08/08/2026
COME IMPARARE A SCRIVERE SPENDENDO POCO (in undici punti)
di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione
Il primo punto è: non hai nessun bisogno di imparare a scrivere. Così come non avevi nessun bisogno di quella camicetta di lino écru che hai comperata al mercatino: «Venti euro! Un affarone!», ti sei detta; e poi non l’hai mai messa, la camicetta intristisce nell’armadio e quei venti euro non sono più nelle tue tasche. Non vogliamo dire che non sia una bella camicetta: è molto, molto bella. Ma: per come ti vesti tu, per le occasioni che hai di usare questo o quel capo, per i colori che tendi a combinare, per la voglia che hai di stirare, eccetera eccetera, sta di fatto che quell’acquisto potevi evitarlo: di quella camicetta non avevi nessun bisogno – o, più esattamente, non avevi per lei un desiderio vero e ragionato. Ora domandati: hai davvero bisogno di imparare a scrivere? Hai davvero un desiderio vero e ragionato di imparare a scrivere? Se ti rispondi «No», hai risparmiato in un colpo solo una botta di quattrini.
Il secondo punto è: non hai nessun bisogno di imparare a scrivere, perché tu sai già scrivere. Tutte quelle cose di cui parlano i manuali che hai sfogliati in libreria, o i programmi dei corsi in cui ti imbatti scrollando i social – il viaggio dell’eroe, la divisione in tre atti, la scrittura immersiva, lo «Show, don’t tell», eccetera – sono luoghi comuni, baggianate, specchietti per le allodole, trucchi per attrarre i citrulli. Tu sai già scrivere, perché il fuoco della scrittura arde dentro di te; e per scrivere pagine infiammate di bellezza non hai bisogno d’altro che di questo fuoco.
Il terzo punto è: per scrivere bisogna leggere, e a leggere si può andare in biblioteca. Se hai la fortuna di vivere in Emilia o in Trentino, poi, di biblioteche aperte a tutte le ore del giorno e della sera ne hai a bizzeffe. E poi, diciamocelo: leggere lì, nel silenzio della biblioteca, circondati da tutti quei libri, con a portata di mano il quaderno degli appunti e la penna biro, è l’ideale. Nessuno ti disturba (il telefono va spento, o almeno silenziato), nessuno ti interrompe, ma soprattutto: hai quella meravigliosa sensazione di essere lì, insieme a tante altre persone – non vi scambiate neanche mezza parola, ma siete comunque insieme –, a fare la cosa più bella del mondo: a studiare.
Il quarto punto è: per scrivere bisogna leggere, e leggere gratis non è mai stato facile come oggi. In rete si trova non solo di tutto, ma proprio tutto. Basta impegnarsi un po’. O, se non hai voglia di impegnarti nemmeno un po’ – o se sei negato per queste cose – puoi trovare un amico, una cugina, un nipote che invece ci dà dentro alla grande, ed è ben felice di procurarti qualunque cosa – dal sedicesimo volume della «Patrologia» del Migne all’ennesimo romanzetto femministic-pedagogico pubblicato da Nord o da Einaudi. Certo, ci sono di mezzo comportamenti un pelo illegali, ma: se ChatGPT o Anthropic possono incamerare impunemente milioni di libri, perché mai tu non potresti leggerne – a scopi squisitamente artistici – qualche centinaio?
Il quinto punto è: quando ti si è rotto lo scarico del lavello della cucina, che cosa hai fatto? Hai cercato un tutorial in YouTube, te lo sei studiato per benino, hai comperato giusto un paio di pezzi che andavano sostituiti, e ora il lavello scarica che neanche le cascate del Niagara. Di lezioni di scrittura creativa in rete ce n’è tante, tantissime, ce n’è addirittura troppe; ma è abbastanza facile capire se il video che stai guardando è effettivamente un video che insegna qualcosa o un video che cerca solo di convincerti che hai bisogno di comperare un corso di scrittura – se dopo un minuto il preteso docente non è entrato in argomento, puoi lasciar perdere. Peraltro il fatto che l’ottanta per cento delle lezioni sulla scrittura che trovi in YouTube dicano le stesse cose ti conforta nella tua profonda convinzione: che, alla fin fine, i trucchi del mestiere da imparare sono una mezza dozzina; e, per il resto, c’è il fuoco che arde dentro di te eccetera.
