05/10/2026
Prendetevi cinque minuti e leggete, ascoltate – decidete voi - l’ultimo discorso di Pedro Sánchez da Presidente del governo spagnolo al palazzo della Moncloa.
Perché qui dentro c’è il riassunto esatto di otto anni di uno dei governi più longevi e impattanti sul nostro tempo non solo in Spagna ma in tutta Europa.
C’è la ragione stessa per cui è caduto.
C’è il senso profondo di cosa è – o dovrebbe essere – una politica, un governo e un leader progressista.
C’è l’eredità di quello che ha lasciato Pedro Sánchez in otto anni alla Moncloa.
E c’è anche il senso della minaccia rappresentata dall’onda nera all’orizzonte in Spagna, in Brasile, in Europa, in Italia, nel mondo intero e l’importanza storica di quello che accadrà alle elezioni spagnole del prossimo 29 novembre.
“Care cittadine e cari cittadini,
(…) In questa legislatura ci siamo trovati a gestire emergenze senza precedenti e a navigare in una situazione internazionale molto difficile, segnata da decisioni unilaterali, dalle tensioni commerciali, dalle crisi energetiche e dal ritorno della guerra in Europa e in Medio Oriente.
Abbiamo dovuto lavorare con un Congresso estremamente conflittuale, nel quale — assurdamente — molti confondono il «raggiungere accordi» con il «rinunciare» e il «bloccare» con il «vincere».
Abbiamo dovuto batterci contro élite economiche e sociali molto potenti, che non si presentano alle elezioni ma vogliono continuare a controllare il nostro Paese. E abbiamo dovuto fare i conti anche con la peggiore opposizione che la nostra democrazia abbia conosciuto.
Un’opposizione priva di senso dello Stato, che non ha mai smesso di mettere in discussione la legittimità del nostro sistema elettorale, di bloccare provvedimenti e votare contro politiche positive per il Paese, e di utilizzare il proprio potere nelle Comunità autonome per boicottare politiche utili alla gente comune.
Noi abbiamo trasferito a quei governi più risorse che mai perché costruissero case e investissero nella sanità, perché costruissero abitazioni. E loro hanno comprato attici e privatizzato ospedali.
(...)
Nel corso di questi tre anni, il nostro Paese è diventato l’economia che cresce di più e crea più occupazione nell’intera Unione Europea. Il potere d’acquisto dei nostri cittadini e delle nostre cittadine è aumentato tre volte più che in Francia e in Germania. E i nostri livelli di disuguaglianza e povertà, che continuano a essere elevati, sono scesi al minimo da quando esiste una serie storica che li registra.
Con impegno e dialogo siamo riusciti ad ampliare le borse di studio, i congedi di maternità e paternità, gli aiuti alle persone non autosufficienti e le prestazioni offerte dal Servizio Sanitario Nazionale. Abbiamo inoltre avviato una profonda modernizzazione della nostra industria attraverso il completamento dei fondi europei, i cosiddetti fondi Next Generation.
Abbiamo affrontato uno dei principali problemi del nostro Paese, vale a dire lo scarso sviluppo della trasformazione energetica e, quindi, della transizione ecologica, fino a fare in modo che più della metà della nostra energia provenga da fonti rinnovabili.
Abbiamo approvato misure coraggiose per promuovere il diritto costituzionale all’accesso alla casa. E ci siamo rifiutati di sacrificare il nostro Stato sociale sull’altare del 5%.
In definitiva, abbiamo fatto tutto ciò che era nelle nostre possibilità per difendere l’interesse degli spagnoli e delle spagnole. E, allo stesso tempo, nei limiti delle nostre possibilità, ci siamo impegnati per costruire un mondo migliore per i nostri connazionali e anche per il resto dell’umanità.
