Mariarosaria Russo - Coach

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Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Mariarosaria Russo - Coach, Allenatore personale, Naples.

Coach Professionista certificata dalla Society of NLP e dall’European Professional Coaching Association, Educatrice extrascolastico, Applicatore Metodo Feuerstein - PAS Standard I , Practitioner Points of you®

14/08/2026

In questi giorni sto togliendo più di quanto sto aggiungendo.

Rileggo
Rivedo.
Metto in discussione.
Scelgo.

Perché qualche volta preparare qualcosa di nuovo non significa cambiare strada.

Significa rendere più chiara quella che stai già percorrendo.

Ed è proprio quello che sto facendo in questi giorni, dietro le quinte.

Agosto ha un ritmo diverso.

Molte attività rallentano e anch'io, tra qualche giorno, mi concederò un ritmo più lento.

Ma prima sto dedicando tempo a qualcosa che per me conta molto.

Sto riprendendo il mio lavoro, il mio metodo Crescita Serena™ e il mio percorso di coaching Presenza Sicura™, con una domanda precisa:

"Come posso rendere ancora più concreto, nella quotidianità di una mamma, ciò in cui credo da sempre nel mio lavoro educativo?"

Perché ci sono momenti in cui una mamma si trova davanti a suo figlio e pensa semplicemente:

“Adesso cosa faccio?”

Lo vede in difficoltà.
Lui si blocca.
Gli dà un piccolo aiuto, ma non sa se sia davvero quello di cui ha bisogno.

Aspetto?
Intervengo?
Gli suggerisco qualcosa?
Gli faccio una domanda?
Gli lascio ancora un pò di tempo?

E spesso questo dubbio non nasce perché una mamma non sappia prendersi cura di suo figlio.

Nasce proprio dal suo desiderio di aiutarlo nel modo migliore possibile.

Ma come capire quale aiuto può essergli davvero utile in quel momento?

È una domanda sulla quale sto tornando molto.

Perché più lavoro, studio e osservo, più sento che non voglio offrire alle mamme una collezione di risposte da ricordare.

"Se succede questo, fai così."
“Se si comporta in questo modo, prova questa strategia.”
“Se si blocca, digli questa frase.”

La quotidianità con un bambino difficilmente entra in uno schema così preciso.

Quello che voglio aiutare una mamma a costruire è qualcosa che possa rimanerle anche quando la situazione cambia.

Uno sguardo.
Un criterio.

La capacità di fermarsi davanti a ciò che sta accadendo e iniziare a chiedersi:

“Che cosa sto osservando davvero?”
“Dove si trova la difficoltà?”
“Che cosa riesce già a fare?”
“Quale aiuto potrebbe permettergli di fare il passo successivo?”

Non per avere sempre la risposta perfetta.

Ma per sentirsi progressivamente più sicura nel scegliere come accompagnarlo.

Ed è proprio qui che sento sempre più chiaramente la direzione di Presenza Sicura™.

Non una mamma che deve sapere sempre cosa fare.

Non una mamma con una tecnica pronta per ogni difficoltà.

Ma una mamma che impara a osservare, comprendere e poi scegliere come intervenire.

Perché qualche volta non abbiamo bisogno di aggiungere immediatamente un’altra strategia.

Abbiamo bisogno di imparare a leggere meglio il momento che viene prima della strategia.

E mentre rivedo tutto questo, una cosa mi è ancora più chiara:

Non sto cambiando strada.

Al contrario.

Sto rendendo più chiara e concreta la strada che sto già percorrendo.

Una strada che continua a partire dall'osservazione.

Dalla comprensione del bambino che abbiamo davanti.

Dalle sue risorse, non soltanto dalle sue difficoltà.

E dal ruolo che noi adulti possiamo avere nell’accompagnarlo mentre, poco alla volta, trova il suo modo di affrontare ciò che per lui è difficile.

Nei prossimi giorni qui il ritmo sarà un po’ più lento.

Ma continuerò a condividere con te alcuni piccoli pezzi di questo percorso.

Poi arriverà settembre.

Torneranno gradualmente le routine.

La scuola.

Le richieste della quotidianità.

E anche tanti di quei piccoli momenti in cui tuo figlio potrà incontrare una difficoltà e tu potresti ritrovarti a pensare:

"Come posso aiutarlo?"

È proprio intorno a questa domanda che sto preparando qualcosa.

Per adesso non voglio raccontarti altro.

Posso però anticiparti una cosa:

non nasce da una strada nuova.

