28/07/2026
Nella relazione con i figli incontriamo noi stessi 🌿
🌿 «Tutto ciò che viene taciuto nella prima generazione, la seconda lo porta nel corpo.»
Françoise Dolto
Oggi una consulenza pedagogica mi ha riportata qui. A una riflessione che, nel tempo, continua a tornare davanti ai miei occhi e alla mia mente.
I figli e le figlie non risvegliano tutti le stesse parti di noi.
Lo fanno fin dai primi giorni di vita.
Non aspettano l’adolescenza.
Non aspettano i cosiddetti “capricci”.
Non aspettano che inizino a parlare.
Accade già nel modo in cui piangono.
Nel bisogno di contatto.
Nel sonno.
Nel ritmo con cui esplorano il mondo.
Nella loro sensibilità.
Nel loro temperamento.
Nel loro primo NO.
Ogni bambino e ogni bambina arrivano con un modo unico di abitare il mondo. Ed è proprio questa unicità che entra in relazione con la nostra storia.
Ci sono bambini che sembrano accordarsi con spontaneità al nostro modo di essere adulti. E altri che, senza alcuna intenzione di provocare, mettono continuamente in discussione il nostro modo di stare nella relazione.
Non perché siano “difficili”. Ma perché sono semplicemente sé stessi. E forse è proprio questo il punto: non è il bambino a essere difficile.
È il suo modo di stare al mondo che può rendere visibili parti dell’adulto rimaste, fino a quel momento, silenziose.
Una madre può sentirsi profondamente competente con un figlio e improvvisamente inadeguata con l’altro.
Un padre può vivere serenamente alcuni comportamenti con un bambino e sentirsi sopraffatto davanti agli stessi comportamenti messi in atto dal fratello o dalla sorella.
Proprio perché ciascun adulto porta con sé una storia educativa e relazionale diversa.
È per questo che anche all’interno della stessa famiglia i figli e le figlie possono evocare vissuti profondamente diversi. Non esiste “il figlio facile” e “il figlio difficile”: esistono incontri relazionali differenti, che fanno risuonare corde diverse della storia di ciascun adulto.
Perché nessuna relazione è neutra. Ogni relazione è l’incontro tra due storie. Due storie che portano con sé patrimoni biologici, esperienze, memorie, risorse e vulnerabilità.
Da una parte quella del bambino, con il suo patrimonio biologico, il suo temperamento, la sua sensibilità e il suo modo irripetibile di abitare il mondo.
Dall’altra quella dell’adulto, fatta di esperienze infantili, modelli educativi interiorizzati, ferite, risorse, paure, convinzioni, aspettative e memorie corporee.
È nell’incontro tra queste due storie che prende forma la relazione educativa. Ed è proprio lì che, a volte, alcune nostre reazioni ci sorprendono.
Perché ciò che ci fa perdere la calma, che ci sfinisce o ci disorienta non coincide sempre con ciò che il bambino sta facendo. Talvolta riguarda ciò che quella situazione risveglia dentro di noi. Memorie implicite custodite nel corpo, emozioni antiche che non sempre hanno trovato parole, ma che continuano ad abitare il nostro modo di sentire e di stare nelle relazioni.
Per questo il temperamento del bambino non è un problema da correggere. Può diventare uno specchio delicato che illumina parti della nostra storia ancora in attesa di essere comprese.
Non perché i figli e le figlie vengano al mondo per guarire i loro genitori. Questo non è il loro compito.
Ma perché la relazione con loro può diventare uno dei luoghi più profondi in cui un adulto incontra sé stesso e, talvolta, trova il coraggio di rinascere.
La frase di Françoise Dolto mi accompagna da tempo perché apre una riflessione preziosa: ciò che non trova parole in una generazione può continuare ad abitare il corpo, le emozioni e le relazioni di quella successiva.
Ed è per questo che, ogni volta che un adulto trova il coraggio di fermarsi, di osservarsi e di dare un nome a ciò che sente, sta già interrompendo una possibile trasmissione automatica.
Non per diventare un genitore perfetto. Ma per diventare un genitore sempre più consapevole.
Più autentico. Più coerente.
Più capace di stare accanto a quel bambino/a senza chiedergli, inconsapevolmente, di riparare ciò che appartiene alla propria storia.
Atelier della Pedagogista