26/09/2026
𝗥𝗜𝗦𝗖𝗥𝗜𝗩𝗘𝗥𝗘 𝗟𝗔 𝗡𝗢𝗦𝗧𝗥𝗔 𝗦𝗧𝗢𝗥𝗜𝗔
In un post precedente avevo posto una domanda:
«Cosa mi hanno dato le persone che ho amato?»
Ho ricevuto moltissimi commenti. Alcuni parlavano di amore, di crescita, di consapevolezza.
Ma moltissimi dicevano: *niente*, *delusione*, *sofferenza*, *amarezza*, *dolore*.
Ho letto quelle parole e mi sono fermata.
Perché dietro un «niente» spesso c'è una storia che fa ancora male. E non voglio rispondere a quel dolore dicendo che ciò che abbiamo vissuto era un dono. Ci sono persone che non ci hanno amato come avremmo avuto bisogno, relazioni che ci hanno ferito, assenze che hanno lasciato vuoti profondi. Questo va riconosciuto, non addolcito.
Ma esiste un momento, nel cammino interiore, in cui possiamo tornare a guardare ciò che è accaduto da un luogo diverso.
𝗡𝗢𝗡 𝗣𝗢𝗦𝗦𝗜𝗔𝗠𝗢 𝗖𝗔𝗠𝗕𝗜𝗔𝗥𝗘 𝗜 𝗙𝗔𝗧𝗧𝗜.
𝗣𝗢𝗦𝗦𝗜𝗔𝗠𝗢 𝗖𝗔𝗠𝗕𝗜𝗔𝗥𝗘 𝗜𝗟 𝗠𝗢𝗗𝗢 𝗜𝗡 𝗖𝗨𝗜 𝗤𝗨𝗘𝗜 𝗙𝗔𝗧𝗧𝗜 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗜𝗡𝗨𝗔𝗡𝗢 𝗔 𝗩𝗜𝗩𝗘𝗥𝗘 𝗗𝗘𝗡𝗧𝗥𝗢 𝗗𝗜 𝗡𝗢𝗜.
Io l'ho sperimentato con mia madre. Per molti, moltissimi anni ho portato dentro di me la sofferenza di non aver ricevuto da lei l'amore di cui avevo bisogno. Quella mancanza sembrava essere tutta la mia verità.
Poi, lentamente, ho iniziato a vedere altro.
Quella stessa esperienza mi aveva messa in cammino. Mi aveva resa una guerriera in cerca dell'Amore, una donna che non aveva smesso di crederci proprio perché ne aveva conosciuto l'assenza. E la ricerca mi ha portata sempre più lontano dal bisogno di trovarlo negli altri e sempre più vicino alla possibilità di incontrarlo dentro di me.
La realtà non era cambiata. 𝗘𝗥𝗔 𝗖𝗔𝗠𝗕𝗜𝗔𝗧𝗢 𝗜𝗟 𝗠𝗜𝗢 𝗦𝗚𝗨𝗔𝗥𝗗𝗢, 𝗘 𝗖𝗢𝗡 𝗘𝗦𝗦𝗢 𝗜𝗟 𝗦𝗜𝗚𝗡𝗜𝗙𝗜𝗖𝗔𝗧𝗢 𝗗𝗜 𝗖𝗜𝗢̀ 𝗖𝗛𝗘 𝗔𝗩𝗘𝗩𝗢 𝗩𝗜𝗦𝗦𝗨𝗧𝗢.
E questo può accadere anche nelle storie degli altri.
Un padre che ci ha abbandonato può aver lasciato dentro di noi la convinzione di non essere abbastanza importanti per essere amati. Ma, rileggendo la nostra vita, possiamo riconoscere anche ciò che abbiamo costruito partendo da quell'assenza: la nostra indipendenza, la capacità di cavarcela da soli, la creatività con cui abbiamo imparato a trovare strade dove non ce n'erano.
𝗡𝗢𝗡 𝗣𝗘𝗥𝗖𝗛𝗘́ 𝗤𝗨𝗘𝗟𝗟’𝗔𝗦𝗦𝗘𝗡𝗭𝗔 𝗙𝗢𝗦𝗦𝗘 𝗨𝗡 𝗗𝗢𝗡𝗢, 𝗠𝗔 𝗣𝗘𝗥𝗖𝗛𝗘́ 𝗗𝗔 𝗤𝗨𝗘𝗟𝗟’𝗔𝗦𝗦𝗘𝗡𝗭𝗔 𝗔𝗕𝗕𝗜𝗔𝗠𝗢 𝗜𝗠𝗣𝗔𝗥𝗔𝗧𝗢 𝗔 𝗖𝗢𝗦𝗧𝗥𝗨𝗜𝗥𝗘 𝗤𝗨𝗔𝗟𝗖𝗢𝗦𝗔 𝗗𝗜 𝗡𝗢𝗦𝗧𝗥𝗢.
Una persona che ci ha tradito può averci lasciato una profonda sfiducia. Possiamo passare anni a proteggerci da nuove delusioni, fino a scoprire che quella protezione ci impedisce anche di vivere pienamente le relazioni. Riscrivere quella storia può significare imparare nuovamente a fidarci, non di tutti, ma prima di tutto di noi stessi: della nostra capacità di scegliere, di riconoscere ciò che ci fa bene e di allontanarci da ciò che ci fa male.
Chi ha vissuto una relazione in cui si è sentito continuamente svalutato può aver iniziato a pensare di valere poco. Rileggere quella storia può portarlo a vedere quanta energia ha speso per cercare di essere riconosciuto e, proprio da lì, iniziare a riconoscere il proprio valore senza aspettare più che sia qualcun altro a stabilirlo.