Nasce da quella che stiamo già percorrendo.

Solo con uno sguardo ancora più concreto su quei momenti in cui tuo figlio incontra una difficoltà e tu vorresti capire come essergli davvero d’aiuto.

Per ora continuo a lavorarci dietro le quinte.

Con un ritmo un po’ più lento.

E durante questo agosto, ogni tanto, ti porterò con me in qualche piccolo pezzo di ciò che sto costruendo.

Con Amore.

Mariarosaria Russo

10/08/2026

🚪 Oltre quella porta
Piccole storie. Nuovi sguardi.

Ogni settimana, prima ancora di entrare in quella casa, succede sempre la stessa cosa.

Suono il campanello.

Mi sta spettando.

Mi tende la mano.

E io, ogni volta, penso la stessa cosa.

Non mi sta facendo entrare in casa sua.

Mi sta facendo entrare nel suo mondo.

Questa settimana, però, c'era qualcosa di diverso.

Il centro diurno che Emma frequenta è chiuso per le vacanze estive.

In questi giorni, quindi, Emma è a casa.

Quando sono arrivata e mi ha vista, prima ancora di prendermi per mano, ha urlato.

Un urlo forte.

Ma ormai ho imparato che non tutti gli urli raccontano la stessa cosa.

Quello di Emma, insieme al suo modo di venirmi incontro, sembrava raccontare tutta la contentezza nel rivedermi.

Quasi come se mi stesse dicendo:

"Sei arrivata".

Poi mi ha presa con sé.

Siamo andate verso lo scaffale, abbiamo preso i nostri giochi e ci siamo avvicinate al tavolo dove lavoriamo insieme.

Emma mi ha tenuto la mano.

Ha spostato la sedia per farmi sedere.

Poi ha preso entrambe le mie mani.

A lei piace molto giocare così.

Le alza.
Le abbassa.
Batte le sue contro le mie.

E sorride.

Non mi aveva detto:

“Vieni con me.”
“Siediti qui.”
“Giochiamo.”

Eppure io ero lì.

Seduta accanto a lei.
Con le mie mani nelle sue.

Poi sua mamma ha iniziato a parlare con me.

Abbiamo chiacchierato per qualche minuto.

Emma era lì.

A un certo punto si è girata verso sua mamma.
L'ha guardata.
Poi l'ha guardata ancora.

Noi abbiamo continuato a parlare.

Lei ha guardato nuovamente sua mamma.
Poi me.

E infine ha emesso un suono.

Dentro tutto ciò che avevo osservato fino a quel momento, quel suono sembrava quasi dire:

“Adesso basta. Questo è il nostro tempo.”

E così abbiamo iniziato le nostre attività.

Ma quella piccola sequenza mi era rimasta dentro.

Perché in pochi minuti Emma mi aveva detto tantissime cose.

Senza pronunciare una frase.

Un urlo.
Due mani.
Una sedia spostata.
Uno sguardo.
Un suono.
Un sorriso.

Aveva comunicato per tutto il tempo.

Ed è proprio questo che Emma mi ha ricordato ancora una volta.

Siamo così abituati ad aspettare le parole che qualche volta rischiamo di non accorgerci di tutto ciò che un bambino ci sta già mostrando.

Perché un bambino può comunicare anche attraverso il corpo.

Uno sguardo.
Un movimento.
Un suono.
Un comportamento.

Ma questo non significa attribuire automaticamente un significato a ogni gesto.

Perché un urlo non significa sempre la stessa cosa.

E uno sguardo non racconta sempre la stessa storia.

È per questo che osservare è così importante.

Non guardare soltanto ciò che accade.

Ma accorgersi del contesto.

Di quello che è successo prima.

Degli altri piccoli segnali.

Di quel bambino, in quel preciso momento.

Perché c'è una differenza tra guardare un comportamento e osservare un bambino.

Guardare significa vedere ciò che sta accadendo.

Osservare significa provare a comprendere ciò che quella scena potrebbe raccontarci.

Senza avere fretta di trovare subito una spiegazione.

Osservare. Comprendere. E solo dopo scegliere come accompagnare.

Perché sentirsi più sicure accanto a un bambino non significa avere sempre la risposta giusta.

Significa anche riuscire a fermarsi abbastanza da vedere ciò che, nella fretta di trovare una risposta, rischierebbe di sfuggirci.

È anche da qui che nasce, per me, una Presenza Sicura™.

Poi è arrivato il momento di sistemare.

