Mariarosaria Russo - Coach

Mariarosaria Russo - Coach Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Mariarosaria Russo - Coach, Allenatore personale, Napoli.

Coach Professionista certificata dalla Society of NLP e dall’European Professional Coaching Association, Educatrice extrascolastico, Applicatore Metodo Feuerstein - PAS Standard I , Practitioner Points of you®

“COME POSSO AIUTARLO?”Se anche tu te lo sei chiesta davanti a una difficoltà di tuo figlio, oggi vorrei ascoltare la tua...
17/09/2026

“COME POSSO AIUTARLO?”

Se anche tu te lo sei chiesta davanti a una difficoltà di tuo figlio, oggi vorrei ascoltare la tua esperienza.

In questi giorni alcune mamme hanno scelto di raccontarmi un pezzetto della loro quotidianità con i propri figli.

Ho letto personalmente ogni risposta.

Ho trovato esperienze molto diverse.

Momenti difficili da gestire.

Situazioni che continuano a ripetersi.

Preoccupazioni per il futuro.

Tentativi già fatti che non sempre hanno portato al cambiamento sperato.

E, dentro storie anche molto diverse tra loro, sono comparse domande che una mamma può conoscere bene:

“Come posso aiutarlo?”

“Sto facendo la cosa giusta?”

Magari anche tu hai un momento della giornata che è diventato particolarmente difficile.

Tuo figlio si agita.

Non accetta un no.

Ha paura davanti a certe situazioni.

Si blocca.

Fa fatica nei compiti, nelle relazioni o in alcune autonomie quotidiane.

Oppure la vostra difficoltà è completamente diversa.

Hai già provato a parlare, spiegare, rassicurare, cambiare qualcosa nel tuo modo di intervenire.

Eppure può capitare di ritrovarti ancora lì, davanti alla stessa domanda:

“Che cosa posso fare per aiutarlo?”

È proprio questa parte della vita quotidiana delle mamme che vorrei conoscere più da vicino.

Sono Mariarosaria Russo, Pedagogista e Family Coach Montessori® e da oltre 10 anni lavoro accanto a bambini, ragazzi e famiglie.

Nel mio lavoro considero fondamentale una cosa:

prima di cercare risposte, comprendere ciò che accade davvero nella vita quotidiana.

Per questo sto realizzando una breve ricerca dedicata alle mamme di bambini e ragazzi.

Vorrei comprendere quali difficoltà incontrate realmente nelle vostre giornate, quali pesano maggiormente, che cosa avete già provato e che cosa vorreste vedere cambiare.

E vorrei riuscire ad ascoltare ancora più esperienze di mamme di bambini e ragazzi con neurodivergenze, difficoltà di apprendimento, attentive, organizzative o altri bisogni specifici.

Ho preparato un breve questionario anonimo.

Non vengono richiesti nome, email o altri dati di contatto.

Non ci sono risposte giuste o sbagliate.

Quello che conta per me è ascoltare ciò che stai vivendo, raccontato con le tue parole.

Se sei una mamma, puoi aiutarmi raccontandomi un pezzetto della tua quotidianità.

👇 Trovi il questionario anonimo nel primo commento sotto questo post.

Bastano alcuni minuti.

E se conosci una mamma che potrebbe voler partecipare, condividi con lei questo post: mi aiuterai a far arrivare questa ricerca anche a esperienze che oggi non riesco ancora a raggiungere.

Grazie di cuore per il vostro aiuto ❤️

Mariarosaria Russo

Una goccia non fa rumore. Finché non è l'unica cosa che riesci a sentire.All'inizio quasi non ci fai caso.Una goccia.Poi...
13/09/2026

Una goccia non fa rumore. Finché non è l'unica cosa che riesci a sentire.

All'inizio quasi non ci fai caso.

Una goccia.

Poi un'altra.

Continui a fare quello che stavi facendo.

Ma lei torna.

Tac.

Passa qualche minuto.

Tac.

E un certo punto non senti quasi più nient'altro.

Non perché quella goccia sia diventata più grande.

Ma perché continua a cadere sempre nello stesso punto.

A volte, nella quotidianità con un figlio, succede qualcosa di molto simile.

Non sono sempre le grandi difficoltà a consumare più energie.

A volte sono quelle situazioni che, prese una alla volta, sembrano persino piccole.

Una mattina complicata.

Una richiesta che torna.

Un momento della giornata che si inceppa sempre nello stesso punto.

Una routine che ogni volta richiede più energie di quanto immaginavi.

Succede.

La gestisci.

La giornata continua.

Poi arriva il giorno dopo.

E succede di nuovo.

E magari continui a dirti:

“Non è poi una cosa così importante.”

Perché ci sono problemi più grandi.

Perché in qualche modo riuscite comunque ad andare avanti.

Perché ormai ci hai quasi fatto l'abitudine.

Eppure quella piccola situazione continua a tornare.

Tac.

Ancora una volta.