Il sesto punto è: ormai c’è un sacco di scrittrici e di scrittori facili da raggiungere. Li trovi nei social, li incontri ai festival. Non è detto che la maggior parte di loro sia disponibile a darti retta – vale il contrario, semmai – ma il gonzo che accetta di leggere il tuo scartafaccio e di dirti poi in un’email o al telefono che cosa gliene è parso, prima o poi lo trovi. L’importante è insistere. Certo, bisogna sp***arsi un po’, bisogna lavorare di complimenti, di adulazione, e «Maestro!» di qua e «Maestra!» di là – ma in fin dei conti questa è gente che è arrivata, che sta seduta comoda nella sua posizione, e sarebbe supremo egoismo da parte loro non dedicare un po’ di tempo a chi, in fondo, vuole solo sbatterli fuori e prendere il loro posto.
Il settimo punto è: l’hai visto, quell’orologio che si è comperato tuo cognato – il medico, no, non quello che lavora al catasto. L’hai visto, no? E lui te l’ha detto, quanto gli è costato, no? Eh già: te l’ha sbattuto in faccia, il prezzo che ha pagato. Eppure, al di là del nervosismo che queste esibizioni ti provocano, tu sai: a. che effettivamente il prezzo pagato (GPT lo conferma) è un ottimo prezzo, e b. che comunque un orologio come quello non è esattamente una spesa voluttuaria: è un investimento, come comperare Bot o Cct. Quindi, paradossalmente, tuo cognato ha speso un botto di soldi ma ha speso poco; anzi, portandosi in casa un oggetto il cui valore di mercato è un po’ superiore al prezzo che ha pagato, e aumenterà col tempo, ha fatto una spesa negativa: ha guadagnato. Questo per dire che spendere tanto o spendere poco non è questione di numeri e basta: bisogna capire per che cosa spendi, che cosa ottieni in cambio, e se il valore di ciò che comperi è destinato a diminuire o ad aumentare. E a questo punto, la domanda chiave: cinquecento euro o diecimila euro per un corso di scrittura, sono tanti o pochi? Non guardare le testimonianze in rete, né quella di X che dice che la scuola tale le ha cambiata la vita né quella di Y che dice che il suo corso è stato tutto competitività sfrenata e mobbing a manetta. Va’ in libreria, e guardati per bene i ringraziamenti – ormai li mettono tutti – alla fine dei romanzi. Troverai citati, al solito, parenti e amici e il titolare della friggitoria sottocasa, eccetera, ma troverai, abbastanza spesso, il ringraziamento a un insegnante di scrittura o a una scuola. Ecco: queste sono informazioni preziose.
L'ottavo punto è: non è detto che per frequentare un corso a pagamento sia proprio indispensabile pagarlo, o pagarlo del tutto. Ti consigliamo, in particolare, i corsi on line: la mancanza di un contatto fisico non solo con il docente, ma anche con l’impiegata dell’amministrazione, rende più semplice il tutto. Dunque: iscriviti; se c’è da pagare un piccolo acconto, pagalo. Eventualmente, chiedi di concordare una rateazione. Poi, quando viene il momento, semplicemente non pagare. Se riceverai dei solleciti, rispondi scusandoti e assicurando che certamente pagherai. Puoi anche allegare dei motivi per il tuo ritardo: l’app della tua banca che dà i numeri, una momentanea aridità del tuo conto corrente («Sa, sono una partita iva, i clienti pagano quando vogliono, so che lei mi capisce…»), il promemoria che ti è stato spedito ma è finito nello spam, eccetera eccetera. L’importante è rispondere sempre, e non dire mai che non hai nessuna intenzione di pagare. Poi, quando il corso finisce, tu sparisci. Nessuno ti farà mai un’ingiunzione di pagamento per tre, cinque, settecento euro. Nessuno ti farà mai causa. Puoi dormire sonni tranquilli.
