06/10/2026
Nell’ultimo incontro di Melzo Incontra, domenica 27, ci si è interrogati insieme a Stefano Perlini, medico, professore e ricercatore, e Damiano Rizzi, psicologo clinico, psicoterapeuta, psico-oncologo e fondatore e presidente della Fondazione Solterre, sul concetto di dolore e sofferenza e su come sia possibile abitarli.
Entrambi, pur avendo una grande competenza tecnica nei rispettivi ambiti, hanno imparato nel loro percorso che, senza l’umanità, anche la migliore tecnica può essere fallace.
Perlini racconta l’incontro con una moglie e i suoi figli: stava curando il marito e padre, ma non ebbe la prontezza di chiamare in tempo la moglie per permetterle di vederlo un’ultima volta. Grazie a una collega, ha compreso quanto sia importante esserci anche umanamente. Nel momento più tragico, forse non ricorderemo esattamente le parole ricevute, ma ricorderemo la presenza di chi ci è stato accanto.
Per Rizzi, per poter abitare il dolore è necessario qualcuno, una rete di sostegno. Questo è particolarmente importante durante l’adolescenza, quando si inizia a confrontarsi con se stessi e a costruire la propria identità. Restare accanto a qualcuno rende il dolore più abitabile ed è una forma essenziale di cura, soprattutto quando la sofferenza non può essere eliminata.
La cura, infatti, non è soltanto terapia, ma anche capacità di costruire comunità, persino quando la terapia non è più possibile. Perlini sottolinea che curare significa procedere per tentativi ed errori e, a volte, mettere da parte i tecnicismi per permettere a ciascuno di fare la differenza.
La competenza tecnica resta fondamentale: ogni medico dovrebbe aspirare a essere il miglior professionista possibile. Ma sapere cosa fare non basta: bisogna anche accompagnare il paziente, essere presenti, essere umani.
È così che si contribuisce a costruire salute mentale e, attraverso di essa, un mondo più giusto, capace di abitare il dolore senza generarne altro.
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