Fino a quando ti accorgi che non è più soltanto quello che succede in quel momento.

È l'energia che ti porta via.

È il pensiero che arriva prima ancora che quella situazione inizi.

È quel:

“Speriamo che oggi vada diversamente…”

Con il ritorno della scuola, degli orari e delle routine, forse anche a casa tua qualcosa ha ricominciato a “gocciolare”.

Magari è una cosa che conoscevi già.

Magari pensavi fosse passata.

Oppure è qualcosa di nuovo che questa settimana hai iniziato a notare.

Fermati un momento su quello che continua a tornare.

Quella che, se improvvisamente diventasse un po' più semplice, ti farebbe sentire la differenza nella vostra giornata.

Perché a volte non desideriamo cambiare tutto.

Vorremmo soltanto che quella goccia smettesse di cadere sempre nello stesso punto.

Se ti va, completa questa frase nei commenti:

“In questo momento, la situazione che continua a tornare a casa nostra è…”

Anche poche parole.

Ti leggo con piacere.

Con Amore.

Mariarosaria Russo

“Dai, faccio io che siamo in ritardo.” Poi esci di casa e pensi: “Anche stavolta ho fatto io.”Sono le 7:50.Tuo figlio è ...
12/09/2026

“Dai, faccio io che siamo in ritardo.” Poi esci di casa e pensi: “Anche stavolta ho fatto io.”

Sono le 7:50.

Tuo figlio è ancora lì che cerca di prepararsi.

Tu guardi lui.

Poi guardi l'orologio.

Tra poco dovete uscire.

Aspetti qualche secondo, poi arriva quella frase:

“Dai, faccio io che siamo in ritardo.”

Sistemi quello che manca.

Finalmente siete pronti.

Problema risolto.

Almeno in apparenza.

Perché mentre uscite di casa arriva un altro pensiero:

“Ecco. Anche stavolta ho fatto io.”

E magari subito dopo:

“Se continuo così, quando imparerà?”

Così il giorno successivo ti prometti di aspettare.

Di lasciargli più spazio.

Ma quando il tempo passa e lo vedi ancora in difficoltà, compare il dubbio opposto:

“E se invece avesse davvero bisogno del mio aiuto?”

Ed è così che un giorno fai tu per accelerare e quello dopo provi a trattenerti per lasciargli più spazio.

Ma in entrambi i casi rimane lo stesso dubbio:

“Lo sto aiutando davvero o sto facendo troppo al posto suo?”

Se intervieni, temi di sostituirti a lui.

Se aspetti, temi di chiedergli qualcosa che ancora non riesce a gestire.

E allora inizi a pensare che una mamma più sicura saprebbe sempre qual è la scelta giusta.

Ma la sicurezza non è sapere sempre quando aiutare e quando fare un passo indietro.

E autonomia non significa semplicemente:

“Da domani lo aiuto meno.”

Perché ridurre il tuo aiuto non rende automaticamente tuo figlio più autonomo.

La domanda più importante è un'altra:

“Quale aiuto gli serve oggi perché possa fare un passo sempre più suo?”

Ed è qui che conoscere tanti consigli non basta.

Puoi sapere che non vuoi sostituirti a lui.

Puoi sapere che vuoi lasciargli più spazio.

Puoi anche accorgerti quando stai facendo qualcosa al posto suo.

Ma resta la parte più difficile:

come capisci quanto intervenire in quella situazione concreta?

Quando aspettare qualche secondo in più?

Quando basta una domanda?

Quando serve sostenerlo soltanto in un passaggio?

E quando, invece, ha ancora bisogno di un aiuto più diretto?

Tra “faccio io” e “fai da solo” esiste uno spazio che spesso nessuno insegna ai genitori a riconoscere.

Ed è proprio lì che nasce una competenza diversa:

calibrare il proprio aiuto.

Non significa diventare una mamma che interviene sempre meno.

Significa imparare a capire di quale aiuto tuo figlio ha bisogno proprio in quel momento.

Per me, diventare una Presenza Sicura™ significa anche questo.

Non avere sempre la risposta pronta.

Ma imparare, nelle situazioni di ogni giorno, a scegliere come esserci in base a ciò che tuo figlio riesce a fare oggi e al passo che può iniziare a fare con le proprie risorse.

Perché ciò che ti manca, forse, non è un'altra strategia da provare domani mattina.

È imparare a distinguere quale presenza sostiene davvero tuo figlio senza prendere il posto di ciò che può iniziare a costruire da sé.

E questa è una competenza che si costruisce.

E tu?

In quale momento della giornata ti capita più spesso di pensare: “Faccio io, altrimenti non finiamo più”?

A — La mattina, prima di uscire
B — Nel pomeriggio, tra compiti e attività
C — La sera, nelle routine prima di dormire

Oppure scrivimi D e raccontami il vostro momento.

Con Amore.

