12/08/2026
Confesso che, quando mi è stato segnalato il cartellone milanese con un bambino che ha in mano uno smartphone, sostanzialmente utilizzato a fini pubblicitari, ho stentato a crederci.
Ho pensato a una provocazione. Mi sono immaginato un ufficio marketing desideroso di rompere l’accerchiamento che, a livello internazionale, stanno subendo le piattaforme digitali, proprio mentre cresce la richiesta di liberare bambini, bambine, ragazzi e ragazze da una dominanza che le ricerche scientifiche continuano implacabilmente a indicare come dannosa per lo sviluppo.
Ma alla fine ho dovuto accettare che si trattava di una pubblicità vera e propria, sulla quale è intervenuta, giustamente, anche la Garante italiana per l’infanzia, la dottoressa Marina Terragni. Una pubblicità che lascia sgomenti.
Dove vogliono arrivare? Con quale spavalderia si permettono di usare commercialmente bambini piccolissimi, tanto più per promuovere l'utilizzo degli smartphone?
L’opinione pubblica, e anche diversi governi, ormai si stanno schierando a favore di politiche di limitazione, per evitare di vedere le nuove generazioni risucchiate in un mondo virtuale che non solo rischia di far perdere il senso della realtà, ma le allontana dalle fasi evolutive fondamentali della crescita. Strumenti che spediscono i bambini in un mondo al quale i genitori fanno fatica ad accedere e che, comunque, è lontanissimo dai loro bisogni reali e profondi.
Da dove viene questa arroganza?
Forse da una sorta di senso di impunità rispetto a ciò che la scienza continua a restituirci.
Sento molto pericolo in questo cartellone, non solo per i bambini e le bambine, ma per tutti noi.
È l’ora della ribellione. Di ribellarsi veramente.
Tutti e tutte insieme, prima che sia troppo tardi.