13/05/2026
Visita alla Casa di Reclusione di Carinola: un incontro tra esseri umani.
“La maturità di un uomo non è stare in piedi, bensì riuscire a rialzarsi”
La visita alla Casa di Reclusione “G.B. Novelli” di Carinola (CE), che noi ragazzi delle classi 5ªBL e 5ªBU del Liceo “M.T. Cicerone” abbiamo effettuato giovedì 7 maggio 2026, non solo si è prestata a mostrarci la realtà di un luogo fuori dal nostro contesto quotidiano e che non manca mai di pregiudizi da parte di chi non l’ha mai osservato da vicino, ma ha soprattutto permesso a noi giovani di avvicinarci ad un mondo che va ben oltre il pensiero ordinario, che si ha di un carcere. La nostra DS, la referente del progetto, le nostre docenti, che hanno reso possibile quest’uscita, ci hanno fornito un’opportunità senza eguali, perché noi abbiamo vissuto un’esperienza, che ci ha condotto verso una percezione totalmente nuova, mai esplorata, intrisa di profonde emozioni e soprattutto di un’umanità senza confini.
Quella che doveva essere una semplice uscita didattica, si è rivelata una delle esperienze umane più impattanti del nostro percorso scolastico, una lezione che ha travalicato i confini dei libri di testo per colpirci direttamente al cuore.
Per ovvie ragioni ci è stata mostrata solo una parte della realtà carceraria, costituita da chi ha commesso reati comuni, ma ha accettato di svolgere virtuosi percorsi formativi, riabilitativi, basati su rapporti di fiducia e soprattutto su una forte volontà di riscatto e di rinascita personale.
L’impatto iniziale è, come immaginabile, carico di tensione. L’estetica del carcere — le sbarre, i muri alti, i controlli — comunica immediatamente un senso di privazione. Tuttavia, questa sensazione di freddezza istituzionale è subito stemperata dall’accoglienza straordinaria della vicedirettrice, Dott.ssa Daniela Puglia. Le sue parole non sono solo un saluto formale, ma un invito alla consapevolezza civile. Ci spiega con estremo entusiasmo come il carcere rappresenti un "anello essenziale della società", una struttura che non deve essere vista come una “discarica sociale”, ma come un luogo di trasformazione. Ci colpisce molto la sua definizione della nostra visita come un alto gesto di maturità civile, la presenza di giovani studenti all'interno di un istituto di pena è il segno di un dialogo necessario tra la società civile e chi sta scontando una pena definitiva.
Subito per noi è interessante capire la natura della struttura di Carinola: un luogo abitato da chi ha avuto un percorso processuale con condanna definitiva. Questo cambia radicalmente la prospettiva psicologica del detenuto, perché non c'è più l'attesa del giudizio, bensì la consapevolezza di dover” abitare “il tempo della pena, che, come ci è stato spiegato, la Costituzione Italiana vuole orientato alla rieducazione e alla crescita, così come sancito dall'articolo 27.
Il momento centrale e anche più delicato è l’incontro con il Direttore, Dr. Stefano Martone, con gli educatori, con gli psicologi, con i docenti, con la polizia penitenziaria e poi, finalmente, con i detenuti. Entrando in quella sala, ci aspettiamo una separazione netta, quasi un confine invisibile tra "noi" e "loro", Invece troviamo una circolarità che ci spiazza. Vedere i detenuti seduti accanto alle autorità, con un senso di rispetto reciproco e un’atmosfera quasi "familiare", scardina molti dei nostri pregiudizi.
Guardandoli negli occhi, non vediamo "il reato", ma "la persona". C’è una tristezza profonda nel loro sguardo, ma c’è anche una dignità che non ci aspettiamo.
Approfondiamo così la realtà del “Condominio 21”, un termine che per noi prima non significava nulla e che ora diventa sinonimo di riscatto, infatti nell’ordinamento penitenziario rappresenta un ponte che permette ai detenuti con un percorso psicologico, la possibilità di lavorare, di formarsi, di sentirsi ancora parte produttiva del mondo. Emerge un paradosso sociologico che fa riflettere: molti di questi uomini trovano all'interno del carcere — attraverso i diplomi agrari e alberghieri, il teatro o la musica — quelle opportunità che la vita esterna, spesso segnata da contesti difficili, non ha mai offerto loro. La storia di Salvatore, che ha imparato il mestiere di elettricista tra queste mura e che oggi vede nel lavoro una nuova identità, è la dimostrazione che il cambiamento è possibile, ma richiede strumenti, che lo Stato ha il dovere di fornire.
Il momento saliente, che spezza quella barriera invisibile che inizialmente sembra separarci da loro, è il dialogo diretto con i detenuti
I primi istanti sono avvolti da un teso silenzio, quando la prima a rompere il ghiaccio è Carol che, timorosa di risultare troppo invadente, domanda loro quali sentimenti provino, ripensando agli atti delinquenziali commessi.
La domanda di Carol, pronunciata in un silenzio quasi sospeso, ha l’effetto immediato di amplificare le emozioni di tutti, ma, rotto il ghiaccio, dà davvero inizio ad un confronto tra noi ragazzi e loro. Insistiamo nel chiedere loro come si siano sentiti dopo aver commesso il reato, come abbiano vissuto il peso delle loro azioni illecite e il successivo pentimento, la consapevolezza di ciò che avevano fatto e il percorso che li ha portati a provare a cambiare e migliorarsi come persone.