Mariarosaria Russo

Il problema non è il quaderno che ha dimenticato. È quello che è successo prima che chiudesse lo zaino.Tuo figlio deve p...
10/09/2026

Il problema non è il quaderno che ha dimenticato. È quello che è successo prima che chiudesse lo zaino.

Tuo figlio deve preparare lo zaino.

Prende i libri che ricorda, mette dentro i quaderni e chiude tutto.

Poi controlli.

Manca matematica.

“Ma hai guardato l’orario?”

“No.”

E ti viene spontaneo:

“Devi pensarci prima!”

Perché magari non è neanche la prima volta.

E dentro arriva quel pensiero che pesa più del quaderno dimenticato:

“Possibile che debba essere ancora io a pensare a tutto per lui?”

Perché davanti a uno zaino incompleto è facile vedere ciò che manca.

Il quaderno dimenticato.
L’ orario non controllato.
L' ennesima cosa che hai dovuto ricordargli tu.

E pensare:

“È distratto.”
"Fa tutto di fretta.”
"Non pensa.”

Ma il quaderno dimenticato è soltanto il risultato.

Quello che mi interessa guardare è cosa è successo prima.

Perché tra:

“Devo preparare lo zaino”

e:

“Ho finito”

c’è un processo che non puoi vedere guardando soltanto ciò che manca.

Due bambini possono dimenticare esattamente lo stesso quaderno.

Uno potrebbe non aver pensato di cercare l’informazione che gli serviva.

Un altro potrebbe aver guardato l’orario, ma essersi perso mentre organizzava ciò che aveva davanti.

Stesso risultato. Processo diverso.

Ed è qui che cambia lo sguardo.

Perché se vedo soltanto il risultato, rischio di rispondere sempre nello stesso modo:

“Devi stare più attento.”
"Controlla meglio.”
"Pensa prima di fare.”

Ma magari tuo figlio sa già cercare l’orario.
Sa riconoscere le materie.
Sa prendere il materiale corretto.

E ciò che ancora non fa è verificare ciò che ha preparato prima di chiudere lo zaino.

Allora non hai davanti semplicemente:

“Un bambino che non sa preparare lo zaino.”

Hai davanti qualcosa di molto più preciso:

una parte che sa già gestire e un passaggio che sta ancora imparando a fare senza la tua voce.

Ed è anche così che guardo all' autonomia.

Non come:

“Deve riuscire a fare tutto da solo.”

Ma come qualcosa che si costruisce gradualmente, mentre alcuni passaggi che oggi partono ancora dalla tua voce iniziano, poco alla volta, a diventare più suoi.

“Guarda l’orario.”
“Controlla.”
"Ti manca qualcosa?”

Quando sei sempre tu ad anticipare il passaggio successivo, però, diventa difficile vedere che cosa tuo figlio farebbe senza quella voce che arriva un secondo prima.

Per questo, la prossima volta che prepara lo zaino e stai per chiedergli:

“Hai controllato l’orario?”

aspetta qualche secondo.

Non per metterlo alla prova.
Non per lasciarlo solo davanti alla difficoltà.

Semplicemente, osserva cosa fa prima di chiudere lo zaino.

Per una volta, non cercare subito ciò che ha dimenticato.

Cerca il passaggio che sta già facendo senza la tua voce.

Potresti vedere una risorsa che finora passava inosservata.

Oppure accorgerti del punto preciso in cui ha ancora bisogno di un sostegno.

Ed è da lì che cambia anche la domanda.

Non:

“Quanto dovrebbe essere autonomo ormai?”

Ma:

“Dove ha ancora bisogno di me e quale passaggio può iniziare, poco alla volta, a diventare più suo?”

Perché essere una presenza che sostiene la sua autonomia non significa avere sempre la risposta pronta.

Significa imparare a distinguere quando intervenire, dove intervenire e quanto di quel passaggio può iniziare a restare nelle sue mani.

Ora pensa alla vostra quotidianità.

In quale momento senti di dover essere ancora tu a “pensare prima” per tuo figlio?

A) Quando deve iniziare qualcosa: se non gli dici tu da dove partire, rimane fermo.

B) Quando deve ricordarsi cosa gli serve: se non glielo ricordi tu, dimentica qualcosa.

C) Quando dovrebbe controllare ciò che ha fatto: se non glielo chiedi tu, per lui è già finito.

Se ti riconosci, scrivi semplicemente A, B o C nei commenti.

Con Amore.

Mariarosaria Russo

"Concentrati".Gliel'hai già detto tre volte.Lui è ancora lì a far girare la gomma tra le dita e il quaderno è fermo alla...
09/09/2026

"Concentrati".

Gliel'hai già detto tre volte.

Lui è ancora lì a far girare la gomma tra le dita e il quaderno è fermo alla stessa riga.

Prima di dirglielo una quarta volta, c’è una cosa che voglio farti osservare.

Non quanto si sta impegnando.

Non se "ha voglia" di fare i compiti.

