La macchina del Tempo

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Fare storia a scuola attraverso le immagini

14/12/2022

Lucius Iunus (545 a.C. circa – 509 a.C.) di stirpe troiana, da parte di padre, ed etrusca da parte di madre, era il nipote dell’ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo.
A noi è noto con il soprannome “Brutus” che significa “stolto”.
Tarquinio il Superbo aveva usurpato il trono uccidendo il re Servio Tullio e trasformato la monarchia in una tirannia.
Il regime di terrore instaurato, rendeva lo stesso re sospettoso ed afflitto da continue visioni della sua imminente fine.
Per placare le paure, Tarquinio pensò di mandare i suoi figli ad interrogare l’oracolo di Delfi.

Bruto, li accompagnava, come intrattenimento durante il lungo viaggio. Arrivati a Delfi ottennero l’oscuro responso dalla Pizia “otterrà il sommo potere di Roma, colui che per primo bacerà la madre”.
Appena arrivati a Roma, Bruto finse di inciampare, cadde e baciò il suolo, avendo interpretato “terra” come “madre” nel responso dell’oracolo.
Le violenze dei Tarquini proseguirono, finché il principe Sesto violentò la nobile Lucrezia spingendola al suicidio per il disonore.
Allora Bruto capì che era giunto il suo momento.
Si spogliò dei panni dello sciocco, indossati per difendere la propria vita e si lanciò in un discorso potente, provocando l’insurrezione del popolo romano e la cacciata dei Tarquini.
Instaurata la Repubblica, divenne console e fece giurare al popolo che Roma non avrebbe mai più avuto un re. Quando a tentare la restaurazione dei Tarquini, furono proprio i suoi due figli, Bruto li condannò a morte ed assistette impassibile e senza lacrime alla loro esecuzione.

Il fascino di questo personaggio, unitamente al suo valore simbolico, fecero sì che Napoleone volesse il busto nella foto a Parigi nel 1797 (insieme ad altre bellissime opere quali: il Galata morente, la Venere Capitolina, e lo Spinario).

Solo 18 anni dopo, nel 1815, grazie all’accorato intervento di Antonio Canova, la statua fece ritorno a Roma e fu da quel momento esposta presso i Musei Capitolini, dove è a tutt’oggi conservata.

La statua del così detto “Bruto Capitolino“, presso i Musei Capitolini, è un’antica statua in bronzo (IV-III sec. A.C.) con occhi in pasta vitrea, particolarmente penetranti ed intensi.
Si tratta di uno dei migliori esempi di ritrattistica romana, caratterizzato da una profonda indagine psicologica.

L’identificazione, fin dal Cinquecento, con il mitico primo console della Repubblica Romana, Lucio Giunio Bruto è oggi ritenuta non improbabile.

10/12/2022

Le città fantasma: Rocca Calascio, il borgo dimenticato d'Abruzzo con il castello più alto d'Italia. Voluto dal Re normanno Ruggero d’Altavilla nel 1140.
Sovrasta il borgo medievale distrutto e abbandonato dopo il terremoto del 1703.
Set cinematografico di numerose pellicole internazionali.