Una madre o un padre emotivamente lontano possono averci insegnato, nostro malgrado, a non chiedere, a non mostrare ciò che sentiamo, a fare tutto da soli. Da adulti possiamo accorgerci che quella forza che ci ha protetto per tanto tempo è diventata anche una prigione. E possiamo imparare a lasciar entrare gli altri senza perdere noi stessi.
Questa è la trasformazione.
Non dire che il male era bene. Non trovare a tutti i costi una lezione nella sofferenza.
𝗥𝗜𝗖𝗢𝗡𝗢𝗦𝗖𝗘𝗥𝗘 𝗖𝗜𝗢̀ 𝗖𝗛𝗘 𝗘̀ 𝗡𝗔𝗧𝗢 𝗜𝗡 𝗡𝗢𝗜 𝗔𝗧𝗧𝗥𝗔𝗩𝗘𝗥𝗦𝗢 𝗖𝗜𝗢̀ 𝗖𝗛𝗘 𝗔𝗕𝗕𝗜𝗔𝗠𝗢 𝗩𝗜𝗦𝗦𝗨𝗧𝗢 𝗘 𝗦𝗖𝗘𝗚𝗟𝗜𝗘𝗥𝗘 𝗖𝗢𝗡𝗦𝗔𝗣𝗘𝗩𝗢𝗟𝗠𝗘𝗡𝗧𝗘 𝗖𝗛𝗘 𝗖𝗢𝗦𝗔 𝗙𝗔𝗥𝗡𝗘.
Perché noi siamo relazione. Siamo la relazione con le persone che abbiamo amato, con le nostre emozioni, con le nostre ferite, con la nostra memoria. E cambiare il nostro rapporto con ciò che abbiamo vissuto significa cambiare qualcosa anche nel modo in cui abitiamo il presente.
La coscienza può fare questo: tornare là dove eravamo rimasti prigionieri di un significato e aprire uno spazio nuovo.
Il dono non era necessariamente nascosto dentro ciò che l'altro ci ha fatto.
𝗜𝗟 𝗗𝗢𝗡𝗢 𝗣𝗨𝗢̀ 𝗡𝗔𝗦𝗖𝗘𝗥𝗘 𝗗𝗔 𝗖𝗜𝗢̀ 𝗖𝗛𝗘 𝗡𝗢𝗜, 𝗡𝗘𝗟 𝗧𝗘𝗠𝗣𝗢, 𝗦𝗖𝗘𝗚𝗟𝗜𝗔𝗠𝗢 𝗗𝗜 𝗙𝗔𝗥𝗡𝗘.
Per questo, ai tanti che hanno scritto *«solo dolore»*, *«solo delusione»*, *«niente»*, non voglio dire di cambiare la loro risposta.
Vorrei solo invitarli a non considerarla necessariamente l'ultima.
𝗣𝗢𝗦𝗦𝗜𝗔𝗠𝗢 𝗧𝗢𝗥𝗡𝗔𝗥𝗘 𝗡𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗡𝗢𝗦𝗧𝗥𝗔 𝗦𝗧𝗢𝗥𝗜𝗔. 𝗣𝗢𝗦𝗦𝗜𝗔𝗠𝗢 𝗚𝗨𝗔𝗥𝗗𝗔𝗥𝗟𝗔 𝗖𝗢𝗡 𝗢𝗖𝗖𝗛𝗜 𝗡𝗨𝗢𝗩𝗜. 𝗣𝗢𝗦𝗦𝗜𝗔𝗠𝗢 𝗥𝗜𝗦𝗖𝗥𝗜𝗩𝗘𝗥𝗘 𝗜𝗟 𝗦𝗜𝗚𝗡𝗜𝗙𝗜𝗖𝗔𝗧𝗢 𝗖𝗛𝗘 𝗛𝗔 𝗗𝗘𝗡𝗧𝗥𝗢 𝗗𝗜 𝗡𝗢𝗜.
E quando questo accade, non cambia il passato.
𝗖𝗔𝗠𝗕𝗜𝗔 𝗖𝗜𝗢̀ 𝗖𝗛𝗘 𝗜𝗟 𝗣𝗔𝗦𝗦𝗔𝗧𝗢 𝗣𝗨𝗢̀ 𝗔𝗡𝗖𝗢𝗥𝗔 𝗚𝗘𝗡𝗘𝗥𝗔𝗥𝗘 𝗡𝗘𝗟 𝗡𝗢𝗦𝗧𝗥𝗢 𝗣𝗥𝗘𝗦𝗘𝗡𝗧𝗘.
Ed è proprio questo, in fondo, uno dei cammini che percorriamo nella **Palestra dell’Anima**: entrare nella profondità della nostra storia, ascoltare ciò che ancora chiede di essere visto e trasformare la relazione che abbiamo con ciò che siamo stati. Non per cancellare ciò che è accaduto, ma per permettere alla nostra storia di smettere di parlare soltanto attraverso il dolore. E se senti che c’è una parte della tua storia che continua a chiedere di essere ascoltata, puoi parlarne. A volte anche raccontare ad alta voce ciò che abbiamo custodito per anni apre dentro di noi uno spazio che prima non riuscivamo a vedere.
𝗟𝗔 𝗧𝗨𝗔 𝗦𝗧𝗢𝗥𝗜𝗔 𝗠𝗘𝗥𝗜𝗧𝗔 𝗗𝗜 𝗘𝗦𝗦𝗘𝗥𝗘 𝗔𝗦𝗖𝗢𝗟𝗧𝗔𝗧𝗔. 𝗘 𝗔𝗡𝗖𝗛𝗘 𝗧𝗨.
La Palestra dell'Anima 351 352 9184