05/08/2026
PROTEGGERE LE PERSONE, NON I CONFINI.
In questi giorni si stanno moltiplicando commenti durissimi su quanto sta accadendo a Ceuta. Si parla di “invasione”, di “assalto”, di “emergenza”. Ma quando il dibattito si riduce a questo, si perde di vista ciò che conta davvero: dietro quei numeri ci sono persone.
Le scarpe che galleggiano nel mare ce lo ricordano. Ogni paio appartiene a qualcuno che ha scelto di affrontare un viaggio estremo perché non vedeva un’altra possibilità. Riconoscere la loro umanità significa anche riconoscere la legittimità di un’aspirazione che appartiene a tutti: cercare una vita più sicura, più libera, con maggiori opportunità.
Quello che accade a Ceuta non nasce oggi. Da oltre un decennio questa frontiera è il simbolo di una crisi che si ripete. Alle difficoltà economiche e sociali si aggiungono la repressione del dissenso e una crescente sfiducia nelle istituzioni. Per molt* giovani del Marocco partire appare come l’unico modo per immaginare un futuro diverso.
Continuare a rispondere soprattutto con l’esternalizzazione delle frontiere e con politiche di deterrenza significa affrontare gli effetti, non le cause. Sono strategie che cercano di contenere la mobilità umana invece di governarla e che, troppo spesso, finiscono per rendere le rotte ancora più pericolose.
Per questo servono vie legali e sicure di accesso all’Europa, affinché nessuno sia costretto a rischiare la propria vita per cercare un futuro migliore.