03/03/2020
ṃ (AUM) ॐ
Questa sillaba primordiale (praṇava), sovente considerata il mantra per eccellenza, è rintracciabile, ed ivi analizzata, da innumerevoli fonti della letteratura indiana classica. Alcuni testi considerano la oṃ come la più pura espressione della totalità. Più segnatamente, secondo la celebre Māṇḍūkya Upaniṣad, in essa sarebbero concentrati, progressivamente, i tre aspetti (+ uno) dell'Assoluto (brahman), il quale, a sua volta, coincide col nostro Sé più profondo: 1) lo stato di veglia (vaiśvānara), associato alla lettera A, ove il Sé esiste a livello del mondo sensibile esteriore; 2) lo stato di sogno (taijasa), associato alla lettera U, nel quale il sé fa esperienza di un mondo interiore ancora legato con quello esteriore; 3) lo stato di sonno profondo senza sogni (prājña), associato alla M, ove il Sé fa l'esperienza dell'unità, in quanto, a differenza dei due stadi precedenti, sparisce la differenza fra soggetto conoscente e oggetto conosciuto e in cui l'esperienza si trasmuta, per così dire, in non-esperienza. Ciononostante, sempre la Māṇḍūkya Upaniṣad, individua un quarto stadio (turīya), associato al prolungarsi della vibrazione sonora, il quale, trascendendo i primi tre, è descritto come "invisibile, inavvicinabile, inafferrabile, impensabile". Si tratta, in definitiva, della natura più profonda di brahman. In quest'ultimo stadio, tuttavia, non solo non vi si trovano più tracce di dualità, fonte di qualsiasi dolore, bensì, e a differenza del sonno profondo (intermittente e non accompagnato da coscienza), ivi il Sé risplende nella sua forma più autentica di esistenza-coscienza-beatitudine (saccidānandasvarūpa).