Emma ha preso le scatole.

Una alla volta me le ha passate.

E insieme abbiamo rimesso tutto al suo posto.

Poi siamo tornate lì.

Alla porta.

La stessa porta da cui, ogni settimana, comincia la nostra storia.

Questa volta è stata Emma ad aprirla.

All'inizio quella porta si era aperta per farmi entrare nel suo mondo.

Adesso si apriva per lasciarmi andare.

A modo suo.

Senza bisogno di una frase.

E ho pensato che, in mezzo a quelle due porte aperte, c'era stata un'intera conversazione.

Un urlo.
Due mani.
Degli sguardi.
Un suono.
Dei giochi.

Delle scatole passate una alla volta.

Tante parole che parole non erano.

Forse è proprio questo ciò che Emma mi lascia prima della nostra pausa estiva.

Un bambino non deve necessariamente usare le nostre parole per avere qualcosa da dirci.

Qualche volta siamo noi adulti a dover imparare ad ascoltare con qualcosa in più delle orecchie.

Con gli occhi.

Con l'attenzione.

Con la presenza.

Perché ascoltare un bambino non significa soltanto sentire ciò che dice.

Significa imparare ad accorgersi anche di ciò che ci sta già mostrando.

🌿 E adesso anche Oltre quella porta si prende una piccola vacanza.

Le nostre storie si fermano qui per qualche settimana.

Ma è soltanto una pausa.

A settembre torneremo a suonare quel campanello.

E chissà quali piccoli gesti, nuovi passi e nuove storie ci saranno ad aspettarci.

Ricominceremo da dove tutto ha avuto inizio.

Da un campanello.

Da una porta che si apre.

Da una mano tesa.

E da un mondo che aspetta soltanto di essere guardato.

Oltre quella porta torna a settembre.

Con Amore.

Mariarosaria Russo

07/08/2026

Quello che esplode alle 19:00 potrebbe essere iniziato molte ore prima.

“Con gli altri è tranquillo. Poi torna con me… e sembra un altro bambino.”

“Perché proprio con me?"

È una situazione che ritorna spesso nelle conversazioni con le mamme.

Magari ha trascorso il pomeriggio al mare, è stato dai nonni, al centro estivo o semplicemente fuori casa per diverse ore.

Quando chiedi com’è andata, ti rispondono:

“Benissimo. È stato tranquillo. Non ha fatto storie.”

Poi torna a casa.

Sono quasi le 19:00 e basta una richiesta apparentemente semplice.

“È ora di fare la doccia.”
“Adesso spegniamo la TV.”
“Vieni, è pronta la cena.”

E improvvisamente arriva il “NO!”, il pianto, un’opposizione molto più forte del solito.

Ed ecco comparire quella domanda:

“Perché con gli altri no… e con me sì?”

Quando una mamma mi racconta una scena così, però, c’è un’altra domanda che considero ancora più importante.

Siamo sicuri che quello che stiamo vedendo alle 19:00 sia iniziato alle 19:00?

Perché spesso rischiamo di confondere due momenti diversi:

il momento in cui un comportamento diventa visibile e il momento in cui la sua storia è cominciata.

Vediamo la doccia rifiutata e pensiamo che il problema sia la doccia.
Vediamo la televisione e pensiamo che il problema sia spegnerla.
Vediamo l’urlo e pensiamo che il problema sia l’urlo.

Ma quello potrebbe essere soltanto l’ultimo pezzo della storia.

Prima potrebbero esserci state ore di caldo, rumore, persone, richieste, cambiamenti, emozioni.

Tanti piccoli adattamenti che, uno dopo l’altro, hanno richiesto energia.

Ed è qui che c’è una distinzione importante:

Un bambino che è stato tranquillo non è necessariamente un bambino che non ha fatto fatica.

A volte quella fatica diventa visibile soltanto dopo, quando torna in un ambiente familiare, quando le energie diminuiscono o quando una piccola richiesta diventa semplicemente… una richiesta di troppo.

Questo non significa che sia sempre così e nemmeno che ogni comportamento debba essere giustificato o lasciato fare.

Significa che, prima di chiederci:

“Come faccio a farlo smettere?”

potremmo aver bisogno di chiederci:

“Che cosa sto osservando davvero?”

Ed è proprio qui che arriva il passaggio più importante.

Perché sapere che bisogna guardare ciò che è successo prima non significa ancora sapere che cosa osservare.