Guarda l'ambiente in cui gli stai chiedendo di concentrarsi.

In questi giorni, con il ritorno a scuola, tornano anche quaderni, compiti, orari e pomeriggi da riorganizzare.

E insieme può tornare una scena che molte mamme conoscono bene:

"Dai, continua."
"Non distrarti."
"Finisci l'esercizio."
"Concentrati."

E mentre il tempo passa può arrivare quel pensiero:

"Possibile che, se non gli sto continuamente dietro, non riesca ad andare avanti?”

Prima di concludere che non abbia voglia o che debba semplicemente impegnarsi di più, cambia domanda.

Non soltanto:

"Come faccio a farlo concentrare?"

ma:

“L’ambiente in cui gli sto chiedendo di concentrarsi lo sta aiutando oppure gli sta chiedendo uno sforzo in più?”

Prima di cambiare qualcosa, ci sono 3 cose che puoi osservare:

1️⃣Guarda cosa ha davanti

Libri aperti.
Quaderni sovrapposti.
Astuccio, fogli, temperino, oggetti lasciati sulla scrivania.
Qualche gioco.

Non serve svuotare la stanza o creare una postazione perfetta.

Osserva semplicemente quante cose si trova davanti mentre dovrebbe occuparsi di una sola attività.

Se deve leggere una pagina, per esempio, può bastare il libro e ciò che gli serve in quel momento.

Perché avere tutto a portata di mano non significa sempre facilitare.

A volte significa dover continuamente selezionare:

“Cosa guardo?”
“Cosa mi serve?”
“Da dove comincio?”

Rendere più semplice ciò che ha davanti può rendere più chiaro anche il passaggio:

"adesso mi occupo di questo."

2️⃣Osserva dove va il suo sguardo quando perde il filo

Non fermarti a:

“Si è distratto di nuovo.”

Guarda cosa succede.

La finestra?
La porta?
Un gioco?
Gli oggetti sulla scrivania?
Quello che sta facendo qualcun altro nella stanza?

Non esiste una disposizione perfetta della scrivania valida per ogni bambino.

Proprio per questo, prima di modificare l’ambiente, è utile osservare quel bambino.

Se noti che ogni volta che alza gli occhi qualcosa cattura la sua attenzione e rende più difficile tornare a ciò che stava facendo, hai già raccolto un’informazione importante.

Sei passata da:

"non si concentra"

a

“cosa succede esattamente quando perde il filo?”

3️⃣Prima di correggere ciò che vedi, osserva se è davvero ciò che lo sta distraendo

Muove le gambe.
Giocherella con la matita.
Cambia posizione sulla sedia.

E magari ti viene spontaneo:

“Stai fermo.”

Ma prova a osservare cosa succede subito dopo.

Quel movimento gli fa davvero perdere il filo?

Oppure si muove, cambia posizione e continua ciò che stava facendo?

Perché ciò che a noi appare come distrazione non è necessariamente ciò che sta interrompendo il compito.

E se interveniamo subito su quello che vediamo, rischiamo di correggere il comportamento senza aver ancora compreso cosa gli rende difficile mantenere o recuperare il filo.

L’obiettivo non è farlo stare perfettamente fermo.

È capire meglio che cosa, in quella situazione, lo aiuta o lo ostacola mentre cerca di portare avanti ciò che deve fare.

E allora, la prossima volta che stai per dire:

“Concentrati”

aspetta qualche secondo.

Prima di richiamarlo, guarda cosa succede nel momento esatto in cui perde il filo.

Dove va il suo sguardo?
Cosa aveva davanti?
Cosa stava succedendo intorno a lui?

Non cercare subito di riportarlo sul compito.

Cerca prima di capire cosa lo ha portato fuori.

È da qui che parte il mio lavoro con i genitori.

Non da un'altra regola da applicare.

Ma dall’aiutarli a comprendere meglio ciò che sta accadendo, per scegliere con maggiore sicurezza come accompagnare proprio il loro figlio.

Perché qualche volta un piccolo passo verso la reale autonomia può iniziare proprio così:

da un richiamo in meno e da un'osservazione in più.

Se durante i compiti ti capita spesso di dover richiamare tuo figlio perché perde il filo, scrivimi in privato:

COMPITI

E raccontami soltanto questo:

qual è il momento preciso in cui devi intervenire più spesso?

Quando deve iniziare?

Quando perde il filo?

Quando deve passare da un esercizio all’altro?

Quando incontra una difficoltà?

Ti farò una domanda precisa per aiutarti a osservare quella situazione da una prospettiva diversa.

Con Amore.

Mariarosaria Russo

25/08/2026

“Se non gli dico io cosa deve fare, la mattina non parte nemmeno.”

Ma c’è una differenza che può cambiare il modo in cui guardi quelle mattine.

“Dai, è ora di vestirsi.”
“Adesso vai in bagno.”
“Lavati i denti.”
“Prendi le tue cose.”
“Metti le scarpe.”

