23/08/2026
In occasione della Giornata internazionale del ricordo della tratta degli schiavi e della sua abolizione, vi presentiamo PSI IX 1040, una minuta, o più probabilmente un estratto, di un testamento scritto nel III sec. d.C.
Il testatore, Psenamounios, nomina erede il proprio figlio e, fra varie disposizioni, stabilisce anche la sorte di una sua schiava, Dameida. Il documento precisa che la giovane era stata acquistata quando aveva circa tredici anni e stabilisce che, alla morte del padrone, venga immediatamente liberata e affrancata (ἐλευθεροῖ καὶ ἀπολύει). La liberazione comprende anche il peculium di Dameida – cioè l’insieme dei beni e delle risorse che aveva nella propria disponibilità durante la condizione servile –, che il testatore le lascia integralmente; a lei assegna inoltre un quarto di una casa di sua proprietà, insieme al relativo arredo, precisandone le condizioni di utilizzo.
Il testamento registra così due momenti distinti della vita di Dameida: l’ingresso nella condizione servile attraverso l’acquisto, e la manomissione, programmata dal proprietario per il momento della propria morte. Il documento mostra quanto profondamente la schiavitù fosse inserita nelle strutture giuridiche ed economiche della società romana: lo status di schiavitù o libertà di una persona poteva essere oggetto di disposizioni testamentarie.
A quasi duemila anni di distanza, il frammento fiorentino ci ricorda che la storia della schiavitù non è soltanto storia di istituzioni e norme, ma anche – e soprattutto – di persone, i cui nomi e le cui vicende sono talvolta giunti fino a noi. In questo caso, il documento conserva la disposizione che avrebbe trasformato lo status di una giovane donna da schiava a libera e ne definisce il futuro non solo sul piano giuridico ma anche su quello patrimoniale e materiale. Il papiro non ci consegna dunque soltanto la formula giuridica della manomissione, ma documenta le condizioni concrete in cui una persona poteva uscire dalla schiavitù e diventare un individuo libero.