CENTRO STUDI SERENISSIMA

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03/05/2026

18/04/2026

Capita spesso che io difenda gli insegnanti. E lo faccio con convinzione, perché so bene in quali condizioni lavorano oggi: classi sempre più complesse, ragazzi sempre più fragili, un disagio psicologico e neuropsichiatrico che cresce e che rende il lavoro educativo enormemente più difficile, più usurante, più frustrante.

In Italia si parla ormai di numeri che impongono una riflessione seria, perché il disagio dei minori non è più un’eccezione, ma una realtà con cui chi insegna deve fare i conti ogni giorno. 

Ma proprio per questo, quello che sarebbe accaduto a Mestre è qualcosa di semplicemente insopportabile.

Tagliare i capelli a due ragazze davanti alla classe non è un gesto educativo, non è un modo per “farsi capire”, non è un eccesso di zelo.

È un atto di prevaricazione, di umiliazione, di violenza simbolica esercitata davanti a testimoni, in un luogo che dovrebbe essere presidio di crescita, tutela e dignità. 

La scuola non è una caserma fuori controllo, e l’aula non è il palcoscenico su cui un adulto scarica la propria inadeguatezza relazionale travestendola da autorevolezza.

Quando un insegnante arriva a un gesto del genere, il punto non è più la fatica del mestiere, che resta enorme e reale. Il punto è che quella persona, in quel momento, ha mostrato di non essere idonea a gestire il potere educativo che le è stato affidato.

Perché qui non siamo davanti a una “modalità discutibile”.

Siamo davanti a un gesto che spezza un confine fondamentale: quello tra educare e umiliare. E chi umilia pubblicamente un minore non sta insegnando nulla, se non la legge del più forte.

Una legge miserabile, antica, tossica, che dovrebbe restare sepolta nei tempi più bui, non riaffacciarsi nel 2026 dentro una classe.

Ed è proprio per questo che non basta indignarsi un giorno e voltare pagina quello dopo.

Bisogna avere il coraggio di dirlo chiaramente: chi svolge una professione così delicata dovrebbe essere selezionato non solo per titoli e graduatorie, ma anche per equilibrio, struttura di personalità, capacità di gestione emotiva, tenuta relazionale.

Perché mettere un adulto inadeguato davanti a dei ragazzi significa consegnare dei minori a qualcuno che può trasformare il proprio ruolo in uno strumento di mortificazione.

E questo, francamente, è intollerabile.

Quello che colpisce di più è l’abisso mentale che può consentire di compiere un gesto simile e poi pensare persino di giustificarlo come un tentativo di comunicazione. No. Quella non è comunicazione. Quella è sopraffazione. È l’idea malata che umiliare qualcuno possa servire a educarlo. Ed è un’idea che dovrebbe essere incompatibile con l’insegnamento.

Perché un ragazzo può dimenticare una spiegazione, può dimenticare un voto, può perfino dimenticare una materia. Ma non dimentica l’umiliazione subita davanti agli altri. Quella resta. Scava. Ferisce. E lascia un segno profondo, soprattutto quando arriva da un adulto che avrebbe dovuto proteggere, non colpire.

Se davvero vogliamo difendere la scuola, allora dobbiamo difenderla anche da chi la tradisce dall’interno.

E un gesto del genere la tradisce nel modo peggiore ossia calpestando la dignità di un minore sotto gli occhi di tutti.

17/04/2026
07/04/2026

16/02/2026

19/01/2026

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18/01/2026

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31/08/2025

Lettera aperta: A quella ragazza che non ce l’ha fatta, e a tutte le altre che ancora lottano

C’è una notizia che, da giorni, mi tormenta. Una ragazza di 17 anni, a Latina, si è lanciata dal balcone dopo aver saputo di essere stata bocciata agli esami di riparazione. Ha lottato tra la vita e la morte, e poi se n’è andata.
Quella ragazza potevo essere io.
Non lo dico per retorica, lo dico con verità. Perché non tutti sanno – anche se oggi sono una giornalista affermata, conosciuta soprattutto nel Basso Lazio – che io ho avuto tre bocciature.

Una alle medie, perché a causa di un lungo ricovero ospedaliero non riuscii a recuperare l’anno. Le altre due al liceo, in un contesto scolastico dove, come spesso accade, certi professori si limitano a valutare ciò che vedono in superficie, senza indagare davvero il potenziale di un alunno. E così vieni schiacciato dentro uno schema: quello del “non ce la fai”.

