24/04/2026
Ci sono cose che non dovrebbero mai accadere.
E quando accadono, la prima cosa che la società fa è cercare un colpevole, una spiegazione veloce, una parola che chiuda tutto in fretta: pazzia.
Ma chiamare “pazza” una madre non è di certo comprensione. Anzi..
È un modo per prendere distanza.
“io non potrei mai” quindi non mi riguarda.
E invece ci riguarda.
Perché la tragedia di Catanzaro, cosi come purtroppo molte altre, racconta anche la fragilità della maternità, quella che spesso non si vede.
Quella che si consuma lentamente, senza rumore, dentro giornate piene e notti vuote passate ad osservare il buio, sedute e con la schiena a pezzi.
La maternità non è solo amore.
È anche stanchezza invisibile.
È l’obbligo continuo di saper fare.
Saper fare tutto.
Saper fare da sole.
Saper sopportare.
E la mancanza di sonno è devastante.
Non dormire una notte può essere duro, ma non dormire mai davvero, per settimane,mesi e anni, è come una goccia che scava la roccia.
Ogni giorno ti toglie qualcosa: pazienza, lucidità, energia, identità..
Finché quella roccia si sgretola.
E spesso si chiama “supporto” ciò che supporto non è.
Perché non è supporto dire: “tengo io il bambino, tu fai i servizi.”
Il supporto è dire: “occupati del tuo bambino, al resto penso io.”
Il supporto è proteggere, alleggerire, farsi carico davvero.
Supporto è capire che la vita cambia.
Che un’uscita alle cinque può essere una passeggiata, ma alle otto e mezza diventa una guerra contro il tempo, perché tuo figlio ha sonno e tu sei già stremata.
Supporto è capire che non è “esagerazione”, è realtà.
E poi c’è la coppia.
Che spesso non è più una coppia.
Diventa due genitori.
Due persone che si incastrano tra pannolini, pianti, routine, doveri.
E quella distanza silenziosa crea un’altra fragilità: sentirsi soli anche quando non lo si è.
C’è anche il corpo che cambia.
Un corpo che non riconosci più.
Dolori che non avevi mai provato.
E la fatica di guardarsi allo specchio e non sentirsi più se stessi.
E poi ci sono loro, i bambini.
Il pianto inconsolabile.
I capricci.
La frustrazione di non sapere cosa fare.
E quei sensi di colpa che si appoggiano sul cuore come macigni, ogni giorno.
E non può essere sempre vero che “chi non ha figli non può capire”.
Perché non serve essere genitori per comprendere la fatica.
Non serve vivere una tempesta per capire che chi ci sta dentro ha bisogno di aiuto, non di giudizio.
La società non ha cultura del chiedere aiuto.
Ma ancora peggio: la società non ha sensibilità nel guardare oltre.
Nel capire che certe tragedie non nascono in un momento, ma sono spesso il risultato di un crollo lento, ignorato, minimizzato, silenziato.
Una madre non dovrebbe arrivare a sentirsi intrappolata.
Non dovrebbe sentirsi sbagliata.
Non dovrebbe sentirsi sola.
E se una storia così ci fa paura, non dobbiamo chiudere gli occhi.
Dobbiamo imparare a vedere.
A chiedere: come stai davvero?
A offrire aiuto vero.
A normalizzare la terapia.
A smettere di pretendere che una donna sia madre, compagna, lavoratrice, impeccabile… senza mai cadere.
Perché la maternità è anche fragilità.
E la fragilità va guardata. Non per essere giudicata ma per essere accolta.
I figli sono l’amore più grande, più bello e più infinito che esista. Ed è proprio perché sono tutto, perché è un amore così totale, che una madre sola può finire per restare senza nulla.