25/08/2026
Il Recioto ha davvero duemila anni di storia?
È una storia che si sente raccontare spesso: il Recioto veronese sarebbe l’erede dell’acinaticium, il vino descritto da Cassiodoro nel VI secolo. Una storia affascinante, perché offre al Recioto una genealogia prestigiosa e antichissima: dal vino della corte gota fino alle colline della Valpolicella, attraverso quindici secoli di tradizione.
Ma c’è un problema: le fonti non raccontano questa storia.
Andrea Brugnoli, nel saggio «L’invenzione della continuità. L’acinaticium di Cassiodoro e la tradizione del Recioto veronese alla prova delle fonti», appena pubblicato su Studi Veronesi, prova a seguirne le tracce, dall’antichità alla documentazione veronese più recente, passando per la trattatistica medievale e moderna. Il risultato è che, per molti secoli, non troviamo una continuità documentata tra l’acinaticium e un vino veronese, né una tradizione riconoscibile di appassimento delle uve destinata alla produzione di un vino assimilabile al Recioto.
Perché allora l’acinaticium e il Recioto vengono accostati? Si tratta di un anacronismo teleologico: il punto di arrivo viene assunto come se fosse già contenuto nel punto di partenza. Se partiamo dal Recioto che conosciamo oggi e cerchiamo nel passato qualcosa che gli assomigli, rischiamo di leggere il passato alla luce del presente. E così quella che era soltanto un’analogia ha finito per diventare una genealogia.
Il fenomeno è tutt’altro che innocente. Una tradizione antichissima ha un valore che va oltre la storia: conferisce prestigio a un prodotto, rafforza il rapporto con il territorio e costruisce un’idea di autenticità. E questo, naturalmente, può avere anche un peso economico, soprattutto quando il vino diventa un elemento importante dell’immagine e della valorizzazione di un territorio.
Questo, ovviamente, non significa che il Recioto sia una tradizione inventata. La tradizione del Recioto è reale e ha una sua storia, ma che varrebbe la pena ricostruirla proprio per quello che è.
Come illustra nelle conclusioni Andrea Brugnoli, con una riflessione che investe la dimensione attuale dell’invenzione di una tradizione, «Proporre una rigorosa analisi di una di queste narrazioni relative al patrimonio culturale locale non costituisce un mero esercizio erudito, bensì un tentativo di ribadire il valore e la necessità dell’indagine storica, soprattutto quando la costruzione di una tradizione viene impiegata per legittimare assetti odierni consolidati o, ancor più, per giustificare specifiche scelte che riguardano anche la gestione del territorio».
https://www.veronastoria.it/ojs/index.php/StVer/article/view/845
Nella foto: frontespizio dell’edizione del 1533 curata da Mariangelo Accursio delle Variae di Cassiodoro