12/01/2026
Fotografare il buio
Sono un fotografo subacqueo.
Da qualche anno, però, sto imparando ad andare in grotta.
Non come uno struzzo che infila la testa sotto terra, ma come uno speleologo: piano, con rispetto, accettando i limiti, imparando a stare basso, a rallentare, ad ascoltare, con quella sana umiltà che arriva quando capisci che lì sotto non comandi nulla.
Eppure, dal primo momento in cui ho messo davvero la testa sotto la terra, è successo qualcosa di familiare.
La stessa identica sensazione che provo sott’acqua: il bisogno di fotografare.
Non per dimostrare di esserci stato. Non per collezionare immagini. Ma per raccontare. Per portare fuori, alla luce del giorno, quello che normalmente resta nascosto, silenzioso, invisibile ai più.
Le grotte, nella mia memoria, non sono mai buie.
Non lo sono mai state.
Quando ci ripenso, le ricordo illuminate a giorno, come se la luce fosse già lì da sempre, intrecciata alla roccia, e noi arrivassimo solo per svegliarla. Il buio, semmai, è una condizione temporanea. Una tela nera. Necessaria.
Forse è per questo che, senza pensarci troppo, sono arrivato al light painting.
Dentro una grotta ho scoperto qualcosa che fuori succede raramente: una bellezza che non serve a niente.
Nessuno la vede. Nessuno la usa. Nessuno la giudica.
Il terraricamo, continuo a chiamarlo così, cresce goccia dopo goccia nel buio totale, senza pubblico e senza fretta, come un ricamo fatto per il puro piacere di esistere.
E allora, come fai a fotografarlo?
Non lo illumini, semplicemente.
Lo dipingi.
Perché fotografare in grotta non è un’operazione pulita.
È lenta, fisica, a tratti snervante.
Qualche bestemmia è volata, inevitabilmente. Non per rabbia vera, ma per scaricare tensione, per rimettere insieme il corpo quando sei piegato da troppo tempo, quando il cavalletto non sta dove dovrebbe stare, quando la luce fa esattamente l’opposto di quello che avevi in testa.
Il light painting non è “illuminare una grotta”. È il contrario.
È partire dal buio totale e decidere dove far esistere la luce.
La macchina fotografica è ferma, immobile, sul cavalletto. L’otturatore resta aperto a lungo. E tu ti muovi. Lentamente. Con una torcia in mano che diventa un pennello.
Passi la luce sulle pareti, la fai scivolare sulle colate, la accarezzi. Ti allontani per non bruciare i dettagli, la avvicini per far emergere un rilievo. Ogni gesto resta impresso. Ogni esitazione pure.
Il bello, e il difficile, è che non vedi subito il risultato.
Devi immaginarlo.
Devi fidarti.
Devi accettare che qualcosa andrà storto: un micromosso, un’ombra sbagliata, una zona troppo illuminata. Fa parte del gioco. Fa parte del posto.
Non stai cercando di vedere tutto.
Stai scegliendo cosa raccontare.
In pratica è un po’ come dire alla grotta:
“Tranquilla, non ti spoglio. Ti illumino solo dove vuoi farti vedere.”
Così ci siamo presentati sottoterra armati di macchina fotografica, cavalletto e luci. Poche cose, essenziali. Il resto lo fa il silenzio.
Ogni scatto è un dialogo lento. Si prova, si sbaglia, si rifà. C’è sempre qualcosa che non avevi previsto: una luce passata un attimo troppo in fretta, un’ombra che decide di stare dove non l’avevi invitata.
Siamo rimasti dentro cinque ore. Cinque ore vere, piene, dense.
Il tempo lì sotto non scorre: si deposita.
Lo senti addosso come il terriccio che entra ovunque, nelle maniche, nei capelli, sotto la maglietta, incollato alla pelle sudata. Odore di terra umida, di pietra fredda, di acqua ferma. Il respiro rimbalza nel casco, amplificato, e a un certo punto smetti di farci caso. Diventa parte del rumore di fondo, insieme al gocciolio lontano, regolare, ossessivo.
Ma va bene così.
In grotta, come sott’acqua, la perfezione è un concetto teorico.
I miei compagni, intanto, iniziano già a temere cosa li aspetta: tempi lunghi, attese, torce che vanno avanti e indietro, silenzi rotti da un: “Aspetta, rifacciamola”.
Qualcuno comincia a sospettare che questa storia della fotografia sia una scusa elegante per restare più a lungo sotto terra. Non hanno tutti i torti.
Perché fotografare in grotta ti obbliga a fermarti.
A guardare davvero.
A riconoscere che il buio non è il nemico, ma la condizione necessaria perché la luce abbia senso.
Alla fine gli scatti vengono fuori. Imperfetti ma vivi e sinceri.
Non raccontano tutto, e non devono farlo. Raccontano un incontro.
E quando torni fuori, sporco di terra e con gli occhi ancora pieni di quel bagliore lattiginoso, capisci che no:
non stai semplicemente imparando una nuova tecnica fotografica,
non stai solo imparando ad andare in grotta.
Stai imparando un nuovo modo di vedere.
Sott’acqua dipingo con la luce sospesa.
In grotta dipingo con il buio.
E in entrambi i casi, più che fotografare, provo solo a fare una cosa semplice ma difficile allo stesso tempo: ascoltare.
Amici Gruppo Grotte CAI Savona - Scuola Nazionale di Speleologia CAI