Una frase dopo l’altra.

Tu intanto guardi l’orologio.

Prepari quello che manca.
Controlli che non abbia dimenticato qualcosa.

E quando lo vedi fermarsi, intervieni.

Gli ricordi il passaggio successivo.

Gli indichi cosa prendere.

A volte inizi tu, perché sai che altrimenti potreste rimanere bloccati lì.

Non lo fai perché pensi che tuo figlio non sia capace.

E nemmeno perché vuoi fare tutto al posto suo.

Lo fai perché conosci quelle mattine.

Sai quanto può essere difficile iniziare un’attività.

Sai che una sequenza apparentemente semplice può richiedere molta più energia di quanto sembri.

E sai anche che alle 7:40 del mattino non sei dentro una situazione ideale, dove puoi aspettare tutto il tempo necessario.

La giornata deve partire.

Così anticipi.
Ricordi.
Indichi.
Riporti l’attenzione su ciò che viene dopo.

E, quasi senza accorgertene, sei tu a tenere insieme tutti i passaggi della sua routine.

Fino a quando quel pensiero diventa quasi una certezza:

“Se non glielo ricordo io, non lo fa.”

Ma è proprio qui che c’è una differenza importante da osservare.

Perché:

“Mio figlio non sa fare questa cosa”

non significa necessariamente:

“Mio figlio ha bisogno che io gli dica ogni volta di farla.”

Sembrano quasi la stessa cosa.

Non lo sono.

Ed è dentro questa differenza che potrebbe nascondersi uno dei suoi prossimi passi verso una maggiore autonomia.

Tuo figlio potrebbe non essere ancora in grado di gestire tutta la routine del mattino da solo.

Ma questo non significa che abbia bisogno dello stesso aiuto in ogni singolo passaggio.

Ci possono essere cose che ancora non sa fare.

Cose che sa fare, ma che fatica a iniziare.
Cose che riesce a portare avanti dopo un piccolo richiamo.

E cose che, forse, potrebbe già fare con meno indicazioni di quelle che riceve oggi.

Vedere queste differenze cambia completamente la prospettiva.

Perché l’obiettivo non diventa:

“Da domani deve fare tutto da solo.”

Non è questo il punto.

E non sarebbe nemmeno rispettoso dei suoi tempi.

Il punto è iniziare a distinguere dove il tuo aiuto è davvero necessario e dove può cominciare, poco alla volta, a cambiare forma.

È qui che il tuo ruolo diventa ancora più prezioso.

Perché favorire l’autonomia di un figlio con disabilità intellettiva non significa smettere di aiutarlo.

Non significa lasciarlo solo davanti a qualcosa che ancora non riesce a gestire.

E non significa fare improvvisamente un passo indietro sperando che, prima o poi, impari.

Significa qualcosa di molto più sottile:

imparare a modulare la tua presenza.

Essere lì quando ha realmente bisogno di te.

Ma anche accorgerti quando esiste un piccolo spazio in cui può iniziare a partecipare un po’ di più.

A volte quello spazio è minuscolo.

Può essere aspettare qualche secondo prima di dirgli cosa viene dopo.
Può essere lasciargli iniziare un passaggio che normalmente anticipi tu.
Può essere scoprire che sa già fare una parte di quella routine, anche se non riesce ancora a gestirla tutta.

Piccoli segnali che rischiano di diventare invisibili quando guardiamo l’autonomia come se fosse un interruttore:

“Lo sa fare da solo.”

oppure

“Non lo sa fare da solo.”

Ma tra queste due estremità esiste un mondo.

Ed è proprio lì che spesso si trova il prossimo passo possibile per tuo figlio.

Non quello che dovrebbe già saper fare alla sua età.

Non quello che fa un altro bambino.

Non quello che, secondo qualcuno, dovrebbe raggiungere entro un certo momento.

Il suo.

Quello che oggi è possibile per lui.

E forse è questa una delle cose più importanti da ricordare quando desideri aiutarlo a diventare più autonomo:

non devi scegliere tra esserci sempre e lasciarlo fare da solo.

Puoi continuare a essere il suo punto sicuro mentre, poco alla volta, trasformi il modo in cui lo accompagni.

Perché la tua presenza non perde valore quando tuo figlio comincia ad avere meno bisogno di un’indicazione.

Può diventare qualcosa di ancora più potente:

la sicurezza da cui partire per provare.

E allora quella frase che tante volte attraversa le vostre giornate…

“Se non glielo ricordo io, non lo fa”

può iniziare ad avere un significato diverso.

Non più soltanto la prova di quanto tuo figlio abbia bisogno di te.

Ma un invito a osservare con occhi nuovi dove ha davvero bisogno del tuo aiuto e dove, invece, quell’aiuto può iniziare a trasformarsi.

Perché a volte il primo passo verso una maggiore autonomia non è chiedergli di fare di più.

