15/10/2026
Nel marmo di questa lingua non c'è ombra di vaghezza.
È la luce di un mattino severo, il luogo dove le cose smettono di sfumare e chiedono di essere chiamate con il loro nome.
Torniamo al greco quando siamo stanchi del rumore,
di parole che scivolano via senza lasciare impronta.
Torniamo a un'architettura.
Qui il tempo non è soltanto un fiume che consuma,
ma un punto fermo scolpito nell'aoristo.
Il desiderio non è un'incertezza smarrita, ma l'architettura limpida dell'ottativo: un modo per abitare ciò che ancora non c'è,
con la dignità della forma.
In questo idioma la bellezza non adorna, rivela.
Il dolore non è soltanto una ferita, è la soglia da cui passa la conoscenza.
Poter dire il desiderio senza che diventi debolezza.
Ogni parola è un solco tracciato nella pietra,
un confine netto tra il vivere puramente e il vivere che sceglie il proprio senso.
Imparare di nuovo il greco è reimparare a guardare il mondo attraverso un vetro pulito: non per rifugiarsi nel passato, ma per ritrovare, finalmente, la trasparenza.
Non è un nostalgia per ciò che è stato, ma una cura per ciò che siamo: il gesto fermo di chi rifiuta la confusione e torna a chiamare la luce, luce, e l'ombra, ombra.
llenia 🌻