Due bambini possono urlare alle 19:00 davanti alla stessa richiesta, ma potrebbero esserci arrivati attraverso due storie completamente diverse.

E quindi ciò che stiamo vedendo potrebbe avere significati diversi.

È qui che tante mamme si bloccano.

Osservano, ripercorrono mentalmente la giornata, provano a collegare ciò che è successo.

Ma rimane una domanda:

“Come faccio a capire cosa c’è davvero dietro?”

Ed è proprio questa la competenza che possiamo allenare.

Non trovare una spiegazione pronta per ogni comportamento, ma imparare a riconoscere quali segnali osservare e come metterli in relazione con ciò che sta accadendo.

È uno dei passaggi su cui lavoro con le mamme che accompagno:

Osservare. Comprendere. E solo dopo scegliere come intervenire.

Perché Presenza Sicura™ non significa essere una mamma che sa sempre cosa fare.

Significa diventare una mamma che, davanti a ciò che non comprende, impara a non fermarsi soltanto alla parte più visibile.

Perché:

Il comportamento accade adesso.
Ma la sua storia potrebbe essere iniziata ore prima.

E quando impariamo a ricostruire quella storia, iniziano a diventare visibili anche piccoli segnali che prima sembravano scollegati.

“Ecco perché era diventato così irrequieto.”
“Ecco perché quella richiesta oggi era così difficile.”
“Ecco cosa non avevo notato prima.”

Non significa avere una formula valida per tutti.

Significa imparare a conoscere meglio il bambino che abbiamo davanti, per scegliere con maggiore consapevolezza come accompagnarlo.

Se c’è un comportamento di tuo figlio che osservi da tempo e continui a chiederti:

“Perché fa così?”

scrivimi in privato la parola SGUARDO e raccontami brevemente cosa succede.

Ti aiuterò a individuare da dove iniziare a osservare quella situazione, prima ancora di chiederti come intervenire.

Perché a volte il primo passo non è avere una risposta in più.

È imparare a fare una domanda diversa.

Con Amore.

Mariarosaria Russo

04/08/2026

Il problema non è quando tuo figlio urla. Il problema è pensare che l'urlo sia tutta la storia.

Ti è mai capitato guardare tuo figlio mentre urla...

e chiederti:

"Perché fa così?"

Oppure, subito dopo:

"Sto sbagliando qualcosa?"

È una domanda che conosco bene.

Ed è una delle frasi che ascolto più spesso dalle mamme che incontro.

Perché quando una mamma vede il proprio bambino fare qualcosa che non comprende, il primo pensiero non è quasi mai il comportamento.

È la paura di non sapere come aiutarlo.

E così iniziano ad arrivare le domande.

"Come faccio a farlo smettere?"

"Come posso correggerlo?"

"Perché continua a fare così?"

È una reazione naturale.

Nasce dall'amore.

Perché quando una mamma vede il proprio bambino stare male, il desiderio più grande è fare la cosa giusta.

Poi, negli anni, c'è stata una domanda che ha cambiato completamente il mio modo di lavorare.

E, soprattutto, il modo in cui guardo i bambini.

E se il comportamento non fosse il problema?

Ci sono comportamenti che fanno rumore.

Un urlo.

Un pianto.

Un "No!" gridato con tutta la forza che un bambino ha dentro.

E ci sono altri comportamenti che fanno molto meno rumore.

Uno sguardo che si abbassa.

Una mano che cerca quella dell'adulto.

Un bambino che si isola.

Uno che si agita.

Uno che corre da una stanza all'altra.

Uno che sembra non ascoltare mai.

Quando succedono queste cose, è normale che lo sguardo di un genitore si fermi proprio lì.

Sul comportamento.

Perché è la parte più visibile.

La parte che mette in difficoltà.

La parte che si vorrebbe cambiare il prima possibile.

E quando qualcosa ci spaventa, è proprio lì che il nostro sguardo si ferma.

Ma se ci fermiamo solo a quello che vediamo...

rischiamo di perdere tutto il resto.

Perché un comportamento non nasce mai nel vuoto.

Ogni comportamento ha una storia. Anche quando noi non la conosciamo ancora.

Nasce dentro un'emozione.

Dentro un bisogno.

Dentro un'esperienza.

Dentro una relazione.

Un bambino che urla potrebbe essere sopraffatto.

Uno che rifiuta potrebbe avere bisogno di sentirsi al sicuro.

Uno che si oppone potrebbe star cercando un modo per dire:

"Non ce la faccio."