Sono state esperienze devastanti. Per me, per la mia famiglia. All’epoca – parlo di quasi quarant’anni fa – una ragazza con tre bocciature era considerata un fallimento. Un asino patentato, si diceva. C’erano quelli che mi dicevano: “Lascia stare, vai a fare la parrucchiera”. E una professoressa mi disse, testualmente: “Forse fare la sciampista sarebbe più adatto a te”.
Io che rispetto profondamente chiunque svolga quel lavoro – e anzi, ringrazio sempre chi si prende cura di me lavandomi i capelli e facendomi sentire meglio – lo vissi però come una condanna, una sentenza definitiva sulla mia vita.

Poi successe una cosa. Mio padre – un uomo severo, ma visionario, un tipo fuori dalle righe – decise di iscrivermi a un’altra scuola: l’Istituto Magistrale.
E lì ho cominciato a volare.
Presi la maturità. E iniziai a scrivere.
Perché questo io sapevo fare, scrivere. Lo facevo anche quando nessuno lo vedeva. Al liceo, scrivevo i temi per tutti. Ma sembrava non contare. Solo in quinta elementare, una maestra – la signora Ermelinda Cantelmo Santoro, il cui nome non ho mai dimenticato – capì chi ero. Un mio tema lo lesse a tutta la scuola, fiera. Ma dopo, il silenzio.

Io però sono stata fortunata.
Fortunata ad avere un padre che capì che ero semplicemente nel posto sbagliato. Fortunata a trovare, finalmente, qualcuno che credesse in me.

Ecco, quando oggi si parla di dispersione scolastica, di disagio giovanile, di fallimenti educativi, io penso sempre alla fortuna. Perché è tutta lì la differenza. Se sei fortunato, incontri insegnanti preparati, umani, capaci di ascoltarti e indirizzarti. Se sei sfortunato, finisci con l’essere umiliato. Anche per come ti vesti. Per la zona da cui vieni. Per un accento. Per una famiglia modesta.

C’è una frase che una professoressa disse a me e a una mia amica – che oggi, per inciso, è diventata giudice:

“Siete dei sepolcri imbiancati.”
Avevamo 14 anni. Quaranta anni fa. E ancora oggi, quella frase brucia.

Mi chiedo: cosa resta addosso a una ragazza di 17 anni che si sente fallita per una bocciatura?
Il vuoto. Il giudizio. Il senso di inutilità.
Lo so, perché ci sono passata. E oggi, in un mondo dove pure ci sono psicologi, corsi di recupero, tutor, piattaforme, Google, ChatGPT… resta un vuoto che la tecnologia non può colmare.
La delusione per non essere riusciti, per non sentirsi visti, è universale. È trasversale. E può diventare devastante.

Non voglio dare colpe. Ma un invito sì, sento di farlo.
Ai docenti: non smettete mai di guardarci davvero. Di leggere tra le righe. Di cercare la persona dietro la pagella.
Alle famiglie: state vicini ai vostri figli, anche quando sembrano aver fallito. Soprattutto in quel momento.
Alle ragazze e ai ragazzi: la scuola può sembrare tutto, ma non lo è. La vostra vita non è una bocciatura. Non è un giudizio. È un percorso. A volte tortuoso, ma pieno di possibilità.

E a te, che non ce l’hai fatta, dico solo questo: mi dispiace.
Mi dispiace che nessuno ti abbia detto che si può cadere, e poi rialzarsi.
Che si può sbagliare, anche tre volte, e poi diventare giornalisti, giudici, artisti, scienziati, parrucchieri. O semplicemente, essere felici.

Angela Nicoletti

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08/07/2025

Le ricerche mostrano un aumento di ansia, miopia e difficoltà cognitive tra i giovani iperconnessi, mentre attività come la lettura ad alta voce o la scrittura manuale rafforzano l’attenzione e la memoria.

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29/06/2025

" Solo una scuola che rimette al centro la lettura, la riflessione e la conoscenza delle proprie radici può restituire ai giovani la capacità di sognare, progettare e costruire un futuro solido e felice."

Una generazione intera sta perdendo la capacità di immaginare il domani. Mentre la tecnologia avanza a ritmo vertiginoso, i nostri studenti scivolano sempre più indietro nelle competenze fondamentali che costruiscono il pensiero critico e la visione del futuro.

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