Manuel Lab

Manuel Lab

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Manuel Lab è un gruppo di studio-lavoro in diverse aree artistiche: formazione, cinema, teatro, scr MANUELAB per le aziende.

Gruppo di lavoro permanente sulla comunicazione per il teatro, cinema, cabaret e scrittura condotto dal formatore, regista e autore Manuel Serantes Cristal che ha formato numerosi professionisti nel mondo dello spettacolo. Il corso consente di apprendere e padroneggiare tecniche di recitazione e di scrittura utili nello spettacolo e nella vita quotidiana. Workshop formativi sul Senso dello Humor nella vita lavorativa condotto dal coach Manuel Serantes e dall'attrice Carol Visconti

29/11/2024

"Quando mia madre, dopo una delusione amorosa, cadde in depressione lasciai la scuola di teatro, la famosa Performing Arts di New York, a diciassette anni cominciai a fare mille lavoretti: pony express, le commissioni per l’American Jewish Committe, le pulizie all’Herbert Berghof Studio nelle aule dove si insegnava danza, traslocatore, cameriere, ma venni licenziato perché sorpreso a mangiare gli avanzi dai tavoli, per dire la fame che avevo. Intanto facevo provini teatrali, arrivavo col testo ma poi finivo a recitare Shakespeare (Amleto o Macbeth), mi lanciavano uno sguardo da cui capivo che avevo già perso ogni chance. Martin Sheen (Marty), compagno di corso venne a stare da me, così potemmo dividere l’affitto. Insieme lavoravamo al Living Theater nel Greenwich Village, dove pulivamo i gabinetti e stendevamo i tappeti per le rappresentazioni.
Dopo aver visto uno degli spettacoli di Judith Malina e Julian Beck, come minimo tornavi a casa, ti chiudevi in camera tua e te ne stavi per due giorni a piangere e guardare il soffitto. L’impatto era quello.
Al mio primo provino cinematografico con Elia Kazan, arrivai in ritardo e presero un altro. La prima cosa a cui pensai, in quel momento fu mia madre, l’avrei tirata fuori dalla sua depressione e dal suo stato di bisogno e le avrei dato tutto ciò che desiderava. Non perché sarei diventato ricco, o lei avrebbe fatto chissà cosa con quei soldi. Ma perché avrebbe ritrovato il gusto per la vita. Invece la mamma morì per colpa dei barbiturici, come Tennesse Williams, come tanti altri. Era stata lei a portarmi piccolissimo, a due e tre anni, al cinema e poi a Broadway come quella volta che videro La gatta sul tetto che scotta.

Per un po’ lavorai come maschera al Rivoli Theatre in Times Square e poi mi misi a consegnare le copie di Show Business, un settimanale del mondo dello spettacolo che pubblicava cosa andava in scena e dove si tenevano le audizioni. Quell’anno morì anche mio nonno a cui ero legatissimo, e mentre consegnavo la rivista svenni per strada, immagino che fosse perché ero denutrito, ma anche per il dolore di questa nuova perdita. Entrambi i nonni erano di origine italiana: Alfred Pacino, da cui aveva preso il nome, era arrivato dall’Italia a inizio Novecento, l’altro, il papà della mamma, veniva da Corleone, cosa che scoprii solo dopo essere stato scritturato per Il padrino, ed era immigrato negli Stati Uniti a quattro anni, faceva l’imbianchino, aveva lavorato tutta la vita. Era un’anima bella e gli volevo un gran bene. Se sono ancora qui è grazie a lui, e non lo dimenticherò mai.

Continuai a recitare nel Village, facevo spettacoli per bambini al Theater East, recitavo in un piccolo locale di Soho, l’Actors Gallery, e poi arrivò finalmente la svolta: il copione de L’indiano vuole il Bronx, atto unico di Israel Horowitz. Con alcune pause venni portato in giro per un anno finché arrivai a Broadway, con me in scena c’era John Cazale. Eppure la produttrice di New York mi impose un provino nonostante avessi interpretato il personaggio in tutti i teatri di provincia, alla fine la spuntai. Era il 1968, quell’estate portarono lo spettacolo per due settimane al festival di Spoleto. “L’indiano vuole il Bronx fu il punto d’arrivo di un percorso che era iniziato quando mia madre aveva cominciato a portarmi al cinema da piccolo. E dopo niente fu più lo stesso”.

Faye Dunaway lo andai a vedere a teatro e lo consigliai al mio manager che rappresentava Judy Garland e Barbra Streisand, andai a Los Angeles a fare un provino con Franco Zeffirelli per Romeo e Giulietta, sembravo più giovane ma avevo comunque 27 anni.
Lo spettacolo successivo "Le tigri portano la cravatta?" mi valse il Tony Awards, a teatro mi vide Francis Ford Coppola, l’incontro che cambiò la mia vita. Il debutto cinematografico arrivò con Panico a Needle Park nel 1971 e quattro anni dopo, nel 1975, avevo già recitato in altri quattro film – Il padrino, Il padrino – Parte II, Serpico e Quel pomeriggio di un giorno da cani, che si affermarono non solo come successi al botteghino ma come pietre miliari nella storia del cinema.

