Coaching Narrativo

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Coaching Narrativo Il Coaching Narrativo ci aiuta a migliorare la vita, trasformando il futuro desiderato in obiettivi

Coaching Narrativo - Percorsi di Coaching & Counselling a cura di Paolo Lorenzo Salvi. Dal confronto con i principi guida del Counselling narrativo ed i criteri di riferimento dello Storytelling, ho creato un percorso di “Coaching Narrativo” originale e creativo, capace di generare apprendimento ed esperienze di comunicazione distintive. Rifacendomi ai miei studi, alla mia rielaborazione ed alla mia esperienza, riconduco il percorso di coaching individuale all’avventura dell’eroe, il quale non agisce solo per sé stesso ma per il suo nucleo ristretto o la comunità cui appartiene. Le persone si raccontano attraverso i loro progetti e le loro storie, per un “ben-essere” più esteso e una migliore qualità della vita.

Può un gesto semplice creare connessione quasi all’istante?In un team con cui ho lavorato, prima di ogni riunione import...
09/10/2026

Può un gesto semplice creare connessione quasi all’istante?

In un team con cui ho lavorato, prima di ogni riunione importante c’era un piccolo rituale: per qualche minuto, ognuno condivideva una cosa che aveva funzionato e una difficoltà che stava attraversando.

Niente slide, niente analisi, niente tentativo di risolvere subito. Solo un momento per riconoscersi dentro qualcosa che, in quel preciso momento, si stava vivendo insieme.

Ed è proprio lì che succedeva qualcosa di interessante.
Il rituale creava connessione in modo quasi immediato. Abbassava le distanze, rendeva più facile ascoltarsi e riportava il gruppo nel qui e ora. Non eravamo più soltanto persone con ruoli, obiettivi e responsabilità diverse. Eravamo un team che stava condividendo lo stesso momento.

Credo che il valore dei rituali di squadra stia soprattutto qui: non nell’azione in sé, ma nel significato che quella ripetizione costruisce nel tempo. Un gesto semplice può diventare un punto di riferimento comune, un modo per ricordarsi chi siamo insieme prima ancora di ciò che dobbiamo fare.

Nel Coaching di team osservo spesso quanto questa qualità di presenza influenzi poi tutto il resto: il modo in cui ci si ascolta, si affrontano le difficoltà, si prendono decisioni e si regge la pressione.

Perché prima della performance viene la connessione. E a volte basta davvero poco per ritrovarla. Quale piccolo rituale potrebbe aiutare il tuo team a sentirsi più presente, connesso e parte della stessa esperienza?

La vulnerabilità non è debolezza: è la nostra misura più accurata del coraggio. - Brené Brown
08/10/2026

La vulnerabilità non è debolezza: è la nostra misura più accurata del coraggio. - Brené Brown

Chiedere aiuto non ci rende più fragili. Ci rende più consapevoli.Ci sono momenti che accomunano tutti: periodi in cui l...
07/10/2026

Chiedere aiuto non ci rende più fragili. Ci rende più consapevoli.

Ci sono momenti che accomunano tutti: periodi in cui le energie diminuiscono, le certezze vacillano, una situazione diventa più complessa di quanto avevamo previsto.

Possiamo sentirci vulnerabili, confusi, meno capaci di trovare da soli la strada. Non è un’eccezione alla vita adulta. Ne fa parte.

Eppure proprio in quei momenti può emergere una convinzione molto radicata: devo farcela da solo. Come se chiedere aiuto significasse perdere autonomia, mostrare un limite o ammettere di non essere abbastanza forti. Nel coaching incontro spesso persone molto competenti che continuano a cercare dentro di sé risorse che, in quel momento, avrebbero bisogno di trovare anche nella relazione con qualcun altro.

Chiedere supporto è invece un comportamento adulto e funzionale. Significa riconoscere ciò che sta accadendo, valutare le risorse disponibili e capire quando è utile aprirsi a un confronto, a un’esperienza diversa, a una presenza capace di aiutarci a vedere ciò che da soli non riusciamo più a vedere. È anche una forma di intelligenza adattiva: non insistere sempre con la stessa risposta, ma modificare il proprio modo di affrontare una situazione quando il contesto lo richiede.

Chiudersi, al contrario, può farci restare molto più a lungo dentro il disagio. Continuare a pensare di dover possedere sempre tutte le risposte non aumenta necessariamente la nostra forza; a volte ci impedisce semplicemente di utilizzare quelle che esistono intorno a noi.

Per questo la domanda non è soltanto: “Sono abbastanza forte da farcela da solo?”

