08/07/2026
Ho deciso di sfidare le leggi della termodinamica e del buon senso: sono andata all'Outlet di Serravalle in pieno periodo saldi.
Partiamo da un presupposto: non scrivo per leggere lamentele sui famigerati "tre mesi di vacanza".
Sono qui perché, quando il caldo ti stordisce, ti rimangono solo due opzioni: stare chiusi in casa a guardare il soffitto o armarsi di spirito da antropologa e ironia da disegnatrice (a tempo perso, ovvero quando non sto tentando, con scarso successo, di infilare un concetto logico in quelle piccole, meravigliose testoline che mi sono state affidate).
L'Outlet, dunque. Un parco divertimenti per chi vuole studiare il comportamento umano sotto stress da shopping compulsivo.
La prima cosa che ho notato? Le file chilometriche davanti a Fendi e Gucci. E qui l'antropologa in me si è fermata a riflettere: visto il costo medio di un capo in quei templi del lusso, è matematicamente certo che chi sta in coda non faccia il mio stesso mestiere.
Noi maestri, semmai, facciamo file di altro tipo: per fotocopiare schede, per aspettare che i colleghi liberino il bagno o per cercare disperatamente un pennarello che scriva ancora, anche per la segreteria che tiene aperto sempre quando siamo a lezione e chiuso quando abbiamo ricreazione.
Tra uno scaffale e l'altro, mi imbatto in una borsa. Il design? Discutibile. Il ma**co è in metallo, una forma strana, contorta. Uso Google Lens – l'alleato segreto di ogni insegnante curiosa – e scopro la verità: avrebbe dovuto essere un gatto.
Dico "avrebbe dovuto", perché somigliava in modo inquietante a uno dei gatti disegnati dai miei alunni in prima elementare. Non me ne vogliano gli stilisti, forse era arte concettuale? Forse era un omaggio all'ingenuità infantile? Peccato che costasse quanto il mio stipendio mensile più arretrati. Onestamente: se vogliono che occupi spazio nei miei cassetti, devono pagarmi profumatamente. E se vogliono che la porti in giro, devono pagarmi ancora di più.
E qui la vera scoperta della giornata: la borsa-gatto, con tutta la sua bizzarria, era in realtà un pezzo unico — un episodio isolato di follia creativa. Il resto, invece, raccontava tutt'altra storia: proseguendo tra le vetrine, ritrovo le stesse identiche borse, gli stessi borsellini, gli stessi abiti e gli stessi pantaloni, riproposti tali e quali da un negozio all'altro. Cambiava il marchio cucito sopra, cambiava il prezzo. La forma no.
Ma il picco del surrealismo l'ho raggiunto nel negozio Bialetti.
Prima tappa: il set caffè leopardato firmato Dolce & Gabbana. Ora, io sono una persona diplomatica, ma il leopardato mi fa un effetto quasi urticante. È come se la mia caffettiera avesse deciso di andare a una festa di paese in Brianza vestita da predatrice della savana.
Seconda tappa: la linea Bialetti dedicata a Bridgerton. Ho visto la serie, ho apprezzato l'esercizio di stile (la solita, eterna storia d'amore, riciclata con costumi diversi, un po' come quando rispiego le divisioni per la terza volta in una settimana). Ma quei fiori su fondo carta zucchero? Un effetto "zia ottantenne" che mancava solo il centrino all'uncinetto sotto la moka.
Sono tornata a casa sfinita, accaldata, ma con il mio taccuino mentale pieno. In fondo, la scuola mi ha insegnato questo: osservare, analizzare e, soprattutto, ridere di tutto quello che non riesco a capire. Anche se costa quanto uno stipendio.
Alla fine? Non ho comprato nulla. Il mio portafoglio ringrazia, ma la mia vena creativa è esplosa di gioia. Ho trasformato quella giornata in una pagina intera del mio minisketchbook, annotando quella che definirei la "Wunderkammer degli orrori concettuali" dei tempi moderni.
Grazie, Outlet di Serravalle: sei stato un museo a cielo aperto, un set fotografico di stranezze che nessuna lezione di arte potrebbe mai eguagliare. Ci tornerò, certamente. Voglio vedere quali altre amenità, quali altre "opere d'arte" incomprensibili ai comuni mortali (e a chi insegna la logica ai bambini) sfornerà il mercato.
Ma una promessa a me stessa l'ho fatta: la prossima spedizione antropologica la farò in un periodo meno torrido. Perché va bene studiare il genere umano, ma c'è un limite alla sopportazione che anche una maestra con molta pazienza non può superare.
P.S. Ci tengo a precisare che questi sono gusti personalissimi. Se siete fan del leopardato estremo o se pensate che una borsa con un gatto metallico sia l'apice del design contemporaneo, non vogliatemene: vi invidio quasi la capacità di vedere bellezza dove io vedo solo dubbi esistenziali. E per la cronaca: per quanto il brand sia prestigioso, resto della ferrea idea che non sia il prezzo a rendere bella una borsa, né un centrino floreale a rendere più buono il caffè. Ma, come dico spesso ai miei alunni, il mondo è bello perché è vario... anche se a volte è un po' discutibile!