Un pomeriggio ricevetti una telefonata. Dall’altro capo della linea sentii una voce che avevo quasi dimenticato: quella di Francis Coppola.
Per prima cosa mi disse che sarebbe stato lui a dirigere Il padrino. Pensai che stesse delirando. Com’era possibile che dessero a lui il romanzo di Mario Puzo? Era un grande successo, l’avevo letto anch’io e sapevo che non era da tutti ve**re coinvolti in un progetto del genere. E se sei un giovane attore cose del genere non le sogni neanche. Già avere una parte in un film ti sembra un miracolo. Il resto è storia del cinema.

Sonny boy è un libro ricchissimo di storie, il pranzo controvoglia che feci con Marlon Brando, aneddoti come l’incontro con Frank Serpico, considerazioni come quanto mi sentissi inadeguato sul set di Coppola, racconti di più di cinquant’anni di carriera cinematografica. Come quella volta che trovai un giovane regista alle prime armi, che manteneva un profilo basso un po’ come me, ma di cui parlavano tutti per una specie di film d’essai che io ancora non avevo visto e che si intitolava "Mean streets”. Le pagine più belle, più emozionanti però sono quelle della mia infanzia e della mia adolescenza nel South Bronx quando ero ancora Sonny Boy, come mi chiamava mia madre, circondato da ragazzi di strada. Ragazzi che portavano soprannomi come Bruce, Petey, Cliff, molti sono finiti in istituto o diventati tossicodipendenti. Io potevo essere uno di loro e invece ho incontrato il teatro. La storia del cinema ha avuto la sua stella e come sarebbe bello se il racconto di quell’infanzia nel Bronx un giorno diventasse cinema. Un film da regista di Al Pacino.

Al Pacino

14/05/2024

Mentre andava al lavoro nei campi un contadino sentì delle grida, vide un bambino che stava affogando lo tirò su e gli salvò la vita.
La sera alla porta sentì bussare era il padre del bambino:
che disse: "Cosa posso fare per mettermi in paro col destino?
Mi han riferito che lei ha un figlio che per gli studi è molto portato, la prego accetti che io lo mantenga fin quando non si sarà laureato".
E così, il figlio del contadino divenne un re della medicina... Alex Fleming era il suo nome colui che scoprì la penicillina
passano gli anni e il bambino che era stato tratto in salvo ormai è diventato un uomo importante
lo hanno eletto Deputato. Fu allora che prese una polmonite e si pensò non avesse scampo, ma la scoperta del Dottor Fleming lo riportò alla vita in un lampo.
Quel Deputato che era guarito fu poi il premier della Nazione, si chiamava Winston Churchill e di Adolf Hi**er fermò l'invasione.
Senza saperlo e con un sol gesto, quel misero contadino aveva salvato due volte il mondo, salvando due volte lo stesso bambino.

Web

02/04/2024
17/04/2023
13/04/2023

Mary Quant, stilista britannica conosciuta in tutto il mondo per aver inventato la minigonna, è morta a 93 anni. In un comunicato diffuso dalla famiglia si legge che si è spenta serenamente questa mattina nella sua casa del Surrey.

Nata a Blackheath, un sobborgo di Londra, l’11 febbraio 1930, pare che abbia inventato la minigonna nel 1963, ispirata all’automobile Mini. Grazie a Quant nella seconda metà del Novecento l’indumento femminile si è diffuso in tutto il mondo.

La stilista ha anche incarnato però l’intera rivoluzione che investì gli anni ‘60 e che ebbe il suo epicentro a Londra, o meglio nella «swinging London»: coetanei della minigonna furono anche i Beatles, George Best, la Mini Minor, la modella Twiggy.

Luoghi simbolo di quella rivoluzione furono Carnaby Street e King Road e accanto agli abiti che si accorciavano esplodevano anche i movimenti pacifisti e per la liberazione sessuale. Continua a leggere l’articolo sul Corriere 👉

09/04/2023

Oggi poi abbandononare la tua Tumba. Oggi è tempo di resurrezione. Alzate e cammina.

Photos 21/09/2022

Se non chiarisce tutti i dubbi, ne scioglie davvero moltissimi. Si tratta del volume «Giusto, sbagliato, dipende» dell’Accademia della Crusca edito da Mondadori. Nel quale si trovano risposte e curiosità sulla lingua italiana e anche qualche innovazione. Per esempio per quanto riguarda l'utilizzo di «ma però». E’ una delle prime regole grammaticali che si imparano a scuola: dire «ma però» è sbagliato, non si fa. Inutile ripetere lo stesso concetto, visto che trattasi di due congiunzioni avversative. Ma però – osserva l’Accademia della Crusca – non è esattamente così. Perché la congiunzione «ma» non ha sempre e solo valore avversativo-oppositivo, a volte ha anche significato avversativo-limitativo («Non è un bel film, ma vale la pena andarlo a vedere comunque»). Ecco perché il «ma» può essere affiancato da altri elementi affini come «però» che ne rinforzino il significato. Un esempio illustre? «Non era un conto che richiedesse una grande aritmetica; ma però c’era abbondantemente da fare una mangiatina» (Manzoni, Promessi Sposi, XVII) 👉 l'articolo completo sul sito del Corriere (📷 Archivio Corriere)

Photos 26/04/2022

The only difference between the ancient primitive human being and the modern human isn't the fact that the modern human is not primitive, rather he is a primitive with an high tech development.
Manuel Serantes Cristal

L'unica differenza tra l'uomo primitivo di un tempo e l'uomo d'oggi, non sta nel fatto che oggi l'uomo non sia primitivo, ma che è un primitivo con un alto sviluppo tecnologico.

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