30/06/2026
Parole di commiato
C'è una differenza, ci ha insegnato Recalcati, tra chi esercita una professione e chi risponde a una vocazione. Il professionista applica competenze; chi è chiamato, invece, si lascia attraversare da un desiderio che eccede ogni mansionario. Cinque donne, in tempi e luoghi diversi della scuola, hanno scelto questa seconda via: non hanno semplicemente "fatto" le insegnanti, sono state insegnanti, in un'identificazione che ha attraversato la vita intera.
Due di voi - Maria Ferrantello e Sara Salvo- hanno abitato la scuola dell'infanzia, quel luogo originario dove il bambino fa il suo primo incontro con un Altro che non sia la famiglia. È lì che si gioca qualcosa di decisivo: se l'adulto che accoglie saprà essere presenza che non soffoca e assenza che non abbandona, capace di quella "giusta distanza" che permette al desiderio di un figlio — anche se non è il proprio — di trovare la propria strada. Voi siete state questa presenza che apre il mondo senza sostituirsi ad esso.
Una di voi -Maria Genna- ha portato nella scuola primaria un sapere che si confronta con il mistero, con ciò che eccede la pura razionalità tecnica: l'educazione religiosa, quando è autentica, non impone risposte ma apre interrogativi, insegna che esiste un Altro orizzonte oltre l'utile e il misurabile.
Un'altra -Elvira Pomilia- ha accompagnato, anno dopo anno, la crescita cognitiva e umana dei suoi alunni nella scuola primaria, sapendo che insegnare non è trasmettere contenuti ma generare nell'altro il desiderio di sapere — quella "erotizzazione del sapere" di cui Recalcati parla, che è tutt'altro dalla pedagogia dell'addestramento.
E un'altra ancora- Giusi Martinico-ha incontrato, nella secondaria di primo grado l'età più difficile da abitare: l'adolescenza, che è perdita del corpo infantile e ricerca di un nuovo nome, di una nuova identità. In quegli anni di tempesta, dove il legame con la famiglia si fa conflitto necessario.
Voi siete state"testimonianza": non modelli da imitare, ma adulti che mostrano, con la propria vita, che esistono vie diverse per desiderare, per essere nel mondo, per non soccombere al proprio sintomo.
Il vostro insegnamento, quello vero, non è passato attraverso le parole pronunciate in classe, ma attraverso ciò che eravate mentre parlavate: la testimonianza è sempre incarnata, è il corpo dell'adulto che mostra che si può desiderare senza essere schiacciati dal proprio limite. Siete state, per i vostri alunni, quella funzione paterna e materna insieme che la psicoanalisi chiama "terza", capace di interrompere la pura diade per aprire al mondo, e insieme porto sicuro a cui tornare quando il mondo si faceva minaccioso.
Ora la vostra funzione nella scuola si conclude, ma — ed è qui il punto più vero — l'eredità che avete trasmesso non si misura in programmi svolti. Si misura in quel resto, in quell'eccedenza che ogni vero incontro educativo lascia: un desiderio acceso, una possibilità intravista, una fiducia nel fatto che si può crescere senza essere annientati. Questo resta, anche quando i nomi e i volti si confondono nella memoria dei vostri alunni: resta l'effetto della vostra presenza.
Vi auguriamo che questo nuovo tempo della vita sia ancora abitato dal desiderio — non quello legato a un ruolo, ma quello più profondo che vi ha fatto scegliere, ogni giorno, di essere ciò che siete state.