Questo non significa che ogni comportamento vada lasciato fare.

Significa che, prima di decidere come intervenire, abbiamo bisogno di capire che cosa stiamo osservando.

Perché, se ci fermiamo solo all'urlo...

rischiamo di correggere il rumore.

Ma di non ascoltare il messaggio.

Immagina di ricevere una lettera.

Tu guardi soltanto la busta.

La giudichi dal colore.

Dalla forma.

Dal modo in cui è scritta.

E poi la butti via senza aprirla.

Il comportamento è un po' come quella busta.

È la parte che vediamo.

Ma il significato è dentro.

E finché non impariamo ad aprirla...

continueremo a rispondere al comportamento.

Non al bambino.

È proprio da qui che, negli anni, ho iniziato a cambiare anche la domanda che mi facevo.

Non più:

"Come faccio a far smettere questo comportamento?"

Ma:

"Che cosa potrebbe cercare di comunicarmi?"

È da questa domanda che inizia ogni osservazione.

Perché osservare non significa perdere tempo.

Significa concedersi il tempo necessario per comprendere.

Negli ultimi anni, la frase che ho ascoltato più spesso dalle mamme non è stata:

"Mio figlio urla."

È stata:

"Non riesco a capire perché lo faccia."

Ed è una frase che comprendo profondamente.

Perché, all'inizio del mio percorso, anch'io cercavo soprattutto risposte veloci.

Poi sono stati i bambini a insegnarmi qualcosa.

Mi hanno insegnato che ogni volta che smettiamo di guardare soltanto il comportamento...

iniziamo finalmente a vedere il bambino.

Ed è lì che cambia tutto.

Non sempre il comportamento.

Ma quasi sempre la relazione.

E, molto spesso, è proprio da quella relazione che iniziano i cambiamenti più profondi.

Negli anni ho capito una cosa.

La sicurezza non nasce dall'avere sempre la risposta giusta.

Nasce dall'avere uno sguardo abbastanza calmo da fermarsi prima di interpretare.

È questo che, ogni giorno, cerco di costruire insieme alle mamme che accompagno.

Perché una mamma non ha bisogno di sentirsi perfetta.

Ha bisogno di sentirsi abbastanza sicura da fermarsi, osservare e comprendere prima di intervenire.

Perché ogni comportamento racconta una storia.

E ogni bambino ha bisogno di un adulto disposto ad ascoltarla.

Oggi non ti lascio una tecnica.

Ti lascio una domanda.

Qual è il comportamento di tuo figlio che oggi fai più fatica a comprendere?

Scrivilo nei commenti.

Potrebbe essere proprio da lì che inizieremo a cambiare sguardo.

Mariarosaria Russo

03/08/2026

🚪Oltre quella porta
Piccole storie. Nuovi sguardi.

Ogni settimana, prima ancora di entrare in quella casa, succede sempre la stessa cosa.

Suono il campanello.

E dietro quella porta c'è Emma.

Mi sta aspettando.

Mi tende la mano.

E io, ogni volta, penso la stessa cosa.

Non mi sta facendo entrare in casa sua.

Mi sta facendo entrare nel suo mondo.

Questa settimana, però, è successo qualcosa di diverso.

Appena sono entrata, Emma non è rimasta ad aspettare che fossi io a iniziare.

Mi ha preso delicatamente il braccio.

Mi ha accompagnata fino allo scaffale dei giochi.

Poi, con un gesto deciso, mi ha fatto capire cosa volevo che prendessi.

Per chi ci guardava da fuori, probabilmente non era successo nulla di speciale.

Per me, invece, era una scena piena di significato.

Per la prima volta non ero io a guidare lei.

Era Emma che stava guidando me.

Mi sono fermata a pensarci.

Quante volte, quando accompagniamo un bambino, siamo così concentrati su ciò che dobbiamo insegnargli... da non accorgerci di ciò che lui sta già cercando di mostrarci?

Abbiamo iniziato le nostre attività.

Come sempre, con i suoi tempi.

Con le sue pause.

con i suoi piccoli gesti che ormai conosco e che ogni settimana mi raccontano qualcosa di diverso.

Poi è arrivato il momento di rimettere tutto a posto.

E lì è successo qualcosa che, forse, sarebbe passato inosservato agli occhi di molti.

Emma ha preso una delle scatole.

E, da sola, l'ha rimessa sullo scaffale.

È stato un gesto semplice.

Durato pochi secondi.

Ma io sono rimasta in silenzio.