Forse è più utile chiedersi: “Di quale aiuto ho bisogno, e cosa mi impedisce di chiederlo?”

Cosa succede alla tua attenzione nei minuti prima di una prestazione importante? Un esame. Una gara. Una presentazione.S...
02/10/2026

Cosa succede alla tua attenzione nei minuti prima di una prestazione importante? Un esame. Una gara. Una presentazione.
Situazioni diverse, ma con qualcosa in comune: proprio prima del momento chiave, la mente può riempirsi di aspettative, scenari, dubbi, tensioni.
Prepararsi mentalmente non significa eliminare questi pensieri né cercare di controllare tutto. Significa, piuttosto, arrivare a quel momento con maggiore presenza.

Può voler dire:
🔸 riportare l’attenzione su ciò che dipende da noi
🔸 distinguere la preparazione dalla preoccupazione
🔸 riconoscere l’attivazione senza lasciarsene trascinare
🔸 evitare di vivere troppo presto il risultato nella propria mente
🔸 avere un punto di riferimento a cui tornare quando l’attenzione si disperde

Prima di una prestazione importante, infatti, non conta solo ciò che pensiamo. Conta anche dove stiamo mettendo la nostra attenzione.
Siamo già proiettati nel risultato?
Stiamo immaginando cosa potrebbe andare storto?
Oppure riusciamo a restare abbastanza vicini a ciò che possiamo fare qui e ora?
La preparazione tecnica ci aiuta a sapere cosa fare. Quella mentale può aiutarci a esserci davvero quando arriva il momento di farlo.
Prima di una prestazione importante, dove va più facilmente la tua attenzione?

Nella mente del principiante ci sono molte possibilità, in quella dell'esperto poche. - Shunryu Suzuki
01/10/2026

Nella mente del principiante ci sono molte possibilità, in quella dell'esperto poche. - Shunryu Suzuki

Quante volte smettiamo di imparare non perché ci manca la capacità, ma perché continuiamo a pensare nello stesso modo?La...
30/09/2026

Quante volte smettiamo di imparare non perché ci manca la capacità, ma perché continuiamo a pensare nello stesso modo?
La comfort zone non riguarda solo ciò che facciamo. Esiste anche una comfort zone cognitiva: l’insieme di idee, convinzioni e interpretazioni che conosciamo così bene da non accorgerci più che potrebbero essere messe in discussione.
Succede quando pensiamo:
“Questa cosa non fa per me.”
“Ho sempre fatto così e ha sempre funzionato.”
“Alla mia età è più difficile cambiare.”
“Se devo chiedere aiuto, significa che non sono abbastanza competente.”
“Prima devo sentirmi pronto, poi posso provare.”
Il problema è che, quando un pensiero diventa familiare, rischiamo di trattarlo come un fatto.

La capacità di imparare comincia anche da qui: potersi accorgere dei propri schemi e chiedersi se ci permettono di apprendere ancora oppure se stanno semplicemente proteggendo ciò che sappiamo già.
Apprendere non significa soltanto aggiungere nuove competenze. A volte significa lasciare andare un’idea che fino a ieri ci sembrava vera, provare una strada diversa, accettare di non sapere ancora.

Per continuare a imparare, quindi, non basta uscire dalla propria comfort zone comportamentale. Bisogna essere disposti, ogni tanto, a uscire anche da quella mentale. Qual è un pensiero che oggi potrebbe limitare la tua capacità di imparare qualcosa di nuovo?

Scopri di più su www.coachingnarrativo.it

Le tue competenze hanno valore. Ma è il modo in cui lavori con gli altri che permette loro di esprimersi davvero.Puoi es...
25/09/2026

Le tue competenze hanno valore. Ma è il modo in cui lavori con gli altri che permette loro di esprimersi davvero.

Puoi essere molto preparato, avere esperienza, idee solide e una forte capacità decisionale. Ma, nel lavoro quotidiano, quasi nessuna competenza produce risultati da sola. Ha bisogno di passare attraverso relazioni, conversazioni, confronti, fiducia e collaborazione.

È lì che una competenza forte può diventare davvero utile agli altri.
Lo vedo spesso anche nello sport. Un atleta può avere qualità tecniche eccellenti, ma dentro una squadra il valore emerge davvero quando sa leggere gli altri, comunicare, coordinarsi, fidarsi e mettere la propria forza al servizio del gioco comune. Succede lo stesso nei team.