Il nono punto è: tu sei il prossimo genio della letteratura italiana, p***a paletta!, perché mai dovresti pagare? Sei cresciuto in una famiglia disagiata, in casa tua gli unici libri che c’erano erano l’elenco del telefono e il catalogo del «Postalmarket», i libri di scuola eri costretto a rubarli ai mercatini dell’usato (e non erano mai quelli giusti, quindi disagio anche a scuola): «Voi, signore e signori delle scuole di scrittura, che cosa volete da me?». Puoi fare la voce grossa: «Dite che il vostro scopo è far emergere talenti, è dare opportunità, è tenere alta la bandiera della letteratura in questo mondo sommerso dal liquame dello storytelling e dell’i.a.ese, e poi subordinate il vostro dedicarvi a tali nobili scopi, nei miei confronti, alla messa in campo di un tot di bigliettoni? Ma non vi accorgete dell’incoerenza? Ma non vi vergognate? Fate pagare tutti quei disgraziati senza talento che vogliono soltanto essere tenuti nell’illusione di avercene almeno una scintilla, e date invece a me, che sono il prossimo genio della letteratura italiana, l’unica cosa che non posso darmi da me: un’opportunità». Magari funziona. L’importante è che tu non abbia nessun dubbio su di te, e che non ti scappi da ridere mentre dici (o scrivi) queste cose.
Il decimo punto è: qualcuno che crede in te ci sarà, no? Una fidanzata, un fidanzato, una moglie, un marito, una mamma, un cugino, un professore del liceo che ancora di tanto in tanto frequenti, eccetera. Se c’è qualcuno che crede in te, mettilo alla prova: «C’è da pagare un corso», digli, «che potrà finalmente cambiare la mia vita». Potresti perdere delle amicizie – ma che si riveleranno istantaneamente, nel loro perdersi, delle amicizie che avresti fatto meglio a non iniziare né coltivare.
L'undicesimo punto è: tutti i precedenti dieci, insieme. Perché la vita dello scroccone non è quella che si immagina chi non ha provato mai a scroccare davvero: la vita dello scroccone – come quella dello scioperato – richiede applicazione, fantasia, tempo, intelligenza, perfino fatica. E, non tutti hanno la tempra di Wilkins Micawber (come! Non hai letto «David Copperfield»?), non tutti sanno affrontare le difficoltà dicendosi «Qualcosa salterà fuori». L’ostinato signor Keraban, protagonista dell’omonimo romanzo di Jules Verne (uno dei meno letti di questo autore, ma uno dei più divertenti), non volle pagare la tassa imposta dalle autorità per l’attraversamento del Bosforo (lui aveva la sua villa nella Costantinopoli greca, e i magazzini – era un commerciante di tabacco – in quella turca); pertanto decise di tornare a casa facendo il giro del Mar Nero. Un tragitto d’un quarto d’ora diventò così un viaggio di migliaia di chilometri; e per risparmiare due monete Keraban spese una fortuna. Prova a domandarti, anche solo per un momento, se il tuo voler spendere poco per imparare a scrivere sia una decisione saggia o una kerabanata.
A questo punto vi aspetterete che vi dica che il «Laboratorio annuale» della Bottega di narrazione è sempre un buon investimento, che il costo – rispetto a ciò che chiedono altre scuole– è straordinariamente contenuto, che in fondo in Bottega si riceve sempre (in formazione) molto più di quanto si dà (in quattrini). Ebbene: no, queste cose, benché siano vere, non ve le dirò. Però nel primo commento c’è il link al programma completo.
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