22/08/2026
Oggi, sui social, anche ciò che dovrebbe essere intimo, personale, imperfetto, finisce spesso per diventare qualcosa da mostrare, spiegare, confrontare.
E penso alla maternità.
Alla gravidanza, dove sembra quasi necessario per chiunque sapere la data presunta del parto, come è andato il parto, se è stato spontaneo o cesareo. Se è riuscita subito ad allattare, se ha scelto di non farlo e, inevitabilmente, anche il perché.
E poi arriva il post parto, apriti cielo.
“Riesci a uscire?”
“Ha preso peso? Quanto?”
“Ma allatti?”
“Come fai se gli devono dare il biberon?”
“Ormai non avete più la vita di prima.”
E se una mamma dice di essere in difficoltà, troppo spesso si ritrova sola davanti a frasi come:
“Lo sapevate a cosa andavate incontro.”
“E allora perché avete fatto un secondo figlio? Non vi bastava il primo?”
Come se la fatica dovesse essere una colpa. Come se chiedere aiuto significasse non essere abbastanza preparate.
E poi c’è il confronto tra mamme. La corsa alla crescita migliore, più veloce, più evidente.
“Il mio bambino pesa 5 kg!”. “Mamma mia, pesa come il mio che ha la metà dei suoi mesi. È così piccolo!”
Una frase magari detta senza cattiveria, ma che può fare molto più male di quanto immaginiamo.
L’ho visto succedere.
Ho visto gli occhi di quella mamma abbassarsi. Guardare il suo bambino e chiedersi, forse ancora una volta, cosa stesse sbagliando.
E io, conoscendo tutta la sua storia, avrei voluto solo abbracciarla e dirle: stai facendo davvero tutto bene.
Perché la crescita non è una gara. Non è una classifica dal più grande al più piccolo. E non dipende da quanto una mamma si impegna. E soprattutto, c’è una storia che spesso non si conosce.
Quando incontriamo una mamma, invece di chiederci se sta facendo le cose nel modo giusto, pensiamo semplicemente che sta facendo del suo meglio.
E forse, qualche volta, è proprio questo il regalo più grande che possiamo farle, solo dirle: “Ti vedo. E stai facendo un ottimo lavoro.”
Dr.ssa Stefania Testa - infermiera pediatrica 🧸
📍Cuneo, Torino e online