15/10/2026
Il giorno in cui tornai a casa
Latronico, dopo quarant’anni lontano dalla Basilicata.
Avevo vent’anni quando lasciai Latronico.
Ricordo ancora quella mattina di settembre. Mia madre si era alzata prima dell’alba per prepararmi qualcosa da mangiare durante il viaggio. Mio padre era rimasto in silenzio, seduto vicino alla finestra.
Dovevo partire per Milano. Avevo trovato lavoro in una fabbrica e, come tanti ragazzi della mia generazione, non avevo molte alternative.
Mia madre, prima di salutarmi, mi disse soltanto:
«Figlio mio, ovunque andrai, ricordati sempre da dove vieni.»
Le promisi che sarei tornato presto.
Ma la vita, qualche volta, prende strade diverse da quelle che immaginiamo.
Passarono gli anni. Il lavoro, il matrimonio, i figli, le responsabilità. Tornavo qualche volta per le vacanze, poi sempre meno.
I miei genitori se ne andarono uno dopo l’altro. E con loro sembrò spegnersi anche l’ultima ragione per tornare.
Fino a quando, un giorno, ormai in pensione, decisi di rivedere il mio paese.
Dopo quarant’anni dalla mia partenza, tornavo a Latronico senza sapere cosa avrei provato.
Quando vidi le montagne del Sirino, sentii qualcosa stringermi il petto.
Erano ancora lì. Immense, silenziose, familiari.
Arrivai davanti alla vecchia casa dei miei genitori. La porta era consumata dal tempo, le finestre chiuse, il cortile invaso dalle erbacce.
Tirai fuori dalla tasca una vecchia chiave.
La serratura oppose resistenza, poi finalmente si aprì.
Dentro c’era odore di casa chiusa, di legno antico e di ricordi.
Sul muro era ancora appeso il calendario che mia madre non aveva mai cambiato. In cucina c’era il tavolo dove mangiavamo tutti insieme.
Mi sedetti sulla stessa sedia dove sedeva mio padre.
E per un momento mi sembrò di sentirlo ancora.
«Allora, com’è andata oggi?»
Fu lì che piansi.
Non per la casa abbandonata. Non per gli anni trascorsi.
Piansi perché capii che avevo passato una vita intera a costruire un futuro lontano, mentre una parte di me era rimasta ferma in quella cucina.
Uscii e raggiunsi la piazza.
C’erano poche persone. Molti negozi avevano chiuso. I bambini che un tempo riempivano le strade erano diventati adulti, quasi tutti partiti come me.
Un anziano mi riconobbe.
«Ma tu sei il figlio di… Sei tornato finalmente!»
Ci abbracciammo senza aggiungere altro.
Quella sera rimasi a guardare il tramonto sulle montagne.
Pensai a quanti lucani, sparsi per il mondo, avrebbero voluto essere lì, anche soltanto per un’ora.
Per rivedere una strada, salutare un vecchio amico, ascoltare le campane del proprio paese.
E capii una cosa.
Non ero tornato soltanto a Latronico. Ero tornato da quel ragazzo di vent’anni che, con una valigia in mano, aveva promesso a sua madre che non avrebbe mai dimenticato casa.
Quella promessa, in fondo, l’avevo mantenuta.
Perché si può lasciare la propria terra per quarant’anni, ma ci sono luoghi che non ci lasciano mai.
La Basilicata è uno di questi.
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❤️ Dedicato a chi è partito, a chi è rimasto e a chi, almeno una volta nella vita, ha desiderato tornare a casa.
MeteoSirino – Le radici non si dimenticano
E voi, da quanti anni vivete lontano dalla vostra Basilicata? Qual è la cosa che vi manca di più?