È riuscire a vedere ciò che è già pronto a cominciare a fare…

con un po’ meno del tuo aiuto,
ma ancora tutta la sicurezza della tua presenza. 💚

Mariarosaria Russo

“Mamma, mi aiuti?” Volevi solo dargli un piccolo suggerimento. Poco dopo ti accorgi che sei ancora lì a dirgli cosa fare...
20/08/2026

“Mamma, mi aiuti?”
Volevi solo dargli un piccolo suggerimento.
Poco dopo ti accorgi che sei ancora lì a dirgli cosa fare.

“Mamma, mi aiuti?”

Magari deve preparare quello che gli serve.

Sistemare le sue cose.
Iniziare un compito.
Ricordare cosa viene dopo.
Fare qualcosa che, almeno qualche volta, gli hai già visto fare.

Tu pensi di dargli soltanto un piccolo aiuto.

“Guarda, potresti iniziare da qui.”

Lui parte.

Poi si ferma.

“E adesso?”

Gli dai un altro suggerimento.

Fa un altro passaggio.

Poi ti guarda di nuovo.

“Così?”

“Sì… adesso prova a…”

E quasi senza accorgertene sei ancora lì.

A ricordare.
Suggerire.
Indicare.
Controllare.
Rassicurare.

Finché magari ti attraversa un pensiero:

“Ma alla fine sto facendo quasi tutto io.”

E subito dopo ne arriva un altro:

“Però se non lo aiuto, si blocca.”

Ed è proprio lì che può diventare difficile capire cosa fare.

Perché vuoi che tuo figlio diventi progressivamente più autonomo.

Ma allo stesso tempo non vuoi lasciarlo solo davanti a qualcosa che, in quel momento, potrebbe essere difficile per lui.

Così sembra di avere soltanto due possibilità:

continuare ad aiutarlo

oppure

dirgli di provare da solo.

La domanda non è:

“Devo aiutarlo oppure no?”

Ce n’è un’altra, molto più utile:

“Che cosa produce il mio aiuto?”

Perché non tutti gli aiuti fanno la stessa cosa.

A volte il nostro aiuto permette semplicemente di arrivare alla fine.

Tuo figlio si ferma.

Tu gli dici cosa viene dopo.

Poi il passaggio successivo.

Poi quello dopo ancora.

L’attività procede.

Il problema del momento è risolto.

Ma la strada continua a essere soprattutto nella tua testa.

Sei tu a sapere dove andare.

Lui ti segue.

E questo non significa che tu abbia sbagliato ad aiutarlo.

Né che tuo figlio dovrebbe essere già capace di fare tutto da solo.

Significa semplicemente che possiamo iniziare a osservare l’aiuto da un altro punto di vista.

Non soltanto:

“Quanto lo sto aiutando?”

Ma:

“Il mio aiuto gli permette di mettere qualcosa di suo nel passaggio successivo?”

A volte avrà bisogno che tu faccia una parte insieme a lui.

Altre volte potrà bastare una domanda.

Un piccolo indizio.
Un promemoria.
Un riferimento a qualcosa che ha già fatto.

E altre volte ancora potresti accorgerti che, aspettando qualche secondo in più, prova a cercare una strada.

Non esiste una quantità di aiuto giusta in assoluto.

E non esiste nemmeno un’autonomia uguale per tutti.

Per questo non credo che favorire l’autonomia significhi semplicemente aiutare meno.

A volte un bambino ha bisogno di molto aiuto.

Il punto è capire come quell’aiuto può sostenerlo senza diventare sempre tutta la strada al posto suo.

È ciò che per me significa un aiuto che fa crescere.

Un aiuto che non pretende che faccia da solo ciò che ancora non riesce a fare.

Ma nemmeno un aiuto che, automaticamente, fa al posto suo ciò che potrebbe iniziare a provare.

È cercare quel punto d’incontro tra ciò che tuo figlio riesce già a fare e ciò che, con il sostegno giusto, può iniziare a fare mettendo qualcosa in più di suo.

Anche pochissimo.

Un passaggio.
Una scelta.
Un tentativo.
Una strategia che comincia a riconoscere.

È qui che, per me, inizia l’autonomia possibile.

Non dall’autonomia che “dovrebbe” avere alla sua età.

Non da un traguardo uguale per tutti.

Ma da ciò che oggi c’è già e dal prossimo passo possibile che può essere costruito a partire da lì.

Ieri aveva bisogno che gli indicassi tutti i passaggi.

Oggi gliene ricordi soltanto alcuni.

Oggi ha ancora bisogno che tu rimanga accanto a lui.

Ma domani, davanti a una parte di quella stessa situazione, potrebbe riuscire a recuperare qualcosa che avete costruito insieme.

Sono cambiamenti piccoli.

E rischiamo di non vederli se continuiamo a misurare tutto soltanto attraverso:

“Lo fa da solo oppure no?”

Per questo, la prossima volta che senti:

“Mamma, mi aiuti?”

non partirei necessariamente da:

“Devo aiutarlo meno.”