Perché sapevo che non stavo osservando soltanto una scatola rimessa al suo posto.

Stavo osservando un piccolo passo.

Uno di quei passi che non fanno rumore.

Che non arrivano con grandi annunci.

Che, se abbiamo fretta, rischiamo perfino di sfuggirci.

E mi sono resa conto di una cosa.

Molto spesso aspettiamo che un bambino faccia qualcosa di straordinario per accorgerci che sta crescendo.

Aspettiamo il grande cambiamento.

Il risultato evidente.

Il traguardo.

Ma la crescita, quasi sempre, sceglie un'altra strada.

Si nasconde nei, piccoli gesti.

In una mano che, questa volta, prende l'iniziativa.

In uno sguardo che cerca il nostro.

In una scatola rimessa al suo posto senza che nessuno lo chieda.

Forse è proprio questo che Emma continua a insegnarmi.

Che i bambini ci parlano anche attraverso i loro progressi.

Ma quei progressi diventano visibili solo quando rallentiamo abbastanza da poterli vedere.

È una lezione che porto con me anche quando incontro le mamme.

Perché, prese dalla fatica della quotidianità, è facile guardare tutto quello che ancora manca.

"Ancora non parla..."

"Ancora non si veste da solo..."

"Ancora ha bisogno di me..."

Eppure, mentre i nostri occhi sono fermi su quel "non ancora"...

ci sono tanti piccoli "adesso sì" che rischiamo di non vedere.

Forse crescere accanto a un bambino significa anche imparare questo.

Allenare lo sguardo.

Perché quando iniziamo ad accorgerci dei piccoli passi...

succede qualcosa anche dentro di noi.

La paura lascia un po' di spazio alla fiducia.

E la fretta lascia spazio alla presenza.

Questa settimana Emma non mi ha insegnato a guardare una scatola.

Mi hai insegnato a riconoscere il valore di un piccolo passo.

Perché ogni autonomia nasce così.

Quasi in silenzio.

E ha bisogno di un adulto che sappia accorgersene.

Questa è la porta dell'accorgersi.

Lunedì apriremo un'altra porta.

Con Amore.

Mariarosaria Russo

02/08/2026

Credevo di osservare due ragazzi. Poi ho iniziato a guardare la loro mamma.

Questa mattina, durante la Santa Messa, qualche panca davanti a noi era seduta una famiglia.

Solo osservandoli meglio mi sono resa conto che quei due ragazzi avevano una disabilità.

Eppure, ciò che ha catturato il mio sguardo non è stata la loro condizione.

È stato il modo in cui quella mamma era accanto a loro.

All'inizio osservavo i ragazzi

Poi, quasi senza accorgermene, ho iniziato a osservare lei.

Ogni gesto era essenziale.

Uno sguardo.

Una mano che indicava il momento giusto per alzarsi.

Un sorriso.

Una carezza appena accennata.

Non c'era fretta.

Non c'era agitazione.

Non c'era il bisogno di anticipare ogni cosa.

C'era una presenza silenziosa che sembrava dire:

"Sono qui. E ci sarò ogni volta che ne avrai bisogno."

E mentre la guardavo mi sono accorta di una cosa.

Quella mamma non stava cercando di fare tutto al posto dei suoi figli.

Non controllava ogni loro movimento.

Non sembrava preoccuparsi dello sguardo degli altri.

Era semplicemente lì.

Presente.

Con discrezione.

Con rispetto.

Con una fiducia che si percepiva senza bisogno di parole.

Poi è arrivato il momento della Comunione.

Li ho osservati avvicinarsi con un raccoglimento che mi ha profondamente commossa.

C'era rispetto.

C'era amore.

C'era una fede semplice.

Di quelle che non hanno bisogno di essere spiegate.

Si vedono.

Si respirano.

Ed è stato in quel momento che mi sono fatta una domanda.

Quando è stata l'ultima volta che sono stata davvero presente?

Non con il corpo.

Con il cuore.

Perché la verità è che viviamo tutti di corsa.

Corriamo da un impegno all'altro.

Mentre siamo in un posto, con la mente siamo già nel successivo.

Ascoltiamo.

Ma spesso non sentiamo davvero.

Guardiamo.

Ma non vediamo davvero.

Eppure, quella famiglia oggi mi ha ricordato qualcosa che avevo bisogno di risentire.

La presenza non dipende da quanto tempo abbiamo.

Dipende da come scegliamo di abitare quel tempo.