06/12/2022

Le latrine pensili medievali
Quando visiti alcuni castelli medievali, attento a dove ti posizioni per ammirarli. Questo perché molti di loro potrebbero avere ancora, seppur non attive, le latrine pensili. In particolare, il termine “Garderobe” in inglese viene indicato come ripostiglio per oggetti di valore, ma andando più nello specifico, l’Oxford English Dictionary dà come ulteriore significato anche “una stanza privata, una camera da letto; una latrina”. La parola, infatti, viene comunemente utilizzato in lingua inglese per indicare la toilette di un castello. Ma non in generale, bensì una in particolare: quella pensile. Le latrine pensili, infatti, si possono trovare in alcuni castelli medievali (soprattutto in Inghilterra) e si compongono essenzialmente di un foro nella parete in muratura, che scaricava le deiezioni in un pozzo nero o direttamente nel fossato. Questi servizi igienici erano spesso collocati all'interno di una piccola camera, il che ha portato all'uso del termine garderobe per descrivere tali ambienti. Molti di essi sono ancora visibili nei castelli e nelle fortificazioni normanne e medievali, come ad esempio nel castello di Bürresheim in Germania, in quello di Tonquédec in Bretagna, o in quello di Porto San Giorgio. Queste, però, non erano gli unici tipi di servizi igienici che si potevano trovare nei castelli. Spesso le latrine potevano essere in spessore di muro, dove la fuoriuscita avveniva con uno “scivolo” alla base della muratura o direttamente tramite condotti (ovvero semplici canali verticali ricavati dal pieno di muratura). A volte, tali servizi si identificavano direttamente in pozzi neri.
Fonte: World History Encyclopedia
Credit foto: Flickr – Tim Davies, ridimensionata, 4000x2570 px, All Rights Reserved; Pinterest – Tony

Photos from La macchina del Tempo's post 02/09/2017

2 settembre 1945, con la resa finale ed ufficiale dell’Impero Giapponese, fu scritto l’armistizio che pose fine alla Guerra del Pacifico e alla Seconda Guerra Mondiale
La cerimonia si tenne nella Baia di Tokyo sul ponte della USS Missouri, durò circa 23 minuti e fu trasmessa in tutto il mondo. La prima firma della resa fu quella del ministro degli esteri giapponese Momoru Shigemitsu, in nome dell’Imperatore del Giappone Hirohito e del Governo del Giappone. Dopodichè si succedettero le firme del generale Yoshijiro Umezo e del generale statunitense Douglas MacArthur, Comandante Supremo delle Potenze Alleate. Dopo le firme dei testimoni ci furono quelle dei rappresentanti degli altri Paesi, che firmarono ognuno in nome della rispettiva nazione alleata. Una delle sei penne utilizzate per firmare la resa incondizionata fu inviata alla U.S. Military Academy di West Point, mentre l’unica di color prugna fu mandata alla moglie di MacArthur. La storica corazzata USS Missouri è ora un museo nel porto di Pearl Harbor e sul ponte, nel punto esatto in cui venne firmata la resa del Giappone, si trova una placca commemorativa dell’evento che ha posto fine ad una lunga e sanguinosa guerra.

28/08/2017

L' ULTIMA DISPERATA LETTERA DI CESARE PAVESE ALL'AMATA PIERINA PRIMA DEL SUICIDIO

(Bocca di Magra, agosto 1950)

Cara Pierina,

ho finito per darti questo dispiacere, o questa seccatura, ma credi non potevo far altro. Il motivo immediato è il disagio di questa rincorsa dove, non ballando e non guidando, resto sempre perdente, ma c’è una ragione più vera. Io sono, come si dice, alla fine della candela. Pierina, vorrei essere tuo fratello – prima di tutto perché così ci sarebbe tra noi un legame non futile, e poi perché tu mi potessi ascoltare e credere con fiducia. Se mi sono innamorato di te non è soltanto perché, come si dice, ti desiderassi, ma perché tu sei della mia stessa levatura, e ti muovi e parli come, da uomo, farei io se, invece d’imparare a scrivere, avessi avuto il tempo d’imparare a stare al mondo. Del resto, c’è la stessa eleganza e sicurezza in quello ch’io ho scritto e nelle tue giornate. So quindi a chi parlo.

Ma tu, per quanto inaridita e quasi cinica, non sei alla fine della candela come me. Tu sei giovane, incredibilmente giovane, sei quello ch’ero io a ventott’anni quando, risoluto di uccidermi per non so che delusione, non lo feci – ero curioso dell’indomani, curioso di me stesso – la vita mi era parsa orribile ma trovavo ancora interessante me stesso. Ora è inverso: so che la vita è stupenda ma che io ne son tagliato fuori, per merito tutto mio, e che questa è una futile tragedia, come avere il diabete o il cancro dei fumatori.