Poniti una domanda diversa:

“Qual è l’aiuto che gli serve oggi per riuscire a fare il suo prossimo passo possibile?”

Perché l’obiettivo non è diventare improvvisamente meno necessaria.

È fare in modo che la tua presenza, poco alla volta, non debba contenere tutta la strada.

E che qualcosa di quella strada possa diventare sempre più suo.

Con Amore.

Mariarosaria Russo

Ci sono momenti in cui esserci non significa fare qualcosa. Significa semplicemente restare.In questi giorni più lenti m...
18/08/2026

Ci sono momenti in cui esserci non significa fare qualcosa. Significa semplicemente restare.

In questi giorni più lenti mi sto ricordando che esserci non significa sempre fare qualcosa.

A volte significa semplicemente restare.

Restare davanti a un paesaggio senza chiedersi subito cosa fare dopo.
Restare dentro una conversazione senza avere fretta di riempire ogni silenzio.

Sembra semplice.

Eppure mi accorgo che per me non lo è sempre.

Durante l’anno sono abituata a osservare, pensare, progettare.

Anche il mio lavoro mi porta continuamente a farmi domande.

Cosa sta accadendo?
Che cosa non sto vedendo?
Dove si trova davvero la difficoltà?
Di che cosa c'è bisogno?
Come posso accompagnare?

Sono domande che fanno parte di me.

Ma proprio in questi giorni mi sto ricordando qualcosa che, nella velocità della quotidianità, rischiamo facilmente di dimenticare:

non tutto ciò che accade ci chiede immediatamente di fare qualcosa.

A volte, prima di una risposta, serve uno spazio.

Uno spazio per guardare.
Per ascoltare.
Per capire.

E mentre pensavo a questo mi sono accorta di quanto facilmente, quando vogliamo bene a qualcuno, possiamo confondere la presenza con l’intervento.

Succede anche con i nostri figli.

Li vediamo fermarsi davanti a qualcosa e, quasi senza accorgercene, arriviamo noi.

Suggeriamo.
Ricordiamo.
Mostriamo.
Anticipiamo.
Facciamo una domanda per indirizzarli.

A volte finiamo persino un gesto che avevano iniziato loro.

Non perché non crediamo nelle loro capacità.

Spesso accade esattamente per il motivo opposto.

Perché ci importa.
Perché vorremmo evitare loro una difficoltà.
Perché sappiamo come si fa e ci viene naturale indicare la strada.

E allora intervenire diventa quasi un riflesso.

Anch’io, nel mio lavoro, mi trovo continuamente davanti a questa domanda:

quanto spazio lasciare prima di entrare in quello spazio?

Perché ci sono momenti in cui un bambino ha davvero bisogno dell’adulto.
Altri in cui può bastare un piccolo indizio.
Altri ancora in cui serve semplicemente più tempo.

E quello spazio che noi vorremmo riempire può diventare proprio il luogo nel quale il bambino prova a cercare una strada.

Non sempre la trova.
Non sempre riesce.

E questo non significa restare immobili a guardarlo mentre fatica.
Significa non decidere troppo in fretta di quale aiuto abbia bisogno prima ancora di aver osservato cosa sta accadendo.

È per questo che la parola presenza continua ad avere per me un significato così profondo.

Perché essere presenti non significa occupare ogni spazio.
Non significa avere sempre la risposta.
E, soprattutto, non significa dover risolvere tutto.

A volte essere presenti significa riuscire a rimanere abbastanza vicini da vedere.

Abbastanza attenti da comprendere.
Abbastanza fiduciosi da non anticipare immediatamente il passo successivo.

E abbastanza disponibili da esserci davvero quando quell’aiuto serve.

Mi accorgo che questa cosa non riguarda soltanto il mio lavoro.

Riguarda il modo in cui viviamo le relazioni.
Riguarda le persone che amiamo.
E riguarda anche il modo in cui trattiamo noi stessi.

In questi giorni, per esempio, sto provando a concedermi proprio questo.

Una giornata che non debba necessariamente “servire” a qualcosa.

Un momento che non debba essere riempito.
Un silenzio che non debba essere interrotto.
Un paesaggio davanti al quale non debba pensare immediatamente a quello che farò dopo.

Semplicemente esserci.

È proprio questa una delle cose che voglio portare con me quando questi giorni più lenti finiranno.

Non una nuova risposta.
Non un altro obiettivo.
Non qualcosa in più da fare.
Uno spazio in più.

Quello tra ciò che accade e ciò che decidiamo di fare.

Uno spazio piccolo, quasi invisibile.

Ma abbastanza grande da permetterci di osservare prima di reagire.

Di comprendere prima di decidere.

Di accorgerci, qualche volta, che la persona davanti a noi possiede già una risorsa che la nostra fretta di aiutare non ci aveva ancora permesso di vedere.

In fondo, presenza significa anche questo.

Non essere sempre i primi a fare un passo.