Puoi trascorrere un'intera giornata accanto a una persona senza farla sentire davvero vista.

Oppure può bastare uno sguardo.

Una mano.

Un silenzio condiviso.

Per farle sentire che non è sola.

Ed è questo che mi ha colpita più di tutto.

Non ho assistito a qualcosa di straordinario.

Ho assistito alla forza di una presenza capace di accompagnare senza invadere.

Di sostenere senza sostituirsi.

Di esserci senza togliere spazio.

Mentre tornavo a casa continuavo a pensare che, forse, è proprio questo il dono più grande che possiamo fare ai bambini che ci vengono affidati.

Non essere adulti perfetti.

Non avere sempre la risposta giusta.

Non risolvere ogni problema.

Ma diventare quel luogo in cui possano sentirsi accolti.

Compresi.

Al sicuro.

Perché ogni bambino, prima ancora di aver bisogno di un adulto che sappia fare tutto, ha bisogno di un adulto che sappia esserci.

Con uno sguardo che non giudica.

Con mani che accompagnano senza sostituirsi.

Con un cuore capace di rallentare abbastanza da vedere davvero chi ha davanti.

Oggi sono uscita dalla Messa con una gratitudine immensa.

Per quella famiglia.

E per il promemoria che Dio mi ha donato attraverso di loro.

Per ricordarmi che, alla fine, la forma più alta dell'amore non è fare di più.

È esserci davvero.

💚 E tu?

Per chi, oggi, puoi scegliere di esserci davvero?

Mariarosaria Russo

31/07/2026

Forse nessuno te lo ha mai detto.

E forse è proprio quello di cui avevi bisogno oggi.

Ma c'è una differenza enorme tra avere paura di sbagliare...

e sentirsi davvero sbagliata.

Molte mamme che arrivano qui sono convinte di avere bisogno di più risposte.

Più strategie.

Più strumenti.

Più conferme.

In realtà, quello che stanno cercando è qualcosa di molto più profondo.

Stanno cercando di ritrovare la fiducia in se stesse.

Perché quando tuo figlio ha bisogni di supporto specifici, ogni scelta sembra pesare il doppio.

Ogni comportamento può trasformarsi in una domanda.

Ogni difficoltà può diventare la prova che forse non stai facendo abbastanza.

Così inizi ad ascoltare tutti.

Gli specialisti.

Gli insegnanti.

I libri.

Internet.

Chiunque.

Tutti...

tranne la persona che dovrebbe avere la voce più importante.

Tu.

E senza accorgertene, la paura prende il posto della fiducia.

La stanchezza prende il posto della serenità.

Il senso di colpa prende il posto dell'intuito.

Io credo che nessuna mamma dovrebbe vivere così.

Non perché la genitorialità sia semplice.

Ma perché non dovrebbe affrontarla sentendosi costantemente in difetto.

Per questo ho creato il Metodo Crescita Serena™.

Non per insegnarti a diventare una mamma perfetta.

Ma perché ho compreso una cosa che ha cambiato anche il mio modo di accompagnare le famiglie.

Il cambiamento più importante non inizia dal bambino.

Inizia dalla mamma.

Perché quando cambia la mamma, cambia la relazione.

Quando una mamma ritrova fiducia in sé stessa, cambia il suo sguardo.

E quando cambia il suo sguardo, cambia anche il modo in cui vive la relazione con suo figlio.

Io non accompagno le mamme a rincorrere comportamenti perfetti.

Le accompagno a diventare una Presenza Sicura™.

Per loro stesse.

E per il proprio figlio.

Una presenza che non reagisce soltanto.

Osserva.

Comprende.

Accoglie.

Una presenza che sa fermarsi prima di giudicare.

Che riesce a vedere il bisogno dietro un comportamento.

Perché spesso ciò che oggi sembra solo un problema...

è il modo migliore che tuo figlio ha trovato per dirti che ha bisogno di qualcosa.

E quando impariamo ad andare Oltre il Comportamento™, smettiamo di combattere nostro figlio.

Iniziamo finalmente a comprenderlo.

Ed è proprio lì che cambia anche la quotidianità.

Non perché spariscono tutte le difficoltà.

Ma perché torna qualcosa che, forse, da troppo tempo ti manca.

La calma.

Quella che nasce quando non senti più il bisogno di avere sempre la risposta perfetta.

Quella che nasce quando torni a fidarti del tuo sguardo.

Del tuo sentire.

Del tuo modo di essere madre.