Risponde un ragazzo che all’inizio era in disparte, quasi rannicchiato e nascosto dietro una porta, ha il coraggio di raccontarsi e con una voce carica di emozione ci parla del suo vissuto. In quel momento si percepisce tutta la sua fragilità, ma anche la sua voglia di essere ascoltato senza giudizio. È lì che l’impatto emotivo di ognuno di noi è fortissimo, perché ci obbliga a riflettere su quanto sia fondamentale dare seconde possibilità e non fermarsi mai all’apparenza o all’errore, senza conoscere la storia completa di una persona.
Altra toccante domanda viene dalla studentessa Syria, che chiede loro se nel profondo siano davvero riusciti a perdonarsi per il male compiuto e dove trovino la forza di restare in piedi di fronte al rimorso. La risposta pronta di uno di loro è che solo grazie alla famiglia hanno trovato e continuano a trovare la forza.
Molti di questi uomini sono entrati in carcere giovanissimi, alcuni poco più grandi di noi, altri sono nonni, ci descrivono l’orrore di vivere in un ambiente carcerario a contatto con criminali di ogni genere, pericolosi, ma tutti ribadiscono che la loro vera sofferenza non è la cella, né la mancanza di comodità, bensì è la perdita degli affetti.
Sentire il racconto di un ragazzo che ha un figlio di tre anni e che, in tutto questo tempo, ha visto solo due volte, crea in noi una voragine emotiva. Ci spiegano con estrema lucidità che, una volta varcata quella soglia, i soldi, il potere o la "vita spericolata" che li aveva sedotti, perdono ogni valore, resta solo la lacerante assenza delle persone amate. Il carcere è una continua elaborazione di un “lutto” per la perdita della propria libertà, per gli anni di vita sprecati, che non torneranno mai più, ma la vera pena per loro è non poter essere presenti, quando i propri figli crescono, quando i propri genitori invecchiano.
Quegli uomini continuano a dialogare con noi con un sorriso tenero, accogliente, che raramente svanisce dai loro volti, anche quando Giulia chiede se, nonostante gli errori commessi, la reclusione, lo sconforto, siano soddisfatti del loro percorso riabilitativo e se, benché siano privi della libertà di uscire fuori da lì, spiritualmente si sentano liberi dal peso del loro passato.
Tergiversano, tentano di sviare il discorso, fanno capire che i loro animi celano il rimorso e la vergogna, poi rispondono con fermezza che il futuro non si compra, ma si costruisce e che, anche se si cade, è importante rialzarsi.
A questo punto uno di loro legge una sua poesia dal titolo “Io ero come voi, voi sarete come me”, con la quale esprime l’invito accorato a non commettere i loro stessi errori, a "pensare due volte" prima di agire, a non lasciarsi trascinare da impulsi, che possano distruggere una vita in un attimo, ribadisce inoltre, che malgrado la diversità, tutti siamo esseri umani, tutti abitiamo lo stesso pianeta.
Poi ci parla della vita come di un "dono prezioso", un concetto che spesso noi giovani diamo per scontato, ma che lì dentro, dove ogni minuto è scandito dalle sbarre, acquista un valore sacro. È’ ammonimento materno e paterno allo stesso tempo, è la testimonianza di chi ha pagato a caro prezzo la propria imprudenza.
Il momento si conclude con un discorso della prof.ssa Chiappalone, che a pieni polmoni e con tanta emozione nella voce, fa appello alla Speranza come una delle poche cose che contano e che mai deve svanire, qualunque sia la situazione che si affronti.
Tutto termina con un forte applauso e la voglia di continuare a parlare, di non smettere di confrontarci e di restare uniti: questi sono istanti di tenerezza che rimarranno fermi dentro ognuno di noi.
Torniamo a casa con molte domande e poche certezze, ma con una consapevolezza nuova, perché capiamo veramente che il confine tra il bene e il male è a volte più sottile di quanto si possa pensare e che la società deve essere pronta non solo a punire, ma a curare e reintegrare.
La lezione di oggi a Carinola ci insegna l'importanza della responsabilità individuale e il valore inestimabile della libertà, non intesa come libertinaggio, ma come la possibilità di restare accanto a chi amiamo e di costruire qualcosa di buono per il mondo.
Sicuramente questa visita ci restituisce un’immagine del carcere come luogo di "crisi" nel senso etimologico del termine, ossia un momento di rottura che può portare alla distruzione o alla rinascita, ma noi ci sentiamo arricchiti per aver visto come, anche nel luogo del massimo rigore, possa fiorire la speranza attraverso lo studio, il lavoro e il recupero della dignità individuale.
Ringraziamo le docenti M. Cavolo, M. Pampena, G. Chiappalone, la DS., Prof.ssa Carolina Gargiulo, per averci offerto questa opportunità di crescita che, siamo certi, resterà uno dei momenti più significativi del nostro percorso scolastico di formazione di cittadini consapevoli.
Le classi 5ªBU e 5ªBL.