21/12/2025
Da un anno e mezzo circa ho aggiunto alla mia attività di professore alla scuola media e presidente dei Nuovi Eventi Musicali quella di presidente della doppia realtà del Balletto di Toscana (Compagnia e Accademia).
L’ho fatto e lo sto facendo cercando di rimanere fedele ad un sogno primigenio, in me saldato e ancorato definitivamente in parte da esempi ed insegnamenti di persone meravigliose che ho avuto la fortuna di conoscere e di avere come amiche, in parte perché questo stesso patrimonio mi schiaccia e mi spinge a dare risposta e concretezza a quella drammatica sensibilità che deriva dall’arte, dalla sensazione di assoluto che di gran lunga sovrasta la mia volontà.
Questo mi ha portato distante dall’eterno presente che abbiamo costruito, l’aberrante meccanismo di pensieri circolari e ricorrenti che ormai ci fanno dubitare non solo degli altri, ma di noi stessi, senza alcuna possibilità di comprensione di ciò che accade intorno a noi, e infine dentro di noi.
Vi sono momenti nei quali talvolta le parole arrivano troppo tardi. Si ha come la sensazione che ci sia troppo da dire, troppe complessità da svolgere, troppi richiami. E’ una sensazione chiave del nostro tempo, che va di pari passo con la totale e violenta lotta al pensiero, all’applicazione della ragione alle cose della vita. Ed ecco allora l’ansia, la sfiducia, la rabbia, il rancore. Eccoli, protagonisti del nostro tempo con tutta la nostra possibile complicità di persone in balia di feticci, di immagini, magari del nulla, purtroppo dei fantasmi del nulla.
Il richiamo alla caverna platoniana è talmente semplice, immediato, quasi da scoraggiarne l’utilizzo: non stupisce. E le persone e le cose che non stupiscono, e creano quindi entusiasmo (proprio quello sotto il quale sono stati costruiti i maggiori crimini dell’umanità), non hanno posto, non devono avere cittadinanza, non servono, sbagliano.
Ma ecco, in questo quadro che potrebbe essere articolato con tantissime parole e riferimenti colti o suadenti, ecco che si delinea chiara, all’interno della drammatica scelta dell’avere e mai dell’essere, una possibilità. Una luce, un desiderio, e quindi una volontà. Si tratta di dare testimonianza alle parole. Non si tratta quindi di essere fedeli alle parole, e quindi all’ideologia dell’avere e ad affidare alle parole una serie di dimensioni che non gli appartengono. Si tratta quindi di essere fedeli a se stessi. All’interno di questo quadro, con conseguenza non meccanica o di dimostrazione di forza, cercare di risolvere i conflitti terribili a cui ci troviamo esposti, conflitti dentro di noi, all’interno delle nostre famiglie o contesti ristretti, cercare di risolverli non attraverso l’uso della forza, ma cogliendo le verità parziali che in ogni situazione si nascondono.
La mutazione antropologica che stiamo vivendo riguarda ogni settore dell’attività interiore ed esteriore dell’uomo.
E quindi anche nelle arti performative e nell’ambito della formazione che richiede il raggiungimento della scelta di vita di dedicarsi a queste.
Non voglio ora soffermarmi sul fatto che in realtà noi siamo scelti dalla musica, o dalla danza, o dal teatro, così come sono i quadri a guardarci e non l’illusione del contrario: non è questo il punto adesso, siamo troppo indietro per meritarci queste riflessioni lasciateci da persone che ci hanno donato tanto nel passato. No. Queste riflessioni ora mi premono perché all’interno del mio percorso ne ho fatto una risposta ad un richiamo più forte di me stesso. A cui non so resistere. Ognuno di noi ha la possibilità di conoscere le proprie vocazioni, ciò quindi a cui si è chiamati, e bisogna farsi trovare pronti quando questi rintocchi bussano alla porta.
Tutto questo lo devo alla fortuna di aver conosciuto ed essere stato amico di persone magnifiche, di essere tutt’ora in contatto, anche se i numeri purtroppo si stanno drammaticamente rastremando, con persone che riconoscono il mio agire all’interno di un contesto.
E quindi, a prescindere e chiedo scusa per le citazioni che faccio scrivendo spesso cadendo nel cercare di fare il verso a persone che al contrario di me avevano maggiore forza morale, credo con assoluta fermezza che non vi sia sbocco o possibilità di dialogo o confronto all’interno della brutalità dei nostri tempi, tempi nei quali è a rischio se non ancora la vita fisica e materiale quella soggettiva, affettiva si, drammaticamente.
Se formalmente le attività dell’uomo, nelle società che si ritengono ricche ed avanzate come la nostra, hanno regole arbitrarie, necessarie forse ma certamente non più attuali, come il riferire le intere responsabilità ad un singolo, non si può più ignorare l’assoluta urgenza della partecipazione. Ma una partecipazione che non può più avverarsi per le strade e nelle piazze, abbiamo stroncato definitivamente la cultura del confronto diretto e dell’incontro, anche nelle scuole, nelle palestre, nelle accademie, nelle università. E certamente si avvera sui social, su whatsapp, sulla rete, cosa che sta distruggendo non solo la vita di noi adulti, ma quella dei nostri figli, a velocità inquietante, in modo concreto, distruggendo le nostre vite. Questo pensiero genera in me, mentre scrivo e sempre mentre ci penso, un pianto disperato, interiore, pieno di rabbia e incredulità. Ma come abbiamo fatto?
Questa disperazione, in senso etimologico certo ma che si trasforma nei confini della gestione delle attività in disperazione materiale e quotidiana, non può arrendersi alla perdita della speranza. Dobbiamo quindi insieme costruire una disperazione diversa, condivisa, resa esplicita non nelle parole ma nella testimonianza del suo opposto.
Ecco, forse è questa la risposta alla domanda che davvero in tanti mi hanno fatto in questi mesi: “Ma chi te l’ha fatto fare?”.
La risposta sta nell’individuare ciò che non vogliamo essere, non vogliamo vivere, e su questo riuscire a costruire una fiducia che non si basa sulla presenza fisica o su empatie posticce e opportunistiche. No. La risposta è per me così ovvia nel mio cuore, così consequenziale nello scorrere degli anni (non pochi a dire il vero) che mi vedono rispondere ad una vocazione, che non riesco a dirla, e ho smesso di voler spiegare. Non si può parlare la danza, o la musica. Non si può parlare più nulla. Si può, si deve, lo faccio, continuerò a rimanere fedele alle emozioni della fanciullezza, le uniche che ognuno di noi può ascoltare come sincere.
Pagherò un prezzo troppo alto? Pace: l’unica soluzione che abbiamo, la pace.
Le preoccupazioni che mi attanagliano ogni momento, che appunto hanno cancellato dal mio cuore la pace del vivere quotidiano, non so dove mi condurranno. Ma possiamo scegliere di vivere una vita tranquilla? Ora, in questi tempi? Se siamo davvero sinceri con noi stessi la risposta non può altro che essere no.
Continuerò a lavorare, spesso nel silenzio e nell’ombra. Senza mancare di stupirmi di fronte alle cattiverie e a rassegnarmi all’aggressività e ad avere paura di queste. Senza rinunciare a non credere a coloro che propongono soluzioni semplici o che hanno tante risposte per tutto. Continuando a cadere e sentire male quando effettivamente questo è ciò che si presenta.
Nei bambini e nei ragazzi rivolgo l’ultima speranza, e negli adulti che si ricordano di quando lo erano cercando di lottare contro la memoria, che è una dittatura crudele e oltre le nostre forze.
Mario Setti.