Questo è il luogo che desidero costruire.

Non un posto dove trovare giudizi.

Non un posto dove sentirti inadeguata.

Ma uno spazio in cui poter respirare.

Ritrovare fiducia.

Sentirti compresa.

E ricordare una verità che troppo spesso dimentichiamo.

I bambini non hanno bisogno di mamme perfette.

Hanno bisogno di mamme che sappiano esserci.

Con presenza.

Con fiducia.

Con amore.

E anche nei giorni più difficili...

con la certezza di non dover affrontare tutto da sole.

Se sei arrivata qui, ti do il benvenuto.

Spero che questo diventi il luogo in cui lascerai andare, un passo alla volta, la paura costante di sbagliare...

per riscoprire il sollievo di sapere che puoi accompagnare tuo figlio con fiducia, un giorno alla volta.

Perché nessuna mamma dovrebbe affrontare questo cammino sentendosi sola.
Con affetto

Mariarosaria Russo
Pedagogista | Family Coach Montessori
Fondatrice del Metodo Crescita Serena™

💚 Per mamme di figli con bisogni di supporto specifici.

27/07/2026

🚪 Oltre quella porta
Piccole storie. Nuovi sguardi.

Ogni settimana, prima ancora di entrare in quella casa, succede sempre la stessa cosa.

Suono il campanello.

E dietro quella porta c'è già Emma.

Mi sta aspettando.

Mi tende la mano.

E io, ogni volta, penso la stessa cosa.

Non mi sta facendo entrare in casa sua.

Mi sta facendo entrare nel suo mondo.

Questa settimana, quando sono arrivata, Emma era rientrata da poco dal centro.

Faceva caldo.

Era stanca.

Si vedeva.

Le ho proposto alcune attività.

Qualcuna l'ha accolta.

Altre le ha allontanate con un gesto deciso.

Non c'era rabbia.

Non c'era opposizione.

C'era solo un corpo che, quel giorno mi stava dicendo:

"Adesso non ce la faccio."

In quel momento avrei potuto fare quello che, qualche anno fa, avrei fatto quasi senza pensarci.

Incoraggiarla.

Insistere un pò.

Provare a convincerla.

Perché, quando vediamo un bambino fermarsi, la paura arriva in fretta.

E se stessi rinunciando troppo presto?

E se avesse solo bisogno di essere motivata?

E se, aspettando, perdessimo un'occasione?

Sono domande che conosco bene.

Ma quel giorno ho scelto di fidarmi di ciò che stavo osservando.

Le ho lasciato il tempo di riposare.

Sono rimasta accanto a lei.

Senza riempire quel silenzio.

Senza trasformare quella pausa in qualcosa da correggere.

Dopo un po', è stata Emma ad avvicinarsi di nuovo al materiale.

Ha ripreso proprio alcune delle attività che aveva rifiutato.

Non perché io avessi insistito.

Ma perché, semplicemente, era pronta.

E in quel momento ho capito una cosa.

La fiducia non nasce quando abbiamo la certezza di aver fatto la scelta giusta.

Nasce quando scegliamo di ascoltare ciò che stiamo osservando, anche se non abbiamo tutte le risposte.

Forse è questo il dubbio più grande che accompagna tante mamme.

"Sto facendo bene?"

"Avrei dovuto insistere?"

"O forse avrei dovuto aspettare?"

Domande che nascono dall'amore.

Perché quando ami profondamente tuo figlio, desideri fare ciò che è meglio per lui.

Ma, con il tempo, sto imparando che accompagnare non significa eliminare ogni dubbio.

Significa imparare a non lasciare che sia il dubbio a guidare ogni scelta.

Emma, questa settimana, mi ha ricordato che fidarsi di un bambino significa credere che, quando ne avrà le energie, saprà riprendere il cammino.

Ma mi ha ricordato anche qualcosa di ancora più difficile.

Che, per fidarci davvero di un bambino...

dobbiamo imparare, un po' alla volta, a fidarci anche di noi.

Non perché saremo sempre perfetti.

Ma perché possiamo osservare.

Ascoltare.

Scegliere.

E, se necessario, cambiare strada.

Senza trasformare ogni scelta in un esame da superare.

Perché la fiducia non è l'assenza di dubbi.

È continuare ad accompagnare un bambino con amore...

anche quando non abbiamo ancora tutte le risposte.

Questa è la porta della fiducia.

Lunedì apriremo un'altra porta.

Con Amore.

Mariarosaria Russo

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