17/08/2026
Che cosa succede nel loro cervello quando adulti, digitale e AI rendono tutto più facile?
Non è un problema di motivazione e non significa neanche che dobbiamo fare un completo giro di vita e passare dal Paese dei Balocchi a Sparta, anche perché bastano già loro con le loro altalene e con quei passaggi immediati da una parte all’altra.
Il punto principale è capire che il cervello impara da quello che vive, da tutto ciò che diventa esperienza e molto anche da quello che non riesce immediatamente, dall’errore, dall’attesa, dalla frustrazione, dal momento in cui una soluzione non arriva subito e bisogna trovarla.
È proprio lì che entrano in gioco e si allenano forme diverse di intelligenza: quella strategica, perché bisogna trovare una strada; quella contestuale e situazionale, perché prima di trovare una soluzione bisogna anche capire dove siamo, cosa sta succedendo e con chi abbiamo a che fare; quella linguistica, perché le parole che usiamo danno una direzione a quello che pensiamo e facciamo; quella emotiva, perché bisogna imparare a gestire le reazioni quando arrivano rabbia, frustrazione e attesa; quella cognitiva, perché serve strutturare un pensiero concreto; quella comportamentale, perché alla fine bisogna anche scegliere cosa fare e farlo.
Tutto questo oggi diventa ancora più importante perché stiamo considerando troppo poco l’impatto dell’intelligenza artificiale.
L’AI può fornire una risposta in pochi secondi e ormai il rischio è che per qualsiasi cosa si passi direttamente al “chiedi a Chat”, senza nemmeno lasciare il tempo al cervello di attivarsi, cercare, collegare, formulare un’ipotesi, sbagliare e ripartire.
Stiamo parlando, oltretutto, di ragazzi che hanno ancora aree cerebrali in maturazione e gli effetti di questa delega continua del pensiero li stiamo iniziando a vedere adesso, mentre una parte importante la vedremo ancora meglio nel tempo.
La soluzione, ovviamente, non è demonizzare il digitale o l’intelligenza artificiale, né complicare apposta quello che può essere semplificato, perché saper semplificare è una competenza utilissima nella vita e l’AI, quando viene utilizzata bene, è uno strumento molto utile.
Il problema nasce quando viene utilizzata veramente per tutto, anche per chiedere quanti quadratini di carta igienica usare.
Quando qualcuno o qualcosa interviene subito, prima ancora che si attivi una reazione interna, prima che il ragazzo cerchi una strada, faccia un tentativo o trovi una soluzione, cambia anche l’apprendimento, perché una cosa che non faccio non imparo a farla e la fiducia in se stessi si costruisce soprattutto facendo.
Se ogni volta che qualcosa diventa difficile arriva qualcuno o qualcosa che lo risolve, il rischio è che finisca per consolidarsi anche un altro messaggio: “io questa cosa non la so fare”, “non posso farla”, “ho bisogno che qualcuno mi dica come si fa”, restringendo progressivamente il ventaglio delle possibilità che il ragazzo sente di avere.
Proteggere e aiutare non significa quindi eliminare immediatamente tutto quello che può generare dolore, noia, fatica, frustrazione o difficoltà, come non significa lasciarli soli.
Significa anche dare loro il tempo e lo spazio per stare dentro ciò che sentono, vivere quello che sta succedendo, affrontare un po’ se stessi nella fatica, cercare una soluzione e capire che possono attraversare quella situazione sapendo che l’adulto c’è, senza necessariamente fare al posto loro.
Perché rendergli tutto più facile non gli renderà necessariamente la vita più facile, anzi, può aumentare proprio quelle difficoltà che durante la crescita avrebbero bisogno di imparare a gestire.
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