Ma esserci mentre l’altro prova a trovare il suo.

Con Amore.

Mariarosaria Russo

In questi giorni sto togliendo più di quanto sto aggiungendo.RileggoRivedo.Metto in discussione.Scelgo.Perché qualche vo...
14/08/2026

In questi giorni sto togliendo più di quanto sto aggiungendo.

Rileggo
Rivedo.
Metto in discussione.
Scelgo.

Perché qualche volta preparare qualcosa di nuovo non significa cambiare strada.

Significa rendere più chiara quella che stai già percorrendo.

Ed è proprio quello che sto facendo in questi giorni, dietro le quinte.

Agosto ha un ritmo diverso.

Molte attività rallentano e anch'io, tra qualche giorno, mi concederò un ritmo più lento.

Ma prima sto dedicando tempo a qualcosa che per me conta molto.

Sto riprendendo il mio lavoro, il mio metodo Crescita Serena™ e il mio percorso di coaching Presenza Sicura™, con una domanda precisa:

"Come posso rendere ancora più concreto, nella quotidianità di una mamma, ciò in cui credo da sempre nel mio lavoro educativo?"

Perché ci sono momenti in cui una mamma si trova davanti a suo figlio e pensa semplicemente:

“Adesso cosa faccio?”

Lo vede in difficoltà.
Lui si blocca.
Gli dà un piccolo aiuto, ma non sa se sia davvero quello di cui ha bisogno.

Aspetto?
Intervengo?
Gli suggerisco qualcosa?
Gli faccio una domanda?
Gli lascio ancora un pò di tempo?

E spesso questo dubbio non nasce perché una mamma non sappia prendersi cura di suo figlio.

Nasce proprio dal suo desiderio di aiutarlo nel modo migliore possibile.

Ma come capire quale aiuto può essergli davvero utile in quel momento?

È una domanda sulla quale sto tornando molto.

Perché più lavoro, studio e osservo, più sento che non voglio offrire alle mamme una collezione di risposte da ricordare.

"Se succede questo, fai così."
“Se si comporta in questo modo, prova questa strategia.”
“Se si blocca, digli questa frase.”

La quotidianità con un bambino difficilmente entra in uno schema così preciso.

Quello che voglio aiutare una mamma a costruire è qualcosa che possa rimanerle anche quando la situazione cambia.

Uno sguardo.
Un criterio.

La capacità di fermarsi davanti a ciò che sta accadendo e iniziare a chiedersi:

“Che cosa sto osservando davvero?”
“Dove si trova la difficoltà?”
“Che cosa riesce già a fare?”
“Quale aiuto potrebbe permettergli di fare il passo successivo?”

Non per avere sempre la risposta perfetta.

Ma per sentirsi progressivamente più sicura nel scegliere come accompagnarlo.

Ed è proprio qui che sento sempre più chiaramente la direzione di Presenza Sicura™.

Non una mamma che deve sapere sempre cosa fare.

Non una mamma con una tecnica pronta per ogni difficoltà.

Ma una mamma che impara a osservare, comprendere e poi scegliere come intervenire.

Perché qualche volta non abbiamo bisogno di aggiungere immediatamente un’altra strategia.

Abbiamo bisogno di imparare a leggere meglio il momento che viene prima della strategia.

E mentre rivedo tutto questo, una cosa mi è ancora più chiara:

Non sto cambiando strada.

Al contrario.

Sto rendendo più chiara e concreta la strada che sto già percorrendo.

Una strada che continua a partire dall'osservazione.

Dalla comprensione del bambino che abbiamo davanti.

Dalle sue risorse, non soltanto dalle sue difficoltà.

E dal ruolo che noi adulti possiamo avere nell’accompagnarlo mentre, poco alla volta, trova il suo modo di affrontare ciò che per lui è difficile.

Nei prossimi giorni qui il ritmo sarà un po’ più lento.

Ma continuerò a condividere con te alcuni piccoli pezzi di questo percorso.

Poi arriverà settembre.

Torneranno gradualmente le routine.

La scuola.

Le richieste della quotidianità.

E anche tanti di quei piccoli momenti in cui tuo figlio potrà incontrare una difficoltà e tu potresti ritrovarti a pensare:

"Come posso aiutarlo?"

È proprio intorno a questa domanda che sto preparando qualcosa.

Per adesso non voglio raccontarti altro.

Posso però anticiparti una cosa:

non nasce da una strada nuova.

Nasce da quella che stiamo già percorrendo.

Solo con uno sguardo ancora più concreto su quei momenti in cui tuo figlio incontra una difficoltà e tu vorresti capire come essergli davvero d’aiuto.

Per ora continuo a lavorarci dietro le quinte.

Con un ritmo un po’ più lento.

E durante questo agosto, ogni tanto, ti porterò con me in qualche piccolo pezzo di ciò che sto costruendo.

Con Amore.

Mariarosaria Russo

Indirizzo

Naples

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