14/08/2026
Trovo assurdo questo dilagare della richiesta di luoghi child-free, come se i bambini fossero un optional, qualcosa che si può scegliere di non avere intorno e che, possibilmente, chi li ha dovrebbe lasciare a casa.
Negli ultimi anni mi sembra si sia progressivamente normalizzata un’idea che trovo preoccupante: considerare i bambini come “altro” rispetto agli adulti, anziché come persone che fanno parte della società.
Sono madre da sei mesi, ma per 42 anni non ho mai percepito i bambini come qualcosa che avrei preferito non avere “tra i piedi”. Anzi, provo nostalgia per i bambini che giocavano per strada e nei cortili, per gli spazi fuori dalle pizzerie con scivoli e altalene, per quella presenza infantile diffusa che un tempo faceva semplicemente parte del paesaggio umano.
Forse una delle ragioni è che abbiamo progressivamente privatizzato l’infanzia.
Fino a non molti anni fa il bambino stava dentro la vita sociale: nel cortile, per strada, in piazza, al bar, al ristorante, nei negozi, a casa dei vicini.
E faceva quello che fanno i bambini: correva, giocava, rideva, piangeva, litigava, faceva rumore.
Eravamo semplicemente più abituati alla loro presenza. Il loro rumore faceva parte del rumore normale della società.
Oggi, invece, tendiamo sempre più a organizzare la vita per ambienti specializzati: luoghi in cui lavorare, altri in cui mangiare, rilassarsi o divertirsi. E anche il bambino viene progressivamente spostato negli “spazi per bambini”, come se la sua presenza negli altri posti richiedesse una giustificazione.
A questo probabilmente contribuisce anche il fatto che siamo una società sempre più anziana e con sempre meno figli. Se nella quotidianità incontriamo pochi bambini, perdiamo anche l’abitudine ai loro comportamenti. Ciò che un tempo era normale rumore di fondo può cominciare a essere percepito come un’intrusione.
E dunque, forse, il problema non è tanto il “child-free”. È l’idea che lo spazio comune debba essere modellato sul comfort dell’adulto. Dell’adulto autosufficiente, perché non deve infastidire gli altri.
Si corre il rischio di considerare un “disturbo” tutto ciò che esce da questo modello.
Oggi può infastidirci il bambino che piange. Domani potremmo essere noi a camminare troppo lentamente, ad avere bisogno di più tempo, a non riuscire a controllare perfettamente il nostro corpo.
Perché tutti siamo stati bambini e quasi nessuno resterà per sempre autonomo, efficiente e silenzioso.
Una società civile non è quella nella quale nessuno disturba nessuno.
È quella nella quale impariamo a convivere anche con ciò che non è costruito esattamente per il nostro comfort (perché non siamo il centro dell’universo, eh!!)