Posso dirti, amore, che non mi sono mai svegliato con una donna mia al fianco, che chi ho amato non mi ha mai preso sul serio, e che ignoro lo sguardo di riconoscenza che una donna rivolge a un uomo? E ricordarti che, per via del lavoro che ho fatto, ho avuto i nervi sempre tesi e la fantasia pronta e precisa, e il gusto delle confidenze altrui? E che sono al mondo da quarantadue anni? Non si può bruciare la candela dalle due parti – nel mio caso l’ho bruciata tutta da una parte sola e la cenere sono i libri che ho scritto.

L’amore è come la grazia di Dio – l’astuzia non serve.

23/08/2017

Il ritorno alla vita

23/08/2017

23 agosto 1989: Due milioni di persone provenienti da Estonia, Lettonia e Lituania si dispongono tenendosi per mano lungo la strada Vilnius-Tallinn, realizzando di fatto la cosiddetta Via Baltica. E' una forma di protesta pacifica contro l'occupazione sovietica.
Le Rivoluzioni del 1989, a volte chiamate l'Autunno delle Nazioni, furono un'ondata rivoluzionaria avvenuta nell'Europa Centrale ed Orientale nell'autunno del 1989, quando diversi regimi comunisti furono rovesciati nel giro di pochi mesi. Il nome dato a questo evento ricorda quello delle Rivoluzioni del 1848, conosciute come la Primavera delle Nazioni. L'Autunno delle Nazioni iniziò in Polonia e si espanse anche all'estero, perlopiù in maniera pacifica, nella Germania Est, Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria, Estonia, Lituania, Lettonia mentre la Romania fu l'unica nazione del blocco orientale che rovesciò il regime in maniera violenta giustiziando il capo di Stato. Questo evento alterò drasticamente la bilancia dei poteri mondiali, segnando, insieme al collasso dell'Unione Sovietica, la fine della Guerra Fredda e l'inizio dell'era post-Guerra Fredda.

Photos from La macchina del Tempo's post 17/08/2017

Il 16 Agosto 1924 veniva ritrovato il ca****re di Giacomo Matteotti, barbaramente ucciso per ordine di Mussolini per aver denunciato in Parlamento i brogli elettorali e le violenze del fascismo ed aver difeso la causa della libertà.

Photos from La macchina del Tempo's post 10/08/2017

Perché è importante far conoscere Marcinelle ai ragazzi di oggi?
L’8 agosto 1956 in quella miniera belga morirono 262 giovani di 12 nazionalità, 136 erano italiani. Una tragedia europea anche perché il carbone serviva a risollevare le sorti del nostro Paese e del Continente. Chi ignora questa storia non capirà i migranti.