Sostenendo l’Ucraina, l’Unione Europea e le Nazioni Unite nei loro momenti più bui. Denunciando i genocidi e i loro responsabili mentre altri tacevano. Combattendo i tiranni, i tecno-oligarchi e anche gli speculatori che vogliono distruggere il futuro dei nostri figli e delle nostre figlie per riempirsi le tasche. Raddoppiando i nostri aiuti alla cooperazione internazionale mentre altri si vantavano di tagliarli con la loro motosega o di sacrificarli su quell’altare militare del 5% del PIL.
Tutto questo ha fatto del nostro Paese, ha fatto della Spagna, un punto di riferimento mondiale per la pace, il femminismo e la prosperità. E ci ha permesso di ottenere i migliori risultati economici, sociali e ambientali mai raggiunti da un governo democratico nel nostro Paese. I migliori.
(...)
So che in una parte di questa maggioranza sociale oggi c’è insoddisfazione. So che vi indigna vedere come i vostri interessi vengano calpestati in Parlamento a beneficio di pochi. So anche che noi stessi abbiamo commesso degli errori e non siamo riusciti a fare tutto ciò che ci eravamo proposti.
È vero che restano ancora molte ingiustizie da correggere. Molti traguardi sociali da conquistare. E molti problemi da risolvere, soprattutto sul terreno della disuguaglianza, dei servizi pubblici e dell’accesso alla casa. Ma la verità è che, per fare di più, abbiamo bisogno di rinnovare e ampliare il sostegno della gente.
Per affrontare fino in fondo le riforme ancora necessarie, affinché la cittadinanza possa riuscire a ridurre questi livelli di disuguaglianza, dobbiamo mobilitarci e fare in modo che il Parlamento ci dia una maggioranza molto più ampia, progressista, con la quale piegare le élite, conquistare nuovi progressi sociali e continuare a trasformare la Spagna.
Per questo, dopo aver informato, come previsto, il Capo dello Stato, ho deciso di convocare questa stessa mattina un Consiglio straordinario dei Ministri e delle Ministre per sciogliere le Cortes Generales e indire elezioni politiche che si terranno domenica 29 novembre, nel rispetto dei termini stabiliti dalla legge.
È arrivato dunque il momento che voi, spagnoli e spagnole, decidiate quale futuro volete per voi stessi e per il vostro Paese. Ora dipende da voi.
Basta guardare all’orizzonte per capire che il mondo si affaccia su un’epoca complessa, di trasformazione, di transizione. Un’epoca di fortissime tensioni. Di emergenza climatica. Di cambiamenti sociali e anche tecnologici, con un’intelligenza artificiale fortemente dirompente. Un’epoca, dunque, di grandi pericoli ma anche, se sapremo coglierle, di grandi opportunità.
Voi spagnoli e spagnole dovete decidere quale ruolo volete avere in quest’epoca. E anche quale ruolo volete che la Spagna vi svolga. Se desiderate unirvi a quell’ondata di estrema destra che produce arretramento ovunque governi. Oppure se desiderate che la Spagna continui a essere un baluardo di apertura, di giustizia sociale e di responsabilità ambientale.
Se volete che il nostro Paese torni indietro o continui ad avanzare. Se preferite avere un Governo che lavori nell’interesse della maggioranza sociale. Oppure se preferite consegnare le redini del Paese a una coalizione di estrema destra che non ha proposto nulla e il cui unico obiettivo è cancellare e ridurre i diritti e le libertà che abbiamo costruito in questi otto anni, per favorire i soliti: una minoranza privilegiata.
Io ho fiducia nei miei connazionali. Perché so che siete un popolo coraggioso e solidale, che diventa più forte davanti alle sfide e che non ha paura di essere l’unico o il primo a muoversi per stare dalla parte giusta della storia.
Per questo daremo tutto noi stessi. Per lavorare e meritare la vostra fiducia. Per tornare a suscitare entusiasmo. E per tornare a vincere.
Grazie mille”.
Speriamo che non sia l’ultimo della sua Storia politica.
Però, a prescindere da come andrà, nel momento della fine, nella dignità con cui si cade, c’è una lezione politica e di stile che anche qui da noi dovremmo prendere molto sul serio.