26/09/2026
Una bellissima riflessione del nostro professore Giorgio Tintino
BENVENUTI NELL’EPOCA DEL NEOFEUDALESIMO
Pare che si sia tornati al Medioevo. Anche se adesso abbiamo lo smartphone, Amazon e il bonus condizionatori. La questione, però, è tremendamente seria.
Viviamo in una società nella quale la ricchezza è distribuita in maniera sempre più diseguale e nella quale una parte consistente della popolazione contribuisce al finanziamento dello Stato molto meno di quanto contribuisca un’altra parte. Come recentemente balzato agli onori della cronaca, il carico dell’IRPEF è fortemente concentrato e una parte rilevante dei contribuenti versa poco o nulla di imposta netta.
E qui arriva la domanda che, secondo me, dovremmo porci. Che cosa significa appartenere a una comunità?
Perché se io dalla comunità voglio tutto — la sanità, la scuola, le strade, i trasporti, la sicurezza, la giustizia, le pensioni, gli incentivi, i bonus, le infrastrutture, l'università, i servizi pubblici — ma quando arriva il momento di contribuire alla costruzione di tutto questo considero le tasse una specie di rapina a mano armata, abbiamo più di un problema. E il problema non é fiscale, ma culturale.
Perché le tasse, nel loro principio fondamentale, non sono il prezzo di ciò che compro per me. Sono il contributo che verso affinché esista qualcosa che non è soltanto mio. La scuola pubblica non serve soltanto ai miei figli. L'ospedale pubblico non serve soltanto a me. Una strada, una biblioteca, un tribunale, un'università, un servizio sociale non sono proprietà privata di chi li utilizza quel giorno. Sono il risultato di una cosa molto più antica e molto più importante: la comunità.
Chi ha di più contribuisce maggiormente non perché debba essere punito per aver avuto successo, ma perché il suo benessere può essere possibile proprio all'interno dello spazio garantito dalla comunità e quindi deve pagare anche per chi istruzione e sanità non se la può permettere.
Altrimenti succede quello che stiamo vedendo. Da una parte, chi può permettersi sanità privata, scuole private, università, assicurazioni, servizi e opportunità. Dall'altra, chi deve accontentarsi di ciò che resta. E nel mezzo una classe media che scopre una cosa piuttosto spiacevole: paga per il sistema, ma sempre più spesso ha l'impressione di ricevere indietro sempre meno.
E allora eccoci qui. Non più signori feudali e servi della gleba. Oggi abbiamo patrimoni, rendite, bonus, detrazioni, società, consulenze, professionisti, dipendenti, partite IVA e mille altri modi attraverso i quali la ricchezza può essere prodotta, protetta o trasferita. Ma il principio rischia di essere sorprendentemente simile: chi sta sopra accumula possibilità; chi sta sotto paga il prezzo della sopravvivenza del sistema.
Il vero problema, allora, non è soltanto quanto paghiamo di tasse. È chi paga, quanto paga e soprattutto che cosa pensa di dover restituire alla società che gli ha permesso di produrre quella ricchezza.
Prima della sua impresa c'erano una scuola che gli ha insegnato a leggere, una sanità che lo ha curato, strade sulle quali ha viaggiato, infrastrutture costruite da altri, università e ricerca finanziate collettivamente, tribunali che proteggono i suoi contratti, istituzioni che garantiscono la proprietà, lavoratori che producono e consumano. La ricchezza non nasce nel vuoto. Nasce dentro una società. E se la società produce la ricchezza, una parte di quella ricchezza deve necessariamente tornare alla società. Non per carità. Non per buonismo. Non per ideologia.
Perché altrimenti la comunità smette di essere una comunità e diventa semplicemente un'arena nella quale ciascuno cerca di prendere il più possibile dagli altri. E questa, forse, una delle varie facce del nostro nuovo neofeudalesimo: senza castelli ma con molti baroni che non pagano le tasse, ma le fanno pagare ai propri servi.
Ciao, miao, bau.