Oggi, 8 agosto, ricorre il 61° anniversario della tragedia di Marcinelle. Che cosa ne sappiamo di quel che accadde quel giorno? Che cosa sappiamo di quel che avvenne prima e di quel che avvenne dopo? Nulla. Provate a chiedere che cosa fu Marcinelle a un ragazzo non dico di 13, ma di 18 anni. Provate a chiedere a un trentenne o a un cinquantenne. Avrete risposte vaghe. Solo i vecchi italiani ricordano qualcosa di quella giornata del 1956. Quella mattina, prima delle 8, una rara giornata di sole, al Bois du Cazier, la vecchia miniera del distretto di Charleroi in Belgio, un incidente a 975 metri sottoterra scatenò un incendio che investì subito gallerie e cunicoli, sopra e sotto, ovunque. Mezz’ora prima, erano scesi 274 minatori nei vari livelli, fino a -1.035 metri. 262 giovani sarebbero morti, 136 erano italiani. Ne uscirono vivi solo 12, tra cui il molisano Antonio Iannetta, che secondo le ricostruzioni provocò il disastro: aveva inserito male un carrello pieno di carbone nell’ascensore, l’ascensore chissà come e perché (un equivoco con l’operaio di superficie) partì e il vagonetto che fuoriusciva andò a sb****re contro una trave, pochi metri sopra, dove correvano vicinissimi i tubi dell’olio e i cavi elettrici. Lo schianto provocò il fuoco. I responsabili se la presero comoda: non era la prima volta che succedeva un incidente (anche mortale). Le operazioni di soccorso furono lente, i pompieri arrivarono a mezzogiorno quando già il fumo usciva dalle ciminiere, il cielo era diventato nero e le donne erano attaccate alle grate del cancello ad aspettare e a piangere.
Sono passati sessant’anni, ma per le vedove, gli orfani, i vecchi minatori, l’incidente di Marcinelle (che chiamano, con parola mezzo italiana e mezzo francese, la «catastròfa») è avvenuto ieri. Hanno ancora negli occhi quella mattina e l’attesa delle giornate successive. Due settimane dopo un soccorritore italiano sarebbe tornato in superficie urlando la verità a cui nessuno voleva credere: «Tutti cadaveri!». I tre processi condannarono a sei mesi con la condizionale il direttore della miniera; gli amministratori e gli ingegneri (responsabili delle incurie, della pessima manutenzione e delle bestiali condizioni di lavoro) non vennero toccati dalla giustizia. I parenti dovettero pagare le spese giudiziarie. Il testimone principe, Iannetta, era stato mandato in Canada (era il suo desiderio) a processo in corso. Il re Baldovino era accorso subito, il giorno stesso, le autorità italiane non si mossero da Roma.
Eravamo dei poveracci. Partivamo dal Nord, dal Centro e dal Sud con un panino o un’arancia in tasca, fuggivamo dalla povertà. I manifestini rosa che invitavano i ragazzi a emigrare in Belgio promettevano case per le famiglie, assicurazioni e buoni stipendi. Niente fu mantenuto: in Belgio gli operai venivano ospitati nelle baracche dei prigionieri di guerra. Erano partiti per cercare un po’ di benessere ma anche per rimediare alle lacune della manodopera belga che non voleva più scendere in miniera e preferiva lavorare nelle fabbriche. Il governo italiano, nel 1946, aveva firmato un accordo con Bruxelles che prevedeva uno scambio: per 1000 minatori mandati in Belgio, sarebbero arrivate in Italia almeno 2500 tonnellate di carbone. Uno scambio uomini-merce (su Marcinelle è appena uscito da Donzelli un libro-inchiesta di Toni Ricciardi).
Che cosa rimane di tutto ciò nella memoria degli italiani? La «catastròfa» è la prima grande tragedia dell’Italia repubblicana: una tragedia europea, perché quel carbone sarebbe servito a risollevare le sorti non solo dell’Italia ma dell’Europa del dopoguerra. Quel giorno morirono uomini di 12 nazionalità diverse (gli italiani furono i più numerosi). Rimane ben poco. Qualche rievocazione per gli anniversari. Cosa ne sanno i giovani di quel che eravamo non due secoli ma sessant’anni fa (nel 1965 altri 56 operai italiani sarebbero morti a Mattmark, in Svizzera, per il crollo di una diga)? Che cosa ne sanno del razzismo di cui erano vittime gli italiani («Né cani né italiani» era il divieto appeso sulle porte dei locali pubblici in Belgio)? È cambiato tutto. Abbiamo vissuto il boom economico mentre ancora si emigrava in Svizzera e in Germania per fare lavori pericolosi. Nelle scuole bisognerebbe rendere obbligatorio il capitolo: «Emigrazione italiana», nelle famiglie bisognerebbe parlare anche del nostro passato doloroso. Per educare i nostri figli a guardare con occhi più consapevoli alle emigrazioni degli altri, quelle che oggi dobbiamo «subire». Esercitare la memoria, individuale e collettiva, a futura memoria.
[Paolo di Stefano per "Il Corriere della Sera"]

10/08/2017

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto,
l'uccisero, cadde tra spini,
ella aveva nel becco un insetto,
la cena de' suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.
Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero, disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono...
Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano invano,
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!

(Giovanni Pascoli, X agosto)

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