Una persona molto competente può generare valore oppure creare distanza. Può aiutare gli altri a crescere oppure irrigidire il confronto. Può usare ciò che sa per costruire oppure per difendere il proprio spazio. Per questo, nel Coaching, considero la capacità relazionale non come qualcosa che viene “dopo” le competenze tecniche, ma come ciò che permette loro di moltiplicarsi.

La domanda allora non è soltanto: «quanto sono competente?»
È anche:
«quanto il mio modo di relazionarmi permette alle mie competenze di diventare utili, condivisibili e generative per gli altri?»

Perché il valore non sta solo in ciò che sai fare.
Sta anche in ciò che riesci a far accadere insieme agli altri. 💡

Scopri di più su: https://www.coachingnarrativo.it/

Il regalo più prezioso che possiamo offrire a qualcuno è la nostra attenzione. - Thich Nhat Hanh
24/09/2026

Il regalo più prezioso che possiamo offrire a qualcuno è la nostra attenzione.
- Thich Nhat Hanh

Quante decisioni prendi davvero “da presente” e quante, invece, quasi in automatico?Essere presenti non significa avere ...
23/09/2026

Quante decisioni prendi davvero “da presente” e quante, invece, quasi in automatico?

Essere presenti non significa avere la mente vuota o essere sempre perfettamente concentrati. Significa accorgersi di ciò che sta guidando la nostra attenzione mentre stiamo per scegliere.

Quando siamo sotto pressione, distratti o presi da un’emozione, possiamo rispondere molto velocemente. A volte però non stiamo davvero scegliendo: stiamo seguendo un’abitudine, un pensiero, un impulso o semplicemente la prima risposta disponibile.
La presenza crea un piccolo spazio.

È un po’ come avere il parabrezza pulito mentre guidiamo: non cambia la strada, ma ci permette di vederla meglio e di decidere come affrontarla.

A volte bastano pochi secondi.
- Un respiro prima di rispondere.
- Una pausa prima di dire sì.
- Una domanda prima di reagire:
“Dove si trova la mia attenzione, in questo momento?”

E subito dopo:
“Che cosa conta davvero adesso?”

È in questo passaggio che possiamo recuperare una possibilità di scelta.
Non si tratta quindi di controllare continuamente la mente, ma di imparare ad accorgerci di ciò che ci sta guidando e, quando possibile, scegliere dove portare la nostra attenzione.
Allenare la presenza significa anche questo: creare piccole occasioni quotidiane in cui passare dalla reazione alla direzione.

Ti capita mai di accorgerti solo dopo di aver risposto, deciso o agito troppo in fretta? Oggi prova a introdurre una piccola pausa prima di una decisione importante e osserva cosa cambia.

Un team creativo non è semplicemente un gruppo di persone creative. È un gruppo capace di mettere insieme competenze div...
18/09/2026

Un team creativo non è semplicemente un gruppo di persone creative. È un gruppo capace di mettere insieme competenze diverse, punti di vista differenti e modi non identici di leggere lo stesso problema. È lì che iniziano a nascere connessioni nuove.

Una persona porta esperienza tecnica, un'altra vede il cliente, un'altra ancora coglie un rischio, una possibilità o una soluzione che gli altri non avevano considerato. La creatività collettiva nasce proprio da questo incontro.

Ma la diversità, da sola, non basta. Se le persone hanno paura di esporsi, se temono il giudizio o se ogni idea viene valutata troppo presto, il team smette di esplorare e torna rapidamente verso ciò che conosce già. Per questo brainstorming, confronto e feedback funzionano davvero solo quando esiste una sufficiente sicurezza psicologica: uno spazio in cui si possa proporre un'idea ancora incompleta, dissentire, fare una domanda scomoda o migliorare il contributo di un collega senza che questo venga vissuto come un attacco personale.

Anche il feedback, allora, cambia funzione. Non serve a dire chi ha ragione. Serve a far evolvere un'idea. Nel mio lavoro con i team considero questo un vero allenamento: imparare prima a generare senza giudicare, poi a selezionare; ascoltare punti di vista lontani dal proprio; chiedere "che cosa possiamo aggiungere?" prima di spiegare perché qualcosa non funzionerà; trasformare il dissenso in materiale di lavoro.

La creatività di un team non si misura dal numero di idee prodotte in una riunione. Si vede dalla capacità di far incontrare differenze, farle dialogare e trasformarle in qualcosa che nessuno, da solo, avrebbe prodotto. Ed è forse questa la domanda più interessante: nel tuo team le persone portano davvero punti di vista diversi o hanno imparato, nel tempo, a dire soprattutto ciò